Invincibile

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Con Invincibile, che esce in sala a ben sette anni di distanza dalla sua presentazione veneziana, Herzog torna all’opera di finzione per mettere in scena – nel ritratto di un erculeo ebreo vissuto nella Germania nazista – la perenne lotta dell’uomo contro la natura, in un universo dominato dal caos.

L’inutilità della forza

Zishe Breitbart è un giovane ebreo dotato di incredibile forza fisica. Lavora con suo padre come fabbro in un piccolo villaggio. Un impresario tedesco lo nota e gli propone di andare a lavorare per lui a Berlino. Dopo qualche indecisione Zishe accetta e diventa un’attrazione del “Palazzo dell’occulto di Hanussen”, dove si esibisce travestito da eroe germanico con il nome di Sigfrid. [sinossi – Wikipedia]

Nessuno ha mai avuto dubbi sul fatto che l’arrivo dell’estate rappresentasse l’occasione, per le case di distribuzione nostrane, di rovistare nei cassetti stipati di materiale accumulato nel corso degli anni; anche durante questa stagione non sembra essere in corso alcuna deviazione da una prassi oramai consolidata. Ne sono dimostrazione due film usciti in sala nelle ultime due settimane: La canzone più triste del mondo di Guy Maddin e Invincibile di Werner Herzog. Se il primo ha avuto modo di approdare sul grande schermo solo a distanza di cinque anni dalla sua produzione, il film di Herzog ha dovuto attendere la bellezza di sette anni; risale infatti al 2001 la sua partecipazione al Festival di Venezia. Fragorosi applausi accompagnarono allora i titoli di coda, tanto che ci lasciò stupefatti l’assenza di Invincibile nei listini delle case di distribuzione: ma questo era tempo fa, e non speravamo più, lo ammettiamo candidamente, in una uscita (anche solo in dvd) della pellicola.

Piacevolmente smentiti, dunque, ci apprestiamo a entrare nel cuore della disamina. È giusto precisare fin da subito come Invincibile sia una pellicola herzoghiana in ogni sua declinazione: la storia di questo ragazzo ebreo straordinariamente forte, costretto a esibirsi come attrazione da baraccone mentre il suo popolo vive sulla propria pelle l’acuirsi della politica antisemita del Partito Nazional-socialista tedesco, racchiude tra le sue pieghe l’intero corpus etico e cinematografico di Herzog. L’uomo in perenne lotta contro la natura, l’universo governato dalla violenza e dal caos, l’anelito alla perfezione costantemente inibito, violato, censurato (e in questo è perfetta la scrittura del personaggio interpretato da Tim Roth, ebreo costretto a fingersi ariano, elemento d’attrazione spettatoriale così come il suo “fenomeno della natura” lo è per il pubblico di nazisti che frequenta il suo locale), l’impossibilità della ricomposizione, sono schegge di poetica che Herzog porta con sé da quasi quarant’anni; se lo Zishe Breitbart interpretato da Jouko Ahola, ebreo che per lavoro interpreta Sigfrido, il simbolo culturale più fulgido del Terzo Reich, può essere letto in fin dei conti come una versione aggiornata di Kaspar Hauser, l’Hersche Steinschneider portato in scena da Tim Roth è un nuovo Aguirre, un nuovo Brian Sweeney Fitzgerald, un nuovo Lance Hackett, in una linea continua che lega questi personaggi in perenne lotta con il loro tempo e il loro spazio, pronti a lanciare sfide direttamente a Dio pur di raggiungere il proprio scopo ultimo.
A questo proposito è interessante notare come si conformi a questo discorso anche il Dieter Dengler protagonista del documentario Little Dieter Needs to Fly (1997), e sul cui personaggio Herzog ha poi costruito lo splendido Rescue Dawn (2006), suo ultimo lungometraggio di fiction ancora criminosamente dimenticato dalla distribuzione italiana. Insomma, un fil rouge che attraversa l’intera carriera di questo monolite del cinema mondiale, in cui l’uomo non può far altro che portare alle estreme conseguenze la tenzone che lo anima e che determina il suo destino, sempre catastrofico, sempre impossibile da delimitare, sempre superiore all’uomo stesso. Il catastrionfo (per usare un termine, rubato a Enrico Ghezzi, che colpisce perfettamente nel bersaglio) è l’unica possibile scelta che viene concessa all’umanità; in Invincibile il peso di questo è reso ancor più insostenibile dalla collocazione storica della vicenda. “L’uomo più forte del mondo” diventa dunque il Golem, unica possibile salvezza per il popolo ebraico; ma neanche il Golem, l’uomo indistruttibile, può venir meno al suo scontro con la geografia del caos a cui facevamo riferimento in precedenza, ed è dunque costretto a soccombere, stremato dallo stesso sistema che l’ha sfruttato per rendersi più forte, più accattivante, più seducente.

In una costruzione classica ed estremamente solida (e in questo qualche sprovveduto ha avuto il coraggio di leggere un’accettazione dei dettami dell’industria!), Werner Herzog ci rende partecipi per l’ennesima volta della sua visione del mondo, dimostrandosi alla prova dei fatti l’unico cineasta contemporaneo in grado di saper esprimere la propria poetica tanto con le opere di finzione quanto con quelle documentarie, avendo l’acume e il coraggio di abbracciare anche la sublime fusione tra i due.

Info
Il trailer di Invincibile su Youtube.
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