Sukiyaki Western Django

Sukiyaki Western Django

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Il senso dell’operazione portata avanti da Miike è sviscerato con dovizia di particolari fin dal titolo: Sukiyaki Western Django = un piatto tipico nipponico, il genere per eccellenza del cinema classico e una delle figure chiave dell’intrattenimento popolare italiano.

La guerra delle rose

Siate sinceri: alzi la mano chi non è stato pervaso da un vago senso di stordimento alla notizia che l’ultimo film di Takashi Miike, il più prolifico dei registi contemporanei – siamo arrivati oltre quota 70 film, e il Nostro ha solcato la soglia dei quarantasette anni -, fosse stato inserito nel Concorso Ufficiale della 64.esima Mostra Internazionale di Venezia. Effettivamente, finora, Miike aveva sempre visto collocare le sue creature in sezioni collaterali, finendo spesso per rimanere incompreso (come dimenticare l’epocale proiezione, in una sala Perla svuotatasi nel giro di pochi minuti, del meraviglioso Izo, selezionato in Orizzonti nel 2004?); non che il destino di Sukiyaki Western Django sembri spostare in maniera sensibile l’ago della bilancia degli umori del pubblico e della critica italiane nei confronti di quello che, a nostro parere, andrebbe salutato come uno dei geni più cristallini del panorama cinematografico dei nostri giorni.

Il senso dell’operazione portata avanti da Miike è sviscerato con dovizia di particolari fin dal titolo: Sukiyaki Western Django = un piatto tipico nipponico, il genere per eccellenza del cinema classico e una delle figure chiave dell’intrattenimento popolare italiano. Insomma, l’autore di Katakuri-ke no kôfuku/Happiness of the Katakuris e Full Metal gokudô/Full Metal Yakuza (per citare due delle nostre creature preferite), mette in scena un esercizio probabilmente ludico ancor prima che cinefilo: è come se la presenza nel cast di Quentin Tarantino, strombazzata a destra e a manca dagli organi di stampa di mezzo mondo, avesse prodotto in Miike l’effetto a metà tra il serio e il faceto che si è respirato di recente nei due grindhouses Death Proof/Planet Terror.

Considereremmo allo stesso modo un errore grave però ritenere Sukiyaki Western Django un “semplice” gioco per malati terminali della Settima Arte e niente di più: nelle pieghe di questa sorta di prologo apocrifo delle avventure di colui che ebbe il volto di Franco Nero e che qui è un piccolo bambino organo di padre si può trovare il riflesso di un intero percorso narrativo che, prendendo solo alla lontana il riferimento all’Arlecchino servitore di due padroni di goldoniana memoria (che era alla base di Yojimbo/La sfida del samurai di Akira Kurosawa e Per un pugno di dollari di Sergio Leone), arriva fino agli York, ai Lancaster e allo Shakespeare dell’Enrico VI. Ma non è neanche qui che si deve ricercare la firma posta in calce alla pellicola: l’istinto autoriale di Miike parte in apparente sordina – ma oltre allo spassoso incipit, dalla scenografia deliziosamente teatrale, non sottovalutate la regia ellittica della prima ora di film – per poi deflagrare in un crescendo finale delirante, estremo, deciso a portare alle estreme conseguenze ogni esigenza visiva. Il western disegnato da Takashi Miike non ha molto dell’epica dell’età dell’oro e neanche del riflusso crepuscolare, abitato com’è da convulsioni parossistiche, retaggi grandguignoleschi, svisate ai limiti del lisergico: è l’ennesimo canto al corpo non-morto (l’anziano Piringo nelle fogge di Tarantino, grasso, sfatto, costretto sulla sedia a rotelle, pallido come uno zombie) destinato a deturpazioni, cesure, deformazioni di ogni tipo, in un universo in cui la mutilazione è parte integrante dell’esperienza umana – il galoppino dei “White” che si ritrova con una katana conficcata nel cranio e cerca, comunque, di ripassare la mossa che avrebbe dovuto anticipare il colpo, che sembra arrivare diritta diritta da Koroshiya 1/Ichi the Killer – e il transgender si eleva a vera e propria scelta di vita.

Siate sinceri: siete ancora convinti che l’idea di inserire nel Concorso Sukiyaki Western Django, ufficialmente primo western diretto da Miike (e chi ha dimestichezza con la sua filmografia non potrà non concordare con noi nell’affermare che già in passato il genere aveva fatto capolino, e più di una volta), sia stata solo un’imperdonabile svista di Marco Müller?

INFO
La scheda di Sukiyaki Western Django sul sito della Dynit.
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    the-happiness-of-the-katakurisThe Happiness of the Katakuris

    di Oggetto di culto difficile da maneggiare, il film di Takashi Miike è un folle pastiche ultra-pop in cui tutto viene frullato in maniera indiscriminata, dall'animazione al disaster movie, dall'horror al musical.

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