Kyashan

Kyashan, creatura televisiva partorita dalla mente di Tatsuo Yoshida, venne alla luce per la Tatsunoko nel 1973. Trenta anni più tardi è ancora un passaggio indispensabile per affrontare il mondo degli anime seriali.

Cenni di anomalia androide

Quando Kyashan, creatura televisiva partorita dalla mente di Tatsuo Yoshida – fondatore della Tatsunoko Productions al quale si devono anche serie come Gatchaman, Superauto Mach 5, Judo Boy e soprattutto quell’Hurrikane Polimar, che di Kyashan è immagine riflessa, figura speculare e completamento, come avremo modo di vedere in seguito – venne alla luce nel 1973 pochi probabilmente si accorsero del reale valore dell’opera e del germe rivoluzionario che conteneva. All’apparenza non sembra infatti di scorgere nulla di particolarmente diverso dal resto del panorama degli anime dell’epoca: la figura di un ragazzo/androide non si distacca particolarmente dalla caratterizzazione di molti eroi dell’immaginario televisivo, e la battaglia infinita tra umani e robot appare un cliché sufficientemente consolidato.

Eppure già da questi pochi accenni è possibile scorgere delle anomalie nel percorso strutturale e narrativo intrapreso da Yoshida e dal regista  Yuasa Noriaki (autore di una serie impressionante di sci-fi incentrati sul “kaiju” Gamera, da Gamera a Gamera Vs. Giger passando per Gamera Vs. Gaos e Space Monster Gamera): innanzitutto la decisione di trasformare l’adolescente Tetsuya nell’androide Kyashan non è affatto casuale, ma dipende dalla volontà stessa del giovane, che costringe il padre, il dottor Azuma, a trapiantare il suo cervello nel corpo indistruttibile di Kyashan al fine di salvare il mondo. Yoshida si prende dunque una libertà non da poco nei confronti della struttura classica non solo dell’action cartoon nipponico, ma di buona parte della narrativa mondiale. Il fato viene immediatamente messo da parte, dando una connotazione fin troppo netta alle intenzioni dell’autore: in Shinzō ningen Kyashān non sono previste né nemesicatarsi, l’intera azione si svolge in seguito a scelte precise dei protagonisti – eccezion fatta per il Fatal Flow, l’incidente scatenante, ovvero il fulmine che manda in corto circuito Briking istigandolo di fatto alla rivolta. Ma anche la rivolta delle macchine, abusata in ogni forma e sostanza nel percorso visivo delle arti cinematografiche degli ultimi trent’anni, viene letta in una chiave insolita e spiazzante. Al di là del rovescio della situazione iniziale (robot creati per aiutare l’uomo a salvaguardare l’ambiente e preservarlo dalla minaccia chimica e industriale che diventano una minaccia proprio per la terra), la lettura della psiche di Briking è realmente notevole, e sicuramente al di fuori degli schemi produttivi classici. A Yoshida va riconosciuto il merito di essere riuscito a fondere, all’interno dell’armata dei robot, la rivolta della creatura verso il proprio “padre”, alla base del Frankenstein, ovviamente, ma non immune da lusinghe contemporanee (gli androidi che sognano pecore elettriche nell’ipotesi che fu di Dick e sarà, di lì a pochi anni – 1981 – di Ridley Scott), la consapevolezza delle teorie asimoviane e una struggente quanto paradossale continua ricerca della poesia. Briking, il male incarnato (o meglio, metallizzato), si permette dunque digressioni sulla pittura, sull’amore per la natura, sulla bellezza universale.

Oltre a queste annotazioni è doveroso puntare l’occhio sull’insospettabile solidità narrativa dell’intera vicenda: rispetto ad altre serie animate (citando a caso, tra le altre,  Il grande Mazingher, Daitarn III, Yattaman) Kyashan non solo sviluppa una trama complessa e ricca di personaggi interessanti – dalla madre dell’eroe, ricreata a sua volta in un corpo da cigno, al cane/androide compagno d’avventure, dalla fidanzata Luna allo stesso dottor Azuma -, ma non si ferma al mero scontro tra il “bene” e il “male” che caratterizzava altresì in gran parte le serie televisive. In Kyashan il male non è circoscrivibile ai semplici robot impazziti capitanati dall’irato Briking, ma è un germe distruttore capace di intaccare qualsiasi strato della società, umana o meno che essa sia; durante le sue peregrinazioni il giovane superuomo si imbatte in diversi figuri loschi, dominati dalla brama di potere, pronti a folli ipotesi di distruzione del mondo. Mondo che non è più identificato semplicemente nel Giappone, ma che si mostra finalmente nella sua interezza, in un susseguirsi di paesaggi che rimandano tanto all’estremo oriente quanto alla cultura mitteleuropea. La guerra che Briking dichiara è all’umanità, un macrocosmo che non rappresenta di certo il “bene” in sé. L’anime di Yoshida, tralasciando parentesi umoristiche e digressioni parodistiche si lancia in un pamphlet politico dichiaratamente pessimista. L’uomo descritto in questo straordinario cartone animato è una figura debole, ammaliata e al contempo vessata dal potere. Chi ha tra le mani strumenti di morte non si trattiene dall’usarle contro i suoi simili: Kyashan mostra dunque in pieno la sua natura di “figlio della bomba”, parto di una generazione che ha vissuto sulla sua pelle l’orrore della Seconda Guerra Mondiale. Il disastro umano nel cartone animato è totale, la morte non ha in sé nulla di irreale. Chi è colpito non si rialza, come uno sciocco e abusato cliché pretenderebbe da un cartone animato, ma muore. E il rapporto con la morte non presenta venature misticheggianti, echi di ipotesi religiose seppellite e metaforizzate; i personaggi di Kyashan temono la morte, la fuggono disperati. Il pessimismo della scrittura è tale da permettere la costruzione di un eroe fallace; l’androide protagonista non riesce infatti mai a salvare realmente le persone, le città, gli animali coinvolti in questa guerra folle.

L’elemento più ricorrente dell’intera saga è l’autonalisi di Kyashan, in lotta contro se stesso per essere giunto per l’ennesima volta troppo tardi. Anche qui sembra di scorgere una destrutturazione dell’ideale classico dell’eroe: non è possibile ipotizzare la salvezza dell’intera umanità affidata alle mani di una singola persona, per quanto pura e d’animo nobile essa sia. Solo attraverso l’unione popolare, solo con la ricomposizione sociale, ci può essere una reale ipotesi di risalita. Questa teoria prende corpo in maniera sostanziale proprio a conclusione della serie: non sarà infatti Kyashan a sconfiggere le armate di Briking – troppo potenti e ben disposte per essere abbattute da un solo uomo, pur potente – ma un marchingegno costruito da Azuma e che sfrutta l’energia rilasciata nell’etere dal passaggio di una cometa. L’eroe resta dunque l’ipotesi della speranza, nulla di più. Kyashan è un simbolo di pace, non un portatore di pace. E proprio per questo a distanza di un trentennio ci possiamo rendere conto della portata rivoluzionaria di questa serie. L’analisi post-industriale che sarà base portante dell’ideologia cyberpunk del decennio successivo (sia in Akira di Katsuhiro Otomo, che può apparire, a tratti, la versione nichilista di Kyashan, sia nel Tetsuo di Shinya Tsukamoto) trova qui i suoi prodromi. Ai primi accenni del riflusso politico e sociale degli anni ’70 l’opera di Yoshida propone il risveglio dal sogno lisergico – l’idealismo impossibilitato a concretizzarsi di Azuma – con apertura degli occhi su un mondo contaminato e corrotto – Briking, ma soprattutto gli uomini che deridono gli sforzi del ragazzo -, destinato alla distruzione e alla follia. In un patchwork visivo che mescola epoche storiche e stili, Kyashan deve essere letto come ipotesi di distruzione della serialità degli anime e al contempo avanguardia artistica totale. Talmente estrema da rimanere isolata, talmente realistica e profonda da non riuscire ancora a riemergere dagli oceani di oblio nei quali è terminata.

La Tatsunoko doveva essersi resa conto di questo, tanto da delineare un altro eroe, sullo stesso modello visivo di Kyashan, da inserire in un contesto ben più “normalizzato”: quell’eroe altri non è che Hurricane Polimar, come si era avuto modo di accennare in principio. Le sue gesta, non più dominate dal grigio e dal nero – colori caratterizzanti in Kyashan – ma adattate a contesti pop debordanti, troveranno presto fama e felicità. Portando con sé le scorie del fratello maggiore, in attesa che queste possano ritornare in auge. In attesa della rivalutazione definitiva.

Info
Kyashan, la sigla italiana.
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