Two Lovers

Two Lovers

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Con Two Lovers James Gray firma un capolavoro che guarda all’umanesimo dolente di Dostoevskij. Una riflessione filosofica sull’amore, sul desiderio e sulla disillusione, con un monumentale Joaquin Phoenix.

L’inverno del nostro scontento

New York. Leonard non sa se seguire il proprio destino e sposare Sandra, la donna che i suoi genitori hanno scelto per lui, o ribellarsi e ascoltare i sentimenti che prova per la sua nuova vicina di casa, la bella e volubile Michelle, di cui si è perdutamente innamorato. Combattuto tra ragione e istinto, dovrà compiere la scelta più difficile… [sinossi]
Un intero attimo di beatitudine!
È forse poco, anche se resta il solo in tutta la vita di un uomo?
Fëdor Michajlovic Dostoevskij, Le notti bianche [1]

Era il 1994 quando Little Odessa approdò al Lido di Venezia, nel concorso ufficiale, portandosi a casa un Leone d’Argento (ex-aequo con Creature del cielo di Peter Jackson e Il toro di Carlo Mazzacurati) e una Coppa Volpi per Vanessa Redgrave. Tralasciando i commenti su un’edizione della Mostra che non seppe minimamente mettere d’accordo i giurati – capitanati da David Lynch – e finì per premiare tutti e nessuno, è invece interessante far notare come l’opera d’esordio di James Gray risultò soddisfacente praticamente agli occhi di tutti, anche nel nostro paese. La critica ufficiale si rifugiò nel comodo e semplicistico apparentamento tra la poetica di Gray e quella di Martin Scorsese [2], mentre all’estero il film fu accolto trionfalmente in Francia e in maniera ben più tiepida negli Stati Uniti [3]. Se è vero che le aspre reazioni della critica a stelle e strisce possono essere almeno in parte ricondotte al fulcro narrativo su cui si posa Little Odessa (il microcosmo della mafia russa a Brooklyn), e che sarà alla base anche del superbo I padroni della notte, ed è altrettanto vero che esistano dei legacci, seppur a nostro modesto avviso tutt’altro che stretti, tra l’approccio cinematografico di Gray e quello di Martin Scorsese, ci sembra doveroso far notare come l’estetica del giovane cineasta newyorchese rischiò da subito l’incomprensione dei suoi contemporanei.Ci rendiamo conto di esserci lanciati in un cappello introduttivo quantomai lungo e apparentemente fuori luogo nel contesto di Two Lovers, ma ci appare lampante come lo spessore del quarto film di una delle voci più promettenti della Hollywood degli ultimi anni possa essere realmente compreso solo dopo un’attenta analisi delle altre opere di Gray. Abbiamo sentito e letto, da qualche mese a questa parte, affermazioni che vedevano in Two Lovers, a seconda dei casi, una svolta, una pausa di riflessione, un divertissement, e chissà quanto altro; a maggior ragione ribadiamo la nostra preoccupazione sul fraintendimento culturale che può germinare da un’eventuale collocazione di Two Lovers lontano dai tre gioielli che l’hanno preceduto. Certo, in Two Lovers non abbiamo a che fare con il sottobosco criminale come avveniva in Little Odessa, The Yards e I padroni della notte. È altrettanto vero che in tutto il film non si vede l’ombra di un poliziotto, né si sente la sirena di una volante. Tutto ciò è lapalissiano, incontrovertibile, palese. Ma non basta.

Siamo certi che finora Gray ci abbia raccontato storie di criminali, di buoni e di cattivi, di guerra senza quartiere tra giustizia e illegalità? Non c’è forse, nascosta all’interno della scatola del genere [4], una seconda e forse ancor più scomoda verità? Una verità che ci parla dell’uomo e delle sue pulsioni, una verità che scava nella profondità dei volti dei protagonisti delle sue pellicole. E che scava a fondo anche nei primi piani di Joaquin Phoenix, habitué dei film di Gray (eccezion fatta per Little Odessa). Two Lovers è un film su un giovane uomo, affetto da disturbo bipolare in seguito alla separazione, cruenta e tutt’altro che pacificata, con la sua fidanzata storica: tornato a vivere con i genitori, Leonard – questo il nome del protagonista – vivrà scisso tra un rapporto stabile con la figlia di un collega del padre e l’amore incondizionato e ossessivo per una vicina di casa. Questa, in soldoni, la trama del film: un intreccio a dir poco minimale, che potrebbe far tornare alla mente una buona fetta di cinema indie a stelle e strisce. Eppure Gray scardina con violenza la prammatica con la quale solitamente vengono approcciate storie di questo tipo e si affida a una regia debordante, tutt’altro che sommessa. Una messa in scena deflagrante che invece di soffocare i timidi dettagli che vengono alla luce poco per volta, finisce per esaltarli, arrivando a renderli quasi monolitici nella loro essenza (e in questo senso quanto valore acquista quel poster di 2001: Odissea nello spazio che campeggia sul muro della stanza da letto di Leonard). Two Lovers ha il grandissimo pregio, e ci sembra assurdo che non sia stato rimarcato a dovere, di narrare l’educazione sentimentale di un uomo come si trattasse di un’epifania stessa dell’esistenza. E questo punto ci viene ribadito con forza in almeno due segmenti del film: innanzitutto quando Leonard, spiegando la completa assenza di esseri umani nelle fotografie che scatta, afferma “Le persone guardano le foto, non c’è bisogno che ci stiano dentro”. In secondo luogo, nella sequenza del rap intonato in macchina mentre si dirigono verso la discoteca [5]: in pochi istanti è racchiuso il senso stesso di un’opera come Two Lovers, sguardo che si fa antropologico prima ancora che romantico, analisi dell’uomo mai dimentica dello scandaglio del panorama nel quale il protagonista va a inserirsi (e che è sempre Brighton Beach, a Brooklyn, come già nelle opere precedenti di Gray).

E proprio partendo dal riferimento a Brighton Beach possiamo tornare a ricomporre con una certa precisione il quadro finora dipinto nel corso degli anni dal cineasta statunitense, ripartendo dall’annosa questione già posta in precedenza: siamo certi che vi siano poi così tante differenze tra Little Odessa, The Yards, I padroni della notte e Two Lovers? Perchè a noi sembra che, una volta messi da parte distintivi, pistole e tutto il resto dell’armamentario, ciò su cui possiamo focalizzare il nostro sguardo non sia altro che una serie di personaggi incapaci di trovare una direzione nella propria vita, dispersi nel marasma della nostra contemporaneità. E come i suoi protagonisti, anche la regia di Gray si fa ondivaga, pronta a farsi avviluppare dalle spire del genere (Leonard nascosto dietro la porta mentre Gwyneth Paltrow riceve la visita del suo amante Elias Koteas) quanto a piroettare lontano, come nello splendido e raggelato incipit sul molo. Ma dopotutto, al di là dei distinguo, più o meno circostanziati, ai quali si può ricorrere nel tentativo di rintracciare l’intrinseca identità di Two Lovers, è impossibile non notare i punti di contatto che la legano a Dostoevskij e alla sua poetica; c’è un’ulteriore citazione, oltre a quella – a nostro modo di vedere già sufficientemente puntuale – che avete trovato in apertura di recensione, capace di adattarsi con inconsueta precisione al mood della pellicola firmata da James Gray; essa recita: “L’uomo è un animale che si abitua. Questa, credo, sia la sua migliore definizione” [6]. Anche Leonard Kraditor, essere refrattario affetto da psicosi maniaco-depressiva, è un uomo destinato ad abituarsi: lotterà contro il suo stesso destino, cercherà in ogni modo di uscire dalla prassi dell’esistenza, ma la sua è una guerra dalla quale è letteralmente impossibile uscire vincitori. E se anche si potesse, che portata avrebbe la gioia per un simile successo? Quale sarebbe la sua durata? Forse sono questi gli interrogativi aggrovigliati negli occhi di Phoenix in quello sguardo finale, sperso nel vuoto, sconfitto ma eternamente vigile. Perché, tra le innumerevoli doti del film di Gray, c’è anche da aggiungerne una del tutto particolare: Two Lovers ci insegna, qualora non avessimo ancora avuto modo di incontrarla nel corso della nostra esistenza, la spietata crudeltà della dolcezza, l’annichilente ingiustizia dell’amore.

…Fu creato forse allo scopo di rimanere vicino al tuo cuore, sia pure per un attimo?…
Ivan Sergeevic Turgenev [7]
Note
1. Edizione Einaudi del 1957 con prefazione di Angelo Maria Ripellino e traduzione di Vittoria de Gavardo.
2. Nel Dizionario dei film 1998, a cura di Paolo Mereghetti, si legge: “Opera prima di un ventiquattrenne di belle speranze, che dirige una tragedia familiare come se fosse un novello Scorsese anni Novanta: l’atmosfera è quella di Mean Streets, ma la glacialità solenne e senza scampo appartiene tutta allo sguardo di una nuova generazione sulla realtà prodotta dallo sfacelo dell’ex Urss.”
3. Interessante notare come, dopo l’anteprima USA del giugno 1995, il primo film di Gray abbia letteralmente spaccato la critica statunitense. Se da un lato abbiamo un Mick LaSalle che dalle colonne del San Francisco Chronicle critica aspramente la pellicola (“Visto che la carriera di assassino è una delle più familiari carriere al di fuori della legge nei film, nessuno si sorprenderà nel sapere che Little Odessa non ha nulla di nuovo da dire”) pur riconoscendo meriti nella messa in scena al giovane cineasta, dall’altro c’è Desson Howe che sul Washington Post si augura che il film non venga scambiato per una semplice storia di gangster, cosa che è solo a livello superficiale. Per uno sguardo d’insieme recuperate anche la recensione di Roger Ebert sul Chicago Sun-Times, quella di Barbara Shulgasser sul San Francisco Examiner e lo scritto di David Rooney pubblicato da Variety.
4. Genere di cui riteniamo Gray uno degli autori più convincenti di sempre. Alcune delle sequenze più concitate della sua filmografia (su tutte la splendida sparatoria sotto la pioggia, tra le macchine in corsa, che agita I padroni della notte, ma non solo) sono entrate di diritto nella storia del cinema.
5. A tal proposito, Two Lovers è un film in cui la musica invade gli interstizi di silenzio lasciati dai protagonisti; si potrebbe arrivare ad affermare che Stan Getz, Alfredo Duarte, Henry Mancini siano veri e propri collaboratori alla sceneggiatura.
6. Fëdor Michajlovic Dostoevskij, Memorie dalla casa dei morti, Newton, 1995. Traduzione di Enrichetta Carafa d’Andria.
7. Citazione che apre Le notti bianche.
Info
Il sito ufficiale di Two Lovers.
La scheda IMDB di Two Lovers.
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