Toys ‘r Us

Toys ‘r Us

Iridella e G.I. Joe sono la stessa cosa. Ovverosia l’ennesimo discorso sui generi, e su un macrogenere in particolare: il Toy Commercial Toons.

La pubblicità è l’anima del commercio
Luogo Comune
La pubblicità è il commercio dell’anima
Marcello Marchesi
We’ll try again next week
Magilla Gorilla

Gennaio 1964. Il Grande Paese. Il 14 è il primo giorno di messa in onda per una serie animata (per quanto potessero esserlo quelle TV di Hanna & Barbera negli “swinging sixties”) rivoluzionaria. Non fraintendiamo, le tecniche messe a punto per risparmiare in rodovetri  e lo humour bonario portano il marchio di fabbrica che ha fatto il successo dei Flintstones di Yogi, ma qualcosa, nel processo produttivo, cambierà il modo di pensare la serialità televisiva nell’animazione americana (e non solo …) per quasi trent’anni. La serie in questione, misconosciuta ormai in patria e solingo memento nostalgico per baby boomers pre-Goldrake in Italia, è un classico Saturday Morning Cartoon di mezz’ora, Magilla Gorilla. Ideato in collaborazione stretta con la Ideal Toys, infatti, lo show di cui sopra nasce prima di tutto come un’operazione di merchandise per spacciare giocattoli e gadgets del primate pacioccone. La struttura degli episodi stessa, conscia della situazione di puro prossenetismo per piccini più che un gruppo di intellettualoidi neomarxisti dell’epoca, si rivela di una furbizia sulfurea: Magilla è merce già dalla sigla, We’ve got a gorilla for sale, che riassume per noi la sua situazione di unico “pet” invenduto nel negozio per animali di Mr. Peabody, iracondo e sconsolato quando “l’animaletto” viene inevitabilmente reso dagli acquirenti alla fine di ogni episodio. L’unica compratrice veramente interessata, nonché meccanismo identificativo per gli spettatori target, la piccola Ogee, non riesce -sniff- mai a mettere insieme la somma necessaria, contribuendo con i suoi reiterati “How much is that gorilla in the window?” alla pervicacia di questi trenta minuti di spot. Bon, ecco tutto!

Da questi prodromi si svilupperà, soprattutto negli anni reaganiani della deregulation televisiva, la quasi totalità dell’animazione di massa catodica americana [1]. 1984. Il Grande Fratello si prende cura dei fratelli minori. La United States Federal Trade Commission rimuove la proibizione che impedisce il proliferare di serie legate a doppio filo a linee di giocattoli. Inizia l’invasione. I primi, e più di successo, a sfruttare il neonato vuoto legislativo sono tipetti che di sfruttamento minorile se ne intendono: Mattel e Hasbro, lobbisti leader nel settore giocattolo, che stavano preparando la mossa con gli studi Marvel Animation e Filmation da almeno 4 anni. Transformers, G.I. Joe, e He-Man and the Masters of The Universe sono i frutti, profittevoli oltre ogni dire, di tali collaborazioni. Il florilegio di prodotti derivativi che segue questi pionieri inonda di serie pressoché inguardabili, ma economicamente molto performanti, i teleschermi per tutti gli anni a venire. Il modus operandi “Toy Commercial Toons” diventa sinonimo di animazione per ragazzi, ed anche prodotti che partono da media diversi per approdare solo in seguito ai Network, come le tartarughe Ninja in quadricromia e gli Orsetti del Cuore [2], subiscono lo stesso trattamento.

L’animazione televisiva americana recupererà altre strade, alternative almeno in parte alla sinergia Gioco/Cartone, ma, anche nei suoi esempi meno legati al pubblico infantile o preadolescenziale, come i Simpsons e South Park, non rinuncerà ai profitti facili grazie al merchandise. Certo, tramite inside jokes ne metterà a nudo, irridendola, la pratica. E arriverà a far collassare, nello Helzapoppin a passo uno Robot Chicken, la merce per decenni propagandata tramite il medium, il giocattolo, e il medium stesso. Ma, come volevasi dimostrare, mai abbandonerà la strategia. Consci quanto gli sceneggiatori di Magilla lo erano stati prima di loro, ma un po’ più liberi, i creatori del Pollo Robotico sembrano volerci ricordare, in una televisione strettamente commerciale, che si basi sulla pubblicità in toto o in parte ha poca importanza, come i generi(narrativi) possano anche collassare in un magma di sketches in cui Mio little Pony dell’apocalisse e i Thundercats si affiancano, purché i generi(di consumo) rimangano bene in vista nella vetrina. Soprattutto adesso, che le Ogee hanno paghette più alte.

Nicola Ramponi è un tizio coerente che colleziona Micronauti.
Note
1. Il primo vero grande successo, nell’attuare questa strategia, rimangono però le macchinine Hot Wheelsdella Mattel, frutto dei lobi di Bernard Loomis (futuro sviluppatore Marketing per Guerre Stellari), lanciate nel 1969 e oggetto del desiderio anche dei frugoli italiani per svariati decenni. La serie, per evitare grane con la Federal Communication Commision, viene comunque presentata tout court come Advertising Time.
2. In origine autoctoni di zuccherose cartoline d’auguri.
Info
La scheda wikipedia di Magilla Gorilla.
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