Delitto sul Po

Delitto sul Po

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Come il loro teatro, anche il cinema di Rezza/Mastrella non trova riferimenti diretti nella storia della Settima Arte. Delitto sul Po ne è la dimostrazione più palese.

Panta rei, anche i detriti del cinema

L’agente speciale Antonio viene inseguito da tre delinquenti e assassinato mentre è in disperato contatto telefonico con il commissario D’Angelo. I tre assassini sono: Eli, una donna silenziosa e riflessiva alla ricerca dell’amore; Arm, poco più che adolescente, sensibili ma con pochi scrupoli; il Francese, un donnaiolo e fumatore incallito. D’Angelo trova il cadavere sulle sponde del Po. Pur non avendo in mano nessuna prova di colpevolezza, il commissario fa arrestare i tre assassini. [sinossi]

Il più grande crimine che si può perpetrare nei confronti di Delitto sul Po è senza dubbio quello di apostrofarlo come cinema; il percorso creativo della consolidata coppia formata da Antonio Rezza e Flavia Mastrella esula completamente dall’universo cinematografico, nostrano e internazionale. Non perché gli sia semplicemente superiore, ma perché gli è profondamente e concettualmente diverso. Delitto sul Po non solo manca del tempo cinematografico, ne scardina lo spazio, ne mina continuamente la struttura, la logica, la norma. Chi conosce l’arte poliedrica di Rezza – autore e attore teatrale, ha diretto cortometraggi che hanno ricevuto il plauso unanime della critica, ha scritto due romanzi, ha portato a Venezia nel 1996 il suo lungometraggio d’esordio EsCoriandoli e ha condotto nel 1999 il programma Troppolitani sulla RAI – può con ogni probabilità farsi un’idea di ciò che l’autore di Novara, ma nettunense per adozione, ha messo in scena. Fin dai titoli di testa l’opera viene proposta come “anti-film”, palesando la consapevolezza del duo e fugando ogni dubbio riguardo la casualità di ciò a cui si sta per assistere.

Per eludere gli schemi della forma cinematografica classica Rezza e Mastrella costruiscono una perfetta trama poliziesca: la polizia ritrova il cadavere di un suo agente, aggrappato a un ramo che galleggia nel bel mezzo del Po. In balia della corrente il cadavere attraversa, come monito e leit-motiv, l’intera opera; il resto è un’intricata trama noir nella quale ogni personaggio assurge al ruolo di metafora. Metafora vuota, però, assolutamente priva di pretese morali o di banali simbolismi, ectoplasma funereo di quel genere che sta per essere martoriato e vilipeso. Di quel cinema che viene preso come specchio per le allodole – in questo caso il poliziesco – sono presenti tutti i luoghi comuni, sono sottolineate tutte le regole, detriti trascinati via dall’acqua del Po come il cadavere. Ed è l’acqua, nella sua duplice ambiguità tangibile/intangibile e riflesso/corpo a sé, il vero protagonista dell’intera vicenda: acqua destinata a diventare luogo del delitto, prigione, evasione e tomba, immenso set continuamente in mutazione. Indispensabile per far fronte a una scenografia realmente inesistente – le celle non sono altro che tre sbarre di metallo conficcate nella sabbia –, improvvisata, allusiva.

Delitto sul Po è un film fatto di esterni (a parte l’ufficio del commissariato), dove la luce è naturale, e dove la telecamera digitale nella sua fissità produce un effetto straniante. Un perenne esterno-giorno che esalta la corporalità della recitazione di Rezza, straordinario nella capacità di fondere gesti ed espressioni in un contesto così scarno: ritornano alla mente i suoi spettacoli teatrali, nei quali il gioco si instaurava nel rapporto tra i veli presenti sul palco e il suo corpo. Qui, en plein air, il suo corpo può contare solo su se stesso, impossibile da velare e da ricreare: lo aiutano, in questa impresa, amici di vecchia data, corte dei miracoli al suo seguito da sempre, dai primi corti. Una troupe dove tutti fanno tutto – andando ad annullare un altro stereotipo cinematografico –, scambiandosi i ruoli in continuazione, divenendo un solo corpo e una sola mente. Ma la mano di Rezza e Mastrella è sempre evidente, con il surrealismo cinico e anarcoide che richiama alla mente Queneau, perché forse è solo nelle altre arti che si può cercare il senso di opere di questo genere. Delitto sul Po non fa parte, in fondo, di nessuna arte: potrebbe essere cinema, potrebbe essere teatro, potrebbe essere poesia, potrebbe addirittura essere pittura. Perché di tutte queste arti usa e modifica i codici di linguaggio, i materiali stessi: è una vera e propria forma d’avanguardia, arte in quanto arte, innata e (forse) immortale. Sicuramente non vista di buon occhio da molti e per questo non vista proprio da tutti gli altri: anti-cinema che fa della visività la sua forza (visività diretta, nuda e cruda, quasi non filtrata eppure così chiaramente scritta, palesamento della creazione dell’illusione che è alla base dell’arte – il Po ricreato sul litorale romano, gli esterni delle strade di Torino girati a Roma) e che, paradosso fra i paradossi, è semplicemente invisibile: il progetto era nato per la televisione, come serie formata da frammenti di trenta secondi l’uno, ma è stato presto abortito dalla RAI. Montato in continuum per il cinema ha mantenuto la stessa struttura, suddividendosi in frammenti di trenta secondi l’uno distanziati l’uno dall’altro da cinque secondi di schermo nero, ma è andata incontro a un vero e proprio ostracismo distributivo, tanto da costringere Rezza a mostrarlo prima di alcune repliche romane del suo ultimo spettacolo teatrale Fotofinish.

Quella che si ha davanti è in definitiva una figura astratta, impalpabile e seducente, a tratti fortemente estenuante ma proprio per questo ancora più stimolante. Finalmente un’opera che ha il coraggio di andare contro tutti i canoni e tutte le regole di un mondo – quello cinematografico – che rischia davvero l’implosione o peggio ancora l’appiattimento su uno standard: opera estrema, molto più dell’intelligente ma incompleto EsCoriandoli (che era frutto, anche se in minima parte, di un compromesso commerciale), nella quale è possibile ritrovare in pieno la poetica di Rezza, la sua comicità unica e travolgente, la sua acutezza sociologica. Un bene prezioso da tenersi stretti e che sarebbe forse il caso di iniziare a tramandare oralmente; nei tempi antichi questo escamotage ha salvato molta arte dall’oblio. In attesa di tempi più maturi: ma esisteranno mai?

Info
Il sito ufficiale di Antonio Rezza e Flavia Mastrella.

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