Quando l’amore brucia l’anima

Quando l’amore brucia l’anima

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Biopic schematico e dedito a motivazioni freudiane, Quando l’amore brucia l’anima di James Mangold poggia tutto sui suoi interpreti, ma non riesce a ritrarre lo spirito indomito di Johnny Cash.

La mia droga si chiama June

La vita di Johnny Cash, dall’infanzia agli esordi, dal concerto del ’68 nella prigione di Folsom all’amore per June Carter, in un vortice di successi ed eccessi degno di una leggenda. [sinossi]

Esiste una certa tendenza che gli sceneggiatori hollywoodiani tengono sempre ben presente quando si adoprano alla stesura dello script di un biopic, specie se si tratta di narrare la vita di una leggenda musicale. La ricetta è semplice, gli obiettivi palesi: si prende l’autobiografia del personaggio e si focalizza l’attenzione sui traumi infantili che l’hanno reso così grande e maledettamente dannato, in base ad essi si motiva poi qualsiasi sua azione. La mistura riesce perfettamente se è la morte di un consanguineo a procurare il trauma, meglio se di un fratello quasi coetaneo e se magari tale evento luttuoso è avvenuto in circostanze violente o persino grottesche: in tal modo il fruitore non avrà da porsi troppe domande sul comportamento da outsider del protagonista. Poi naturalmente bisogna selezionare degli interpreti validi, sottoporli a una full immersion mimetica fino al dettaglio e se possibile fargli interpretare le principali hit della star, così anche premi ed encomi sono garantiti.

Il parallelo che qui si intende istituire, in maniera non troppo velata è chiaro: Ray e Quando l’amore brucia l’anima (Walk the Line, in originale) vantano la medesima, rigida e fuorviante struttura e sono evidentemente il sintomo di una “maniera” che informa la redazione delle sceneggiature dei biopic su celebri musicisti destinati al grande pubblico. Queste due pellicole dal ferreo sviluppo e dagli interpreti pluripremiati vantano poi un prezioso antecedente, rintracciabile nello sfortunato episodio carpenteriano di Elvis (1979). Anche nel film di Carpenter l’esistenza borderline era motivata dal decesso del fratello gemello dell’idolo di Memphis, presenza spettrale che ossessiona il protagonista per tutto il corso del film, contribuendo a produrre effetti bizzarri e piuttosto kitsch.
Insomma, il pubblico va stimolato, ma soprattutto intrattenuto, tutto deve essere spiegato con cura millimetrica, per cui occorre non solo rintracciare delle motivazioni solide alla base dei comportamenti dei personaggi, ma anche giovarsi di una interpretazione da psicanalisi da rotocalco scandalistico, insomma intellettuale, ma non troppo. Certo che, chi ha conosciuto Johnny Cash attraverso la sua meravigliosa, evocativa voce, non ritroverà nulla del mistero e dell’angoscia che questa sa evocare nel film di James Mangold. Cash (Joaquin Phoenix) secondo Mangold è un uomo logorato (ecco allora che Phoenix aggrotta perennemente la fronte) dal conflitto tragico tra vita da star dissoluta, con contorno di dipendenza da stupefacenti e dell’amore per una donna, la dolce June (Reese Witherspoon) della famiglia Carter, storica protagonista del country più tradizionale.

L’incipit del film è promettente: si tratta del giorno memorabile del concerto nella prigione di Folsom, vero e proprio turning point nella carriera di The Man in Black, per cui giustamente Mangold fa partire da qui il ricordo del protagonista. Ma lo spettatore non ha nulla da temere, la struttura a flashback non lo tormenterà a lungo, nella scena successiva Johnny bambino è con il già citato fratello, ascolta alla radio una performance canora della famiglia Carter e impara a riconoscere la voce della tenera June. In seguito Johnny vive il dramma della morte del fratello e il relativo astio paterno, poi riesce a dare sfogo alla sua creatività grazie all’incontro con Sam Phillip, che lo rende una star della country music e lo porta in tournée con Jerry Lee Lewis, Elvis e, naturalmente, June Carter. Memorabile la scena che segna l’incontro fatale con le droghe, quando in una serata goliardica fra colleghi in tour Cash viene invitato ad assaggiarle con la motivazione: “le prende anche Elvis”, segue inquadratura del divo strafatto.

Appoggiandosi dunque a motivazioni freudiane usurate e risibili, Quando l’amore brucia l’anima accantona le sfaccettature della personalità di Cash e si affida completamente agli interpreti, che forniscono due valide performance. Straordinariamente misurata la prova di Reese Witherspoon (premiata con l’Oscar), meno efficace quella di Phoenix, un po’ troppo affezionato all’aggrottamento di cui si è detto, ma redenta poi dal doveroso sforzo canoro, che infallibilmente ci persuade della sua bravura.
In realtà il migliore biopic su Johnny Cash è già stato fatto, si tratta di un estenuante carrello a recedere che parte dal suo volto sfatto, gonfio e segnato, per includere le portate barocche e marcescenti di un sontuoso banchetto che è già stato consumato. La fotografia è molto contrastata, sullo sfondo tendaggi neri di velluto, rilucono solo le portate dorate e il volto spettrale dell’interprete, dalla cui bocca fuoriescono parole dense di amaro rimpianto, mentre scorrono alcune sequenze che lo raffigurano all’apice della carriera. Si tratta di un videoclip, il regista è Mark Romanek e l’interprete lo stesso Cash, mentre la canzone è Hurt dei Nine Inch Nails, ballata satura di un cupo nichilismo, perfetta per gli adolescenti con l’anima e i vestiti tetri, ma anche per un uomo in nero che sigla il suo epitaffio (era il 2003). Chiunque abbia visto questo piccolo capolavoro di economia narrativa di certo avrà quanto meno la percezione che Quando l’amore brucia l’anima sia un film incompleto, una semplice love story hollywoodiana, che tralascia quello che dovrebbe essere il suo oggetto d’elezione: la musica, la soddisfazione che provaca, le misteriose dinamiche che animano la creatività.

Ci pervade la sensazione che sia imminente un sequel (cosa piuttosto improbabile) dove ci venga raccontata tutta quell’altra parte della carriera di Cash che segue la realizzazione della sua storia d’amore e che include anche la splendida fase finale, con quelle American Recordings, in cui Cash rilegge brani di altri come se fossero sempre stati suoi.
Una scena su tutte in Quando l’amore brucia l’anima si dimostra però efficace a restituire i dolori del giovane Cash: in un paesaggio da idillio rurale è in corso la sua disintossicazione e June e la sua famiglia attendono la redenzione di Johnny che espia i suoi peccati contorcendosi in preda alla crisi d’astinenza. Il protagonista si è riappropriato del paesaggio che ha più volte cantato e ha fatto la pace con le sue radici e il passato doloroso, la storia d’amore (e il film) sta per trovare la sua lieta soluzione, ma la voce di Cash ha ancora molto da raccontarci. Probabilmente non è i cinema il luogo in cui “l’anima di un uomo non muore mai”.

Info
Il trailer di Quando l’amore brucia l’anima.
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