Lulu & Jimi

Lulu & Jimi

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Il film di chiusura scelto dalla ventisettesima edizione del Torino Film Festival è Lulu & Jimi, sorta di remake non dichiarato di Cuore selvaggio di David Lynch, del quale appare solo una pallida eco lontana. Privo di originalità e di una reale forza drammaturgica, il film di Oskar Roehler si fa dimenticare in fretta…

Cuore selvaggio remix

Germania, anni Cinquanta. Lulu, una ragazza dell’alta borghesia tedesca, incontra Jimi, figlio di uno squattrinato afroamericano veterano della seconda guerra mondiale, e se ne innamora, ricambiata, perdutamente. La madre di Lulu, Gertrud, insieme a Schultz, il suo amante segreto, e a un vecchio psicanalista mezzo matto, Von Oppeln, farà però tutto quello che è in suo potere per impedire l’unione dei due ragazzi. Ma questo trio non è che il primo ostacolo che la coppia dovrà affrontare per coronare il proprio sogno d’amore. [sinossi]

Apriamo la disamina di Lulu & Jimi, film scelto dal ventisettesimo Torino Film Festival per assolvere al duro compito di rappresentare il “film di chiusura”, con due estratti dal dizionario della lingua italiana.

Citazione: riferimento in un testo di brani o parole altrui.
Plagio: l’illecita appropriazione dell’opera dell’ingegno altrui.

Sarà opportuno tenere a mente questi due termini e il loro significato, perché vi si farà spesso riferimento durante questa recensione. Ma forse è doveroso partire da tutt’altra prospettiva: si era creata non poca attesa attorno a Lulu & Jimi, ottavo lungometraggio firmato da Oskar Roehler, cinquantenne cineasta tedesco che aveva conquistato le platee europee appena tre anni fa con l’adattamento per il grande schermo de Le particelle elementari, tratto dal celebre romanzo omonimo di Michel Houellebecq. È tutta farina del proprio sacco, al contrario, Lulu & Jimi, o per lo meno così vorrebbe apparire agli occhi del pubblico: i titoli di testa, mastodontici e colorati di rosa confetto, propongono anche un sibillino Thanks David L.
Inutile specificare probabilmente come si tratti di un riferimento a David Lynch… E mentre ancora la mente si sta chiedendo il perché di una dedica così sottolineata, il film ha inizio. Fin da subito appare chiaro anche allo spettatore più disattento come la trama stia correndo sulla propria strada inseguendo le orme lasciate poco meno di venti anni fa da Cuore selvaggio, il film con cui Lynch conquistò una contestatissima – ma assai coraggiosa, e meritata – Palma d’Oro al Festival di Cannes, direttamente dalle mani dell’allora presidente di giuria Bernardo Bertolucci. Andrebbe anche tutto bene, in fin dei conti, se Roehler fosse intenzionato a muoversi seguendo la stessa indole, la medesima ispirazione che guidò all’epoca il collega statunitense. Ma si tratta purtroppo di una pia illusione: la realtà è che Lulu & Jimi non è un’attualizzazione di Wild at Heart, dato che da un punto di vista prettamente estetico sembra strizzare l’occhio, semmai, alle corpose fotografie di alcuni melodrammi à la Fassbinder (senza possederne la carica eversiva, ça va sans dire); e non si può neanche giustificare l’operazione parlando di una rilettura personale portata a termine da Roehler, perché sono ben pochi gli elementi puramente sinottici in grado di distanziare le due pellicole. Esclusa a priori, dallo stesso cineasta, l’ipotesi che si tratti di un remake – e anche in quel caso ci si sarebbe comunque trovati nella spiacevole situazione di dover rimarcare la pochezza dell’insieme –, non resta che rispolverare quel lemma segnalato in apertura: plagio.

Sarebbe stato forse il caso che il cineasta tedesco avesse ragionato con maggior oculatezza sul materiale che aveva scritto: si sarebbe senza dubbio reso conto lui stesso del fastidioso cul-de-sac nel quale stava andando a impelagarsi. Non basta infatti trasformare i nomi dei protagonisti da Lula e Sailor a Lulu e Jimi – e comunque anche in questa occasione la fantasia non sembra la dote maggiore di Roehler – e Jimi da bianco a nero, né far diventare un padre morto un padre impotente, e non è tantomeno sufficiente far sì che “la canzone” della coppia non sia Love Me Tender ma bensì Stand by Me. Non basta, perché agendo in questo modo si corre solo il rischio di rendersi ridicoli: riportare intere sequenze del film del 1990 (la rissa in discoteca, l’incidente stradale, la rapina organizzata dal mellifluo figuro che ha come unico scopo uccidere l’aitante Jimi) sentenzia infatti in maniera incontrovertibile l’abnorme dislivello artistico tra le due opere. Perché, al di là di una confezione effettivamente ben calibrata e interessante – con colori così densi da colpire la vista – a Lulu & Jimi manca completamente la furia iconoclasta di Lynch, le sue barbariche esplosioni di violenza, i dialoghi al vetriolo, la capacità di riflettere sul popolare senza mai scendervi pedissequamente a compromessi. La verità, probabilmente, è che con Cuore selvaggio Lynch aggiunse un ennesimo tassello alla sua poetica, rafforzandola senza svilirla – contrariamente a quanto alcuni abbiano sempre affermato – mentre Roehler ha affrontato la sfida senza un motivo particolarmente forte alle spalle. Con il risultato finale di aver portato a termine un prodotto anodino, fascinoso quanto vuoto di significato, probabilmente più adatto a un pubblico vasto ma non per questo più riuscito o compatto da un punto di vista strettamente narrativo. Dispiace per l’ottimo lavoro del direttore della fotografia Wedigo von Schultzendorff e per lo sforzo attoriale dei due protagonisti (Jennifer Decker e Ray Fearon), ma con ogni probabilità il Torino Film Festival 2009 avrebbe meritato un film di chiusura migliore. O, perlomeno, un’opera originale…

Info
Il trailer di Lulu & Jimi.
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    di Nel bel mezzo della lavorazione di Twin Peaks David Lynch estrae dal cappello Cuore selvaggio, traendolo da un romanzo di Barry Gifford. Un'opera deflagrante, sudata, umorale e priva di freni inibitori, che scava in profondità nelle ossessioni del regista.

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