La querelle Huillet

La querelle Huillet

Il resoconto doloroso della vergognosa bagarre a cui si è assistito alla Festa del Cinema di Roma durante l’omaggio alla memoria di Danièle Huillet.

Si è già avuto modo di stigmatizzare il comportamento becero di quel manipolo di persone che al Palagalileo rumoreggiò durante la proiezione per la stampa di Quei loro incontri, ultimo (ahimé) lungometraggio diretto da Jean-Maire Straub e Danièle Huillet.
Danièle Huillet è morta pochi giorni fa; un avvenimento tragico passato in un silenzio mediatico quasi irreale. Al di là di Raitre e de «Il Manifesto», unici organi d’informazione ad aver dato risalto alla notizia. Ma se sono impegnato nella stesura di questo articolo, se sento di doverlo redarre in prima persona, è per qualcosa di diverso e di assai più grave: alle 19.30 di sabato 14 ottobre ero alla Festa del Cinema di Roma, seduto in galleria nella Sala Sinopoli in attesa dell’inizio di Jardins en automne di Otar Iosseliani. Maria Teresa Cavina, dal palco, avverte che la programmazione verrà arricchita da un fuori programma, come omaggio della Festa alla memoria della Huillet, con la partecipazione degli ospiti Iosseliani e Michel Piccoli, e che verrà quindi proiettato uno degli ultimi lavori della coppia di cineasti, Chambre à gas, chaise éléctrique, prodotto da Fuori orario (ed Enrico Ghezzi è presente in sala) e incentrato sulla rivolta dei casseurs a Parigi lo scorso anno. In particolare l’opera si riferisce alla morte di due ragazzi arsi vivi in una centrale elettrica, nel tentativo di sfuggire a una carica della polizia.
Parte il film, che si compone di cinque quadri per poco meno di dieci minuti di durata; ogni quadro propone una panoramica da sinistra verso destra, da un cancello con una scritta che consiglia di non gettare via la propria vita al cielo, seguita da una contropanoramica più rapida verso sinistra che termina sulla centrale elettrica.

Chiunque abbia una coscienza anche solo superficiale del senso della messa in scena nel cinema di Straub/Huillet capirà da questi scarni accenni sinottici come l’opera in questione non presenti nulla che esuli dalla “norma”.
Enrico Azzano, seduto accanto a me, profetizza malumore nella platea, ma nessuno dei due immagina l’indegna bagarre alla quale si andrà incontro di lì a poco: già all’inizio del secondo segmento si iniziano a sentire i risolini tipici di chi si sente a disagio, ma è dal terzo capitolo che gran parte della platea e della galleria prorompono in un boato animalesco e la sala si trasforma in una curva da stadio. Al grido di “basta”, “togliete questo schifo” e altre simili bestialità, il pubblico regala uno spettacolo ignobile, indegno non solo del festival, ma delle più basilari regole di rispetto. Rispetto obbligato, se non verso l’opera d’arte, quantomeno nei confronti dell’omaggio a un defunto. Perché è la consapevolezza della disumanità barbarica che mi sconvolge, anche a distanza di tre giorni; quella che, assecondando un luogo comune che dalle nostre parti è duro a morire, dovrebbe essere la coperta tesa a proteggere la cultura, ha mostrato in maniera inappellabile tutti i suoi paradossi, i suoi volti nascosti, la sua ipocrisia. E già, perché è stata una folla di esponenti della sinistra della “Roma bene” a prodursi nell’imitazione dei macachi in gabbia: se n’è avuta la controprova quando un applauso compatto ha accompagnato la critica di Iosseliani (che, ci è stato detto, si è allontanato sdegnato dalla sala durante il pandemonio precedente) all’operato di Putin e Berlusconi.
E allora sarebbe il caso di chiedersi da dove si debba partire per affrontare seriamente la crisi culturale in cui versa l’Italia; che senso ha organizzare manifestazioni artistiche quando si ha a che fare con un uditorio incapace di sopportare otto minuti di film e di comprendere il senso di un omaggio così doloroso e necessario?

Certo, si potrebbe ironizzare sarcasticamente (come hanno fatto altri) sulla dimostrazione di coerenza di chi ha accolto con versi belluini i lavori di Straub e Huillet per quaranta anni, e non ha cambiato faccia all’occorrenza solo per onorare un lutto, ma in questo momento non ci riesco. Anche perché quando capita di assistere a uno show di tale bassezza, con attrici statunitensi da decenni di stanza nel nostro paese che prima vanno a discutere con il proiezionista perché “il computer rimanda sempre la stessa scena” e, in seguito a un corso accelerato sull’estetica della coppia di registi prorompono in un basito “e lei questo lo chiama film?”, rimane veramente poco spazio per le risate.
Se la Festa di Roma aveva veramente intenzione di surclassare la Mostra di Venezia potrà dire di esserci, anche in minima parte, riuscita (anche se senza colpe specifiche): in confronto alla mostruosità esibita nel sabato romano, le risate che coprirono Quei loro incontri sembrano giochetti da educande.
Si chiedeva rispetto per la memoria di un’artista da sempre dissidente, e incidentalmente per quella di due ragazzi, martiri di un sistema che neanche li calcola, ma il pubblico veltroniano, con la testa occupata da première, star da fotografare, gossip à go-go, ha posto il veto.
Tutto a posto, la rincorsa all’élite dei festival europei procede senza intoppi: rimangono indietro, distaccati e oramai lontani, il cinema e l’umanità.

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  1. Trackback: EUROPA 2005 – 27 OCTOBRE (2006), di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet – CineLapsus.com

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