Negli occhi

Un viaggio alla scoperta della vita e della carriera di Vittorio Mezzogiorno, uno degli attori più importanti del teatro e del cinema italiano: è Negli occhi di Francesco Del Grosso e Daniele Anzellotti.

Interpretare la vita

Un viaggio alla scoperta della vita e della carriera di Vittorio Mezzogiorno, uno degli attori più importanti del teatro e del cinema italiano degli ultimi trent’anni. Un racconto vissuto attraverso la voce di sua figlia Giovanna e le testimonianze di chi lo ha conosciuto. Aneddoti, foto, immagini di repertorio e le musiche originali di Pino Daniele per un ritratto intenso ed emozionante dedicato ad un artista del nostro tempo, ma soprattutto la storia di un uomo, di un marito, di un padre e di un amico… [sinossi]

Quando, nel gennaio del 1994, Vittorio Mezzogiorno morì, il pubblico aveva fresca nella memoria l’immagine del commissario Davide Licata, protagonista dei capitoli 5 e 6 de La Piovra, con ogni probabilità lo sceneggiato televisivo di maggior successo mai portato a termine dalla televisione di stato. Pochi si resero realmente conto di quanto potesse pesare la perdita di un attore come Mezzogiorno per la cultura italiana – ed europea –: in nell’arco di una quindicina d’anni aveva dimostrato di potersi destreggiare con qualsiasi tipologia di messa in scena, saltellando dal poliziottesco dei vari Mario Caiano (Milano violenta) e Domenico Paolella (La polizia è sconfitta) ai Tre fratelli di Francesco Rosi, fino ad approdare al cinema “d’autore” internazionale con le interpretazioni in Nostalghia di Andrei Tarkovskij, Grido di pietra di Werner Herzog e Golem, lo spirito dell’esilio di Amos Gitai. Senza per questo mai rinunciare al teatro, con un curriculum di scena che permette di affiancare a Edoardo De Filippo lo stupefacente Mahabharata diretto da Peter Brook.
E proprio Brook è uno volti davanti alla videocamera di Negli occhi, documentario sulla vita di Mezzogiorno che diventa anche un viaggio alla riscoperta del padre intrapreso dalla figlia Giovanna: diretto da Daniele Anzellotti e Francesco Del Grosso, Negli occhi da principio sembra presentarsi come un lavoro deciso a seguire binari di prammatica. Si veleggia da una testimonianza all’altra, spaziando tra amici, conoscenti e colleghi, seguendo in modo sufficientemente ligio la cronologia che scandì l’esperienza umana di Mezzogiorno; sempre guidati per mano dalla voce e dalla presenza in scena di Giovanna – e troviamo decisamente inusuale e interessante l’idea di utilizzare la protagonista di Vincere sia come intervistatrice che come intervistata, in uno sdoppiamento che permette di rendere ancora più esplicito il percorso di riappropriazione di una memoria affettiva che va, seppur solo in parte, ricostruita – entriamo poco per volta a contatto con l’uomo prima ancora che con l’attore, elemento questo che non sempre è possibile riscontrare in lavori di questo tipo. Anche dagli interventi dei registi con i quali ha lavorato, dei colleghi attori (affascinante il percorso parallelo eppur quasi mai collimante tra l’esperienza recitativa di Mezzogiorno e quella di Michele Placido), ciò che appare subito lampante è la descrizione di un’umanità sicuramente imperfetta, ostica, poco incline all’accomodamento, ma ciononostante sincera, appassionata, perfino deflagrante nella sua ricchezza.

Evitando con grazia e intelligenza le secche dell’agiografia, minaccia costante che pure ogni tanto sembra poter far capolino dalla finestra, Anzellotti e Del Grosso mostrano una maturità espressiva che sarebbe davvero criminoso far passare sotto silenzio. Non che ciò ci abbia stupito più di tanto, in fin dei conti: se per Anzellotti si tratta del primo lavoro documentario e della seconda regia in assoluto (dopo l’interessante cortometraggio di finzione Lotta, che avevamo avuto occasione di visionare durante il RIFF Awards di Roma lo scorso marzo), il curriculum di Del Grosso è decisamente più corposo, nonostante la giovane età. L’idea che Negli occhi spunti fuori dal nulla è quanto di più fuorviante possa esistere: dai tempi di Tra terra, cielo e mare (2002) a oggi la sua poetica si è via via irrobustita, senza però mai perdere in coerenza. Che si tratti dei danzatori/guerrieri di Tudo è Capoeira – in coregia con Lorenzo Leone –, dei navigatori in solitaria di Stretti al vento – portato a termine con Daniele Guarnera, che in Negli occhi si occupa del suono – o della vita di Vittorio Mezzogiorno, i lavori di Del Grosso nascondono al loro interno la voglia, per non dire la necessità, di condurre un’indagine tesa non solo allo svelamento di una (o di più) verità, ma piuttosto alla scoperta di un’umanità, a tratti quasi insondabile eppure sempre percepibile, presente, persino materiale. Ed è proprio quando Negli occhi scarta vigorosamente, passando dalla già citata prassi delle interviste alternate a una messa in mostra meno disciplinata dei sentimenti, che riconosciamo al suo interno lo sguardo di Del Grosso: non abbiamo alcun timore ad ammettere come l’ultima mezz’ora ci abbia profondamente commossi, per ciò di cui veniamo resi partecipi e soprattutto per il modo in cui ciò avviene.

La dichiarazione nei confronti dei registi di Giuliano Montaldo, così inaspettata, dolce e a suo modo divertente, è la dimostrazione lampante del mood che abbiamo tentato di descrivere dianzi; molte delle intuizioni visive dei due cineasti – anche se ovviamente è impossibile non considerare a suo modo autrice anche Giovanna Mezzogiorno, per il peso specifico ricoperto dal suo ruolo all’interno del documentario – colpiscono profondamente nel segno. È così per quel che concerne la cena finale a cui partecipano famigliari e amici, e per quel campo/controcampo impossibile, eppure così sincero e lontano da ogni artificio retorico, tra le due sorellastre e il padre, uno scambio di sorrisi che racchiude al suo interno il senso stesso di un’opera come Negli occhi. Non è andato molto lontano dalla verità chi ha visto tra le pieghe del lavoro di Anzellotti e Del Grosso i riflessi del magnifico Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi, elaborazione del lutto che ha prodotto uno dei migliori parti artistici dell’ultimo decennio; sfidiamo chiunque a rimanere impassibili di fronte ai titoli di coda, che non vi sveliamo ma che ci hanno letteralmente rapito il cuore.
Oggi non sappiamo probabilmente molto di più sull’arte recitativa di Vittorio Mezzogiorno, ma abbiamo scoperto il suo modo di stare al mondo e di viverlo. Ed è qualcosa che non avviene tutti i giorni.

Info
La scheda di Negli occhi sul sito della Biennale.
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