Broken Flowers

Broken Flowers

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La poetica di Jim Jarmusch tocca con Broken Flowers una delle sue maggiori vette artistiche, grazie anche alla straordinaria interpretazione di Bill Murray.

Dead Man in Love

Don Johnston è un dongiovanni cinquantenne in crisi di identità. Appena lasciato dall’attuale fidanzata, riceve una strana lettera rosa da un’anonima ex amante, che lo informa di avere avuto in passato un figlio da lui: il ragazzo, ora diciannovenne, probabilmente intende cercarlo. Don, convinto dal suo vicino di casa Winston, decide di intraprendere un viaggio in lungo e in largo per l’America, alla ricerca della misteriosa autrice della missiva. Don incontra così, tra alterne vicende, Laura, Dora, Carmen e Penny, le uniche donne frequentate vent’anni prima, e quindi le uniche che potrebbero aver scritto quella lettera… [sinossi]

Erano sei anni ormai che Jim Jarmusch non dava alla luce un lungometraggio: certo, aveva occupato il tempo partecipando all’operazione Ten Minutes Older: The Trumpet, dove si era trovato al fianco sia del suo padrino Wim Wenders (la vita cinematografica di Jarmusch nacque sul set di Lightning Over Water – Nick’s Movie) sia dell’amico di vecchia data Aki Kaurismäki, e completando Coffee and Cigarettes, puzzle in undici pezzi in attesa di una fine da più di quindici anni.
Eppure si sentiva la mancanza dello stile inconfondibile di Jarmusch, cristallizzatosi nel corso dei decenni, percorso estetico ed etico tra i più coerenti del panorama contemporaneo statunitense. Un mondo a parte che nasce nel futuro postbellico di Permanent Vacation e raggiunge il proprio apice artistico nel western selvaggio e degradato di Dead Man e nello scontro tra filosofia orientale e barbarie metropolitana di Ghost Dog. Per approdare oggi sul volto sofferente e apatico di Bill Murray, quarantacinquenne single alla ricerca della ex che gli ha riferito via posta di aver avuto, diciannove anni prima, un figlio da lui. Don Johnston, questo il nome del protagonista, è l’ennesimo personaggio apolide da aggiungere alla splendida galleria di ritratti già allestita dal cineasta di Akron, Ohio, nella quale capeggiano i volti di Chris Parker speranzoso di trovare la vita a Parigi, di John Lurie ungherese mai riuscito a diventare veramente americano, di Roberto Benigni che si presenta affermando “It’s a Sad and Beautiful World”, di Johnny Depp in deriva nell’oceano su una barca di giunco, di Forest Whitaker killer a pagamento alla ricerca di un’impossibile pace interiore attraverso lo zen.

È dunque lunga la storia di volti e silenzi che porta a Don Johnston e anche per questo, probabilmente, sarebbe ingiusto interpretare Broken Flowers come una “semplice” commedia rosa; non perché non lo sia, nella sua peculiarità più direttamente strutturale, ma perché non è soltanto questo.
Come d’abitudine Jarmusch preferisce lavorare più sui dettagli che sulla trama principale, e così facendo dissemina la sua ultima opera di una tale messe di segni che non solo arricchiscono il tessuto del film, ma permettono di riallacciare le disavventure a cui va incontro Murray all’intera galassia partorita dal regista nel corso della sua carriera. Anche Johnston, come William Blake dieci anni fa, è un uomo morto, residuo del passato che si aggira senza una reale destinazione nell’arcipelago di donne che ha amato; e come il protagonista di Dead Man anch’egli è destinato a fallire, nel momento in cui ha realmente chiara la motivazione del proprio peregrinare. Come Blake, ha su di sé il peso di un cognome fin troppo facile da confondere: lì era il rimando al poeta dell’Ottocento londinese, qui lievemente storpiato diventa Don Johnson, eroe televisivo di Miami Vice. È per prima Lolita, procace e disinibita figlia della sua ex-fiamma Laura a notare la presunta omonimia, motivo di esaltazione in una terra incolta e senza radici (solo l’indiano Nessuno riconosceva nel nome di Depp quello dell’autore di Songs of Experience, e in Ghost Dog due bracconieri imploravano pietà per aver trucidato un orso adducendo come scusa al loro comportamento “noi non siamo un’antica civiltà”), abbarbicata a una materialità grossolana che distrugge la mistica, così come il silenzio viene distrutto dalla logorrea di suoni e parole che fanno da ideale colonna sonora della modernità. Non a caso Don preferisce il silenzio alla parola, e cerca di racchiudere il senso della propria presenza attraverso dei segni facilmente codificabili: è così che si presenta alle sue donne sempre armato di un mazzo di fiori.

Ma anche nella semplicità di questo gesto, archetipo narrativo indispensabile nella classicità della love story, è racchiuso un segno, un indizio sotterraneo che permette di dare profondità al personaggio principale: i fiori sono sempre perfettamente adeguati alle persone che sta per incontrare, dal bouquet appariscente comprato per Laura fino ai fiori di campo raffazzonati all’ultimo momento per addolcire la dura scorza di Penny. Don è un uomo taciturno quanto meticoloso, inadatto alla socialità perché impossibile da comprendere appieno, eppure capace di adattarsi a chi gli sta vicino. Un uomo senza ruolo ben definito (sì, lavora nel campo tecnologico, ma quanti milioni di persone possono al giorno d’oggi vantare lo stesso curriculum?) e alla ricerca dello stesso – e torniamo al confronto diretto con le pellicole precedenti, da Stranger Than Paradise a Dead Man. In questo percorso di scoperta, Don deve fare i conti con le donne del suo passato perché è l’unico modo per arrivare a comprendere il senso del proprio viaggio, l’accettazione di una plausibile paternità, e le conquiste del tempo che fu devono per forza di cose rappresentare i diversi aspetti della propria indole: la rozza e tenera Laura, l’algida e austera Dora, la dura e iraconda Penny, e Carmen dispersa in un bignami di filosofia New Age. Sono loro le quattro tappe di maturazione che deve raggiungere Don prima di poter fare ritorno alla propria vita, oramai irrimediabilmente stravolta: per la prima volta il cinema di Jarmusch fa direttamente leva su una serie di personaggi femminili, laddove questi ultimi erano riusciti a trovare una propria completezza e unicità – se escludiamo ad esempio Eszter Bálint in Stranger Than Paradise, personaggio che comunque risultava realmente compiuto solo come estremità di un triangolo che vedeva protagonisti anche John Lurie e Richard Edson – solo nei film a episodi come Night On Earth e Coffee and Cigarettes. E invece il vero paesaggio attraversato da Bill Murray, al di là delle pianure e delle montagne che si susseguono, è proprio identificato nei primi piani di Sharon Stone, Frances Conroy, Jessica Lange, Tilda Swinton e Julie Delpy (l’ultima delle sue conquiste e colei che darà vita a tutta la vicenda). Ma anche al di fuori di queste considerazioni Broken Flowers è un film di donne conquistate e di donne desiderate: Don è infatti soprannominato “Don Giovanni”, sullo schermo del suo televisore scorrono le immagini di The Private Life of Don Juan di Alexander Korda interpretato dal mitico Douglas Fairbanks, e più ancora delle donne del passato contano i corpi e gli sguardi delle donne del presente, come la giovanissima Alexis Dziena o Chloë Sevigny. Due ragazze che potrebbero tranquillamente essere sue figlie, come potrebbe essere suo figlio il ragazzo che incrocia due volte al ritorno a casa.

E qui la vicenda raggiunge la sua catarsi, virando decisamente su toni cupi e pessimisti: il viaggio di iniziazione è compiuto, la maturazione è stata raggiunta, ma non vi è alcuna salvezza in questo, non vi è in realtà nessuna via d’uscita. Così come il mistero iniziale (chi avrà spedito quella lettera?) che aveva dato vita al plot sfumandolo lievemente sul giallo – e permettendo la scrittura di un personaggio solo apparentemente di contorno come il vicino di casa Winston, interpretato ottimamente da Jeffrey Wright; il rapporto tra culture diverse, già perscrutato in tutte le opere precedenti, trova ulteriore variazione sul tema – si risolve in un nulla di fatto o meglio, in una ricomposizione senza reale trauma, anche la consapevolezza della paternità non porta in Don alcun miglioramento, trasformandosi da subito in ossessione, sogno irraggiungibile. Quel sogno (americano?) che è da sempre negato con forza dal cinema essenziale di Jarmusch, che a ridosso dell’uscita di Mystery Train si trovò a dire: “Il mio film può essere considerato indirettamente politico, nel senso che non è costruito per magnificare l’ideologia di cui oggi sono preda gli Stati Uniti. Questo, per esempio, è quello che fa un regista come Spielberg, nei cui film tutti sono capitalisti o almeno piccolo-borghesi, tutti credono in Dio e hanno gli stessi valori: politicamente lo trovo davvero disastroso e spregevole. Con questo non voglio dire che Spielberg sia un fascista, ma che non pensa politicamente: considera semplicemente questa America come una specie di sogno, come un ideale”.

E dunque anche alla luce di queste riflessioni lo sguardo finale sul nulla, primo vero contatto visivo tra Don e la realtà che lo circonda (sintetizzato splendidamente dal primo movimento di macchina vorticoso dell’intero film, con la macchina da presa a girare intorno al personaggio), diventa uno sguardo perduto sull’irraggiungibile. “Nascono alcuni ad infinita notte” scriveva due secoli fa William Blake: quella notte/morte che era diventata palese negli ultimi film di Jarmusch torna a farsi metaforica, ma non cambia l’essenza del percorso del suo autore. Così come nel corso di venticinque anni di regie non sono cambiati l’uso degli spazi e dei tempi, l’utilizzo estremamente parcellizzato dei movimenti di macchina – eppure quant’è inconfondibile il carrello laterale ad accompagnare il postino nella prima sequenza! –, i silenzi e l’acutezza dei dialoghi.
Un esempio di cinema sublime che aggiunge un ulteriore tassello in quello che potrebbe diventare il suo film più incompreso (proprio per la sua maschera di genere così forzatamente rispettata da un punto di vista strutturale). Ai posteri l’ardua sentenza.

Info
Il trailer di Broken Flowers.
Broken Flowers su canale Movies.
Una sequenza tratta da Broken Flowers.
La colonna sonora di Broken Flowers su Amazon.
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