The Orphanage

The Orphanage

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The Orphanage di Juan Antonio Bayona è un grande omaggio a Henry James e a Giro di vite, ma guarda con insistenza al cinema spagnolo a ridosso della caduta della dittatura franchista, con echi di Victor Erice e Narciso Ibáñez Serrador. Un racconto tra orrore e melodramma che conquista, e sembra indicare la nascita di un nuovo autore europeo.

Madre Coraggio

Laura ha trascorso un’infanzia felice in un orfanotrofio (un’isolata dimora poco lontana dal mare, nelle Asturie), amata dal personale quanto dagli altri bambini orfani, che lei ha amato come fossero fratelli e sorelle. Trent’anni dopo decide di ritornare all’orfanotrofio, ormai abbandonato, insieme al marito Carlos e al figlio adottivo Simón affetto da HIV, per riaprirlo come casa famiglia per bambini con Sindrome di Down. Subito però, l’alone di mistero di quel luogo sembra stimolare la fantasia del figlio, che comincia a tessere una tela di storie fantastiche e di «amici immaginari», che vengono ascoltate con disagio da Laura. Mentre il padre Carlos rimane scettico, credendo che il figlio si stia inventando tutto, Laura piomba nelle irreali storie del figlio, che divengono reali, facendo riemergere dall’oblio ricordi tormentosi della propria infanzia. [sinossi]

In principio fu Giro di vite.
Esistono elementi chiave, del tutto imprescindibili quando si vuole avere a che fare con la letteratura gotica, che fungono da ideale fil rouge di un lungo e intricato percorso cinematografico che, partendo dal già citato capolavoro di Henry James (la cui traduzione più fedele sullo schermo è il clamoroso Suspense di Jack Clayton, con una monumentale Deborah Kerr), arriva fino a The Others di Alejandro Amenábar, toccando di recente anche lidi decisamente lontani dalla cultura anglosassone nella quale fiorì il romanzo gotico – si veda alla voce The Unseeable del regista thailandese Wisit Sasanatieng. Questi elementi sono sia atmosferici (il terrore che si trova inesorabilmente a scontrarsi con la ricerca del sublime) che puramente materiali (grandi magioni dai corridoi lunghi e bui, isolamento dai centri cittadini, porte che scricchiolano nella notte, fugaci apparizioni di fantasmi); preambolo a parte, si può affermare che El Orfanato/The Orphanage rientra perfettamente nei codici base del gotico. L’opera prima del trentatreenne Juan Antonio Bayona – a lanciarlo sulla cresta dell’onda molto lavoro per il mondo dei videoclip, e l’ottimo cortometraggio El Hombre Esponja, girato nel 2002 -, da un punto di vista prettamente “panoramico” pone lo spettatore davanti a una grande villa dispersa nella campagna, rumori dei quali è davvero difficile trovare una provenienza, e naturalmente un gran numero di ectoplasmi.

E c’è da dire che la funzione orrorifica di The Orphanage appare come un ingranaggio oliato alla perfezione: ci si spaventa con facilità, e si prova un persistente e fastidioso sentimento di inadeguatezza alla visione. Con il suo stile classico e controllato (unica disubbidienza al rigore visivo che Bayona si è dato, quel teleobiettivo sparato su marito e moglie in disperata corsa sulla spiaggia: scelta spiazzante ma che colpisce il centro con notevole precisione) Bayona tiene il suo pubblico appeso a un filo, ondeggiante sulle molteplici possibilità di fuga della storia che sta mettendo in scena. E già, perché The Orphanage è tutto tranne che un horror, pur non potendo essere altro che un horror: ma occorre procedere per gradi… Questa disamina si è aperta ponendo Henry James nella posizione di padre tutelare della pellicola e, ça va sans dire, di un intero approccio estetico, ma il film di Bayona non si limita di certo solo a questo. Al di là della componente più direttamente gotica, si muove sottotraccia una deriva cinematografica completamente diversa: prima ancora di raccontare una (sublime) storia di fantasmi, The Orphanage è la messa in scena, straziata e straziante, di un percorso – prima involontario, in seconda istanza necessario – di regressione: nel suo ritorno all’orfanotrofio che l’ha vista crescere, Laura non può far altro che lasciarsi gradualmente andare a ritroso nel tempo. Quando i piccoli fantasmi cercheranno in lei una compagna di giochi (tacito accordo per permetterle di ritrovare l’adorato figlio scomparso), la donna non opporrà la minima resistenza per il semplice fatto che in realtà sta giocando da sempre, dall’inizio del film.

Intelligentemente Bayona non schiaffa in faccia allo spettatore una verità, costringendolo ad accettare o meno il punto di vista del regista, ma lavora piuttosto in maniera ambigua, sposando al fantasy e all’horror un umanesimo profondo e sincero, che riporta alla mente il mai dimenticato capolavoro di Victor Erice Lo spirito dell’alveare, non a caso alla base anche de Il labirinto del fauno di Guillermo Del Toro, qui nelle vesti di produttore esecutivo (tra i gioielli partoriti lanciando ben più di uno sguardo al film di Erice è giusto ricordare anche Je m’appelle Elisabeth di Jean-Pierre Améris). Muovendosi dunque su campi non perfettamente collimanti, quando non direttamente opposti tra loro, Bayona trascina la sua pellicola trasformandola in una grande storia di colpa e redenzione, accarezzando con mano lieve e mai compiaciuta le ambiguità proprie di una narrazione che non vuole svelare la sua natura ultima: Laura sta immaginando ciò che le accade o lo sta vivendo realmente?
In questo senso diventa essenziale, e dimostrazione di un ingegno cinematografico che non pare davvero il caso di minimizzare, la lunga sequenza con la medium (interpretata da Geraldine Chaplin, chiaro omaggio di Bayona al cinema spagnolo della transizione dal franchismo alla democrazia, incarnato in particolar modo da Carlos Saura) che si aggira per casa. Sembra di assistere a una scena orrorifica, e il timore è quello di dover saltare sulla sedia da un momento all’altro, quando invece Bayona sta conducendo per mano il suo pubblico in un percorso di dolore e melodramma, in cui l’horror non è ciò che si deve aspettare di vedere sullo schermo, ma piuttosto il rimosso, i piccoli detriti che si formano ai lati della storia e la lambiscono, facendovi capolino di volta in volta. Un viaggio affascinante e insolito, lontano dalle chimere del genere e deciso a muoversi senza costrizioni nel panorama cinematografico spagnolo ed europeo. Prova di forza di un regista giovane ma dall’avvenire assicurato (ma si vedrà cosa verrà fuori dal progetto hollywoodiano Hater, interessante incursione nelle paranoie complottiste post-11 settembre, sempre prodotto da Del Toro), che ha regalato una delle più dolci fiabe oscure degli ultimi anni.

Info
Il trailer di The Orphanage.
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