L’Heure d’été

L’Heure d’été

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Olivier Assayas affronta l’elaborazione del lutto in L’Heure d’été, un’opera complessa e ammaliante.

Seppellitemi nei miei ricordi

In una bella giornata d’estate, nella loro casa di famiglia a Valmondois, Frédéric, Adrienne, Jérémie e i rispettivi figli festeggiano i 75 anni della loro madre, Hélène Marly nata Berthier. La donna ha passato la sua intera vita a preservare l’opera di suo zio, il pittore Paul Berthier. Qualche mese dopo, Hélène muore. I figli si trovano a confrontarsi con gli oggetti del passato, visto che la casa è quasi un piccolo museo. Bisogna vendere? No… Ma Jéremie vive in Cina e Adrienne a New York. La famiglia riuscirà a rimanere unita? [sinossi]

Nel cinema francese contemporaneo sembra agitarsi, sottopelle, un’inarrestabile spinta verso la ricerca della memoria, in un abbandonarsi ai flutti della nostalgia che nasconde al suo interno il desiderio di rinascita e purificazione. Tra i cineasti nei quali viene naturale identificare questo approccio poetico, i risultati più mirabili sono stati raggiunti da Arnaud Desplechin e Olivier Assayas; ed è decisamente singolare riscontrare come L’Heure d’été, ultimo parto creativo di Assayas, presenti dei tratti in comune con L’Aimée, documentario autobiografico portato a termine da Desplechin nel 2007 e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia.

In entrambi i casi il centro della questione è la ricerca della propria memoria familiare, in entrambi i casi il luogo deputato a questa caccia al tesoro dei propri sentimenti è una splendida casa nella quale i protagonisti hanno passato l’infanzia, in entrambi i casi l’elaborazione della memoria e del lutto non rappresenta necessariamente un’accettazione della condizione umana nella quale ci si trova. L’unica sostanziale differenza (ma non si tratta di un punto da sottostimare) è che Assayas sviluppa la trama senza andare a rovistare nei ricordi e nella storia personale: L’Heure d’été racconta la vita di una famiglia dell’alta borghesia parigina, sconvolta dall’improvvisa morte della madre. I tre fratelli (straordinari Charles Berling, Juliette Binoche e Jérémie Renier, ma l’intero cast – da una commovente Isabelle Sadoyan nella parte della fedele domestica fino all’astro nascente Emile Berling, visto anche nello straordinario Un conte de Noël del solito Desplechin – meriterebbe ovazioni reiterate) saranno costretti a scontrarsi contro la vita che li sta inesorabilmente allontanando gli uni dagli altri. Al di là di questi pochi cenni sinottici è realmente arduo cercare di restringere L’Heure d’été nei recinti, soffocanti e claustrofobici, della narrazione classica: come già altrove, Assayas si dimostra maestro nel cogliere al volo gli umori e le atmosfere che vengono a crearsi sul set. Il suo cinema non è mai costruito ad arte, ma procede piuttosto per strappi, lacerazioni, sforzandosi di trovare la via più percorribile in una gimkana fatta di saliscendi, vortici avviluppanti, risucchi e secche: la scrittura, la tessitura accurata e particolareggiata di cui si può fregiare la sua arte, scaturisce direttamente dai corpi che vengono messi in scena e dalle azioni che compiono. Il cinema diventa dunque un atto liberatorio, eversivo per sua stessa costituzione, scioccante e imprevedibile: tutti pregi facili da scoprire tra gli anfratti dolorosi e angoscianti di cui è composto L’Heure d’été, ai quali c’è da aggiungere la sincerità. Assayas non cerca mai lo sguardo complice dello spettatore, ma sarebbe un errore imperdonabile scambiare questa prassi per un gesto intellettuale sottilmente snobistico; l’autore di L’Eau froide (forse la pellicola che viene più naturale posizionare accanto a questa, e non solo per l’evidente autocitazione del finale), Irma Vep, Désordre e Fin août, début septembre, per citare le opere alle quali ci consideriamo più legati, non va alla ricerca del consenso tacito del suo pubblico per il semplice fatto che non ne ha bisogno, e non ne ha bisogno perché non v’è menzogna nel suo cinema, non esiste un furbo gioco di accettazione della finzione.

Ed è proprio la sincerità con cui L’Heure d’été ci sprofonda dentro a lacerarci fino a farci sanguinare: perché siamo di fronte a uno dei film più dolorosi e strazianti che ci sia capitato di incontrare negli ultimi anni. Senza mai scivolare nella retorica del lutto e senza mai farsi affascinare dalla comoda scappatoia del pianto e dell’autocommiserazione, ma lavorando anzi di contrappunto, cercando e trovando le parole migliori per racchiudere un concetto universale e inaccettabile come la morte: la sequenza casalinga tra fratelli e rispettivi coniugi subito dopo la morte della madre, il lungo dialogo tra Charles Berling e sua moglie al museo (straordinaria per la capacità di semplificare l’insondabile complessità della consapevolezza della perdita è la riflessione sulla difficoltà di riconoscere la scrivania della madre ora che è esposta in un luogo pubblico, staccata dalla sua essenza vitale, dalla sua più profonda “necessità”) e soprattutto il lungo finale della festa organizzata dai figli adolescenti di Berling sono paradigmi perfetti di un cinema puro, mai ricattatorio. E quando la nipote della defunta ricorda sua nonna, anni prima, pronta a profetizzarle che una volta cresciuta e diventata donna anche i suoi figli avrebbero considerato quella casa come la propria è veramente difficile non lasciarsi andare alle lacrime, senza pentimento alcuno o vergogna. Perché esistono opere di fronte alle quali è necessario e giusto abbandonarsi ai sentimenti più profondi, quelli che non abbiamo il coraggio di esporre allo sguardo e (non sia mai!) al ludibrio della gente: non è facile incontrarli, film di questo genere, e sono da considerare perle preziose. Se quindi vi capitasse di imbattervi ne L’Heure d’été, non sprecatelo. Sarebbe un errore imperdonabile.

Info
Il trailer de L’Heure d’été.
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