Lo spazio bianco

Lo spazio bianco

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L’attesa impotente di una donna di fronte alla figlia nata prematura: Lo spazio Bianco di Francesca Comencini, in concorso a Venezia 66.

Tutto quanto voglio avere…

Maria vive a Napoli, dove lavora come insegnante in una scuola serale. Ha superato da poco i quarant’anni, quando si scopre incinta. Un giorno, al sesto mese di gravidanza, partorisce una bambina che viene subito ricoverata in terapia intensiva neonatale… [sinossi]

Prima di lanciarci nella lettura critica de Lo spazio bianco, ci sembra tragicamente divertente riferire un aneddoto inerente al film: durante un servizio del TG1, l’ottavo lungometraggio di Francesca Comencini – eliminiamo dalla conta, per ovvie ragioni, lavori collettivi quali Un mondo diverso è possibile e Firenze, il nostro domani – è stato ripetutamente attribuito alla sorella Cristina. Pur trattandosi senz’ombra di dubbio di un involontario refuso, questo episodio appare come la cartina di tornasole di un malessere culturale che attraversa l’intera spina dorsale della penisola, e di cui il cinema sta pagando le conseguenze in maniera quasi letale; non è tanto sulla confusione tra due persone accomunate dal medesimo patronimico, sia chiaro, che viene puntato il dito, ma piuttosto verso una sciatteria di fondo che accompagna l’approccio di buona parte della critica “istituzionale” alla materia cinematografica.

Tanto più che scambiare lo stile di Francesca con quello di Cristina è operazione che richiede una abilità non comune: fin dai tempi dei rispettivi esordi Pianoforte (1984) e Zoo (1989) è apparso chiaro come la poetica delle due sorelle si muovesse in direzioni decisamente diverse quando non diametralmente opposte. A ribadire un’annotazione simile è Lo spazio bianco, approdato nel concorso di Venezia 66 sull’onda del successo del volume omonimo da cui è tratto, opera autobiografica della scrittrice partenopea Valeria Parrella. Ed è proprio l’ambientazione napoletana a suggerire una prima scelta autoriale non disprezzabile da parte della quarantottenne cineasta romana: la Napoli che viene messa in scena è lontana anni luce dalla prassi cui solitamente si fa riferimento, per quanto non vengano a mancare determinati cliché, figli però non di un accanimento terapeutico contro le difficoltà sociali della città campana quanto della pervicace volontà di entrare in modo preponderante nella psicologia della protagonista – una convincente Margherita Buy, costretta a sobbarcarsi sulle sue spalle l’intera pellicola, pur attorniata da una cast di contorno decisamente in forma – evidenziandone le peculiarità nel rapporto con l’esterno.Esterno che si fa sempre più sfocato e labile via via che entra in scena l’angosciosa attesa dei due mesi di incubatrice che deve sopportare la figlia, nata prematura: eccolo lo spazio bianco del titolo, che da elemento metaforico di una condizione esistenziale avulsa a qualsiasi interesse che esuli dal destino della piccola Irene (e non è certo casuale la scelta di far cantare dalla Buy alla bambina, a mo’ di ninna nanna, Senza fine di Gino Paoli) diventa vero e proprio indizio di una ricerca spaziale senza dubbio non trascendentale ma che palesa ulteriormente una cura per la messa in scena che non solo pone la Comencini al di sopra dei colleghi ospitati nel concorso ufficiale dell’edizione 2009 della Mostra (attendiamo ancora La doppia ora di Giuseppe Capotondi, ma con il patinato e faticoso Baarìa di Giuseppe Tornatore e l’affresco storico al limite del ridicolo de Il grande sogno di Michele Placido non c’è davvero competizione che tenga), ma permette di considerare questa delicata incursione nei drammi della maternità come uno dei film più riusciti tra quelli che nell’ultimo lustro hanno provato a concorrere per il Leone d’Oro. La frase appena scritta consentirebbe di aprire una lunga e articolata riflessione sulle manchevolezze che accompagnano regolarmente la scelta delle opere nostrane ospitate in concorso, dominate da un accomodamento sulle dinamiche produttive delle uniche due major che di fatto si spartiscono le principali fette di mercato interno, sulle contingenze politiche e via discorrendo: una discussione che al momento è preferibile risparmiarsi, tornando piuttosto a ragionare da vicino sul film della Comencini.

Perché, al di là di quanto potrebbe capitare di leggere a destra e a manca, pur nella lineare struttura narrativa che lo caratterizza, Lo spazio bianco una sua peculiarità la mette in mostra: in un panorama cinematografico in fin dei conti piuttosto arido – pur con le sue belle, se non splendide eccezioni – come quello italiano, Francesca Comencini porta a termine un’operazione tipica del cinema medio, approcciandosi a una materia complessa con sguardo sincero e al contempo strettamente popolare, insinuando nelle pieghe del suo film una colonna sonora suadente e millimetrica nella sua puntuale efficacia. Un film probabilmente non indispensabile ma solido, ben scritto e recitato, arricchito da uno sguardo mai rivoluzionario ma neanche adagiato sulle più bieche strategie di mercato. Un film, per concludere, che sarebbe perfetto all’interno di un’industria.
Se ci fosse, l’industria…
Info
Lo spazio bianco sul sito della Fandango.
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