Tony Manero

Tony Manero

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Tony Manero, titolo felicissimo, trascina lo spettatore in una realtà alienante, dominata dalla paura, dall’ansia: il protagonista, estraneo a qualsiasi ideale, è il riflesso di una società alla deriva, priva di riferimenti etici e morali. Un film duro, imperfetto, persino fastidioso ma, come a volte si usa dire, necessario. Dannatamente necessario.

Balla che ti passa

Night fever, night fever.
We know how to do it.
Gimme that night fever, night fever.
We know how to show it.
Night Fever, Bee Gees

Santiago del Cile, 1978. Il Paese è governato dal generale Augusto Pinochet, molte persone spariscono nel nulla e per alcuni La febbre del sabato sera è una sorta di filosofia di vita, un raggio di luce nel buio. Tra questi, il non più giovane ballerino Raùl Peralta (Alfredo Castro), uomo schivo, burbero. Il suo sogno, la sua ossessione, è trasformarsi in John Travolta e spiccare il volo verso il successo. La realtà, ben più dura, è una squallida compagnia di ballo che si esibisce in una sala “ristorante” microscopica, senza nessuna speranza di visibilità.

La speranza. La speranza non trova spazio nel duro e spietato lungometraggio scritto (con la collaborazione di Alfredo Castro e Mateo Iribarren) e diretto da Pablo Larraín, alla sua seconda regia dopo Fuga (2006). La stessa speranza che era stata annientata dalla dittatura fascista cilena, tanto cara alla patria dei musical. Tony Manero, titolo felicissimo, trascina lo spettatore in una realtà alienante, dominata dalla paura, dall’ansia: il protagonista, estraneo a qualsiasi ideale, è il riflesso di una società alla deriva, priva di riferimenti etici e morali. Raùl Peralta/Tony Manero è un perdente che, ad ogni costo, si aggrappa alla sua unica, illusoria, possibilità di riscatto. Un riscatto sociale, non morale. Una fuga dalla povertà lorda di sangue e ferocia. La luce in fondo al tunnel deve essere raggiunta con ogni mezzo, anche se si trattasse di tradire gli amici, compiere atti meschini, uccidere a sangue freddo. Si uccide per un televisore, per delle mattonelle di vetro: ma Raùl Peralta, ballerino dalle gambe sempre meno agili, non è un mostro, è il prodotto della degenerata società. Il grottesco (ai nostri occhi) protagonista della pellicola cilena, candidata agli Oscar 2008, uccide come uccidevano, senza batter ciglio, gli agenti del regime. Mostro tra i mostri, quindi normale. A diventare leggenda, in questo caso, erano altri.

Non sono tanto gli atti di violenza di Peralta/Manero a rimanere impressi, nonostante una certa brutalità, ma il contesto, l’atmosfera irrespirabile, la percettibile claustrofobia. Gli aspiranti Chuck Norris e i sosia di John Travolta, protagonisti per un giorno di una trasmissione televisiva sconfinatamente kitsch, sono gli evidenti segnali di uno smarrimento morale e culturale generalizzato. La storia, il passato, le proprie radici non hanno più senso, non hanno più importanza. La colonizzazione è avvenuta e il male può attecchire con maggiore facilità – ogni riferimento a nazioni bagnate dal mare e con splendide catene montuose è del tutto casuale, così come la velata critica al sistema televisivo e i conseguenti arretramenti culturali e morali. Del tutto casuale.

Pablo Larraín incolla spesso la macchina da presa addosso al protagonista, pedinandolo, scrutandolo e Alfredo Castro riesce a rendere con efficacia i risvolti grotteschi del proprio personaggio. Un’interpretazione sicuramente impegnativa dal punto di vista psicologico, visto il tenore di alcune sequenze: l’omicidio dell’anziana signora, i due amplessi, l’imbrattamento del vestito nuovo del suo giovane rivale e via discorrendo. Tony Manero è un film duro, imperfetto, persino fastidioso ma, come a volte si usa dire, necessario. Dannatamente necessario.

Info
Il trailer italiano di Tony Manero.
Tony Manero sul sito del Torino Film Festival.
Tony Manero sul sito della Quinzaine.
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