Shadow

Shadow mette in chiaro fin da subito l’alta ambizione di Federico Zampaglione, quella di riscoprire il cinema dell’orrore narrando una storia di persecuzione e redenzione, di mostruosità reali e artificiali, di mondi impossibili, e per questo ancor più spaventosi.

C’è una strada nel bosco…

David, un giovane soldato appena rientrato dall’Iraq, per togliersi di dosso i ricordi legati all’esperienza bellica decide di prendere la sua bicicletta e mettersi in viaggio per le montagne. Il viaggio però si rivelerà poco rilassante, perché prima una coppia di cacciatori esaltati lo insegue minacciandolo, poi cadrà nelle mani di un’entità che gli farà assaporare paure ancore più intense di quelle già sopportate in guerra… [sinossi]
Vieni, c’è una strada nel bosco
il suo nome conosco
vuoi conoscerlo tu?
C.A. Bixio, E. Ermengildo, N. Salerno, La strada nel bosco

In un’intervista del 1964, Roger Corman si trovò ad affermare: “Quando, ne La maschera della Morte Rossa, la Morte dice a Prospero: Ogni uomo crea il proprio Paradiso e il proprio Inferno, io penso soltanto al paradiso e all’inferno di questa terra” [1]. Queste parole sembrerebbero, almeno a prima vista, adattarsi alla perfezione al corpus narrativo e ideologico su cui si costruisce Shadow – L’ombra, anomala opera seconda partorita da Federico Zampaglione. Dopotutto chi si aspettava un’ulteriore sosta del regista-musicista romano nei territori su cui era stato edificato l’esordio Nero bifamiliare non potrà che restare stupito dell’improvviso scarto all’interno della sua poetica visiva: se infatti il grottesco si infiltrava anche nei più piccoli pertugi lasciati incustoditi nella storia di ritrosie, gelosie e vendette su cui si reggeva l’architettura di “Valle Serena”, ben altre sono le tonalità sfruttate dal leader dei Tiromancino per gettarsi nella mischia cinematografica una seconda volta.

Inutile nascondersi dietro fantomatiche dita: ogni amante italiano dell’horror stava aspettando oramai da mesi, e spesso con malcelata impazienza, l’uscita in sala di Shadow. Ad anticiparne l’approdo nei cinema della penisola erano state le indubbie fortune ottenute facendo il giro dei festival di settore: il FrightFest di Londra, il Noir Film Festival di Courmayeur, perfino il glorioso festival di Sitges, che fin dalla sua prima edizione (nel 1968) ha accolto il meglio del cinema fantastico mondiale [2]. Il motivo di una così esasperata ansia nei confronti del film di Zampaglione? Le sorti del cinema horror, e più in generale del cinema di genere, nell’Italia contemporanea. Quella che può apparire come un’uscita sensazionalistica, affermazione apodittica volutamente esagerata, rischia in realtà di mostrarsi in tutta la sua atroce realtà: non è un mistero per nessuno che le grandi produzioni nostrane abbiano perso per strada la bussola in grado di far trovare loro l’orientamento all’interno del dedalo in cui si annida il cinema di genere.

Se n’è discusso in lungo e in largo, arrivando persino a dedicare un’intera retrospettiva veneziana, nel 2004, proprio all’epoca d’oro in cui gli horror, i thriller, i gialli, i western, i polizieschi, gli action, animavano i lavori dalle parti di Cinecittà. Se l’era degli Argento, dei Bava, dei Fulci, dei Margheriti, dei Deodato, sembra oramai irrimediabilmente perduta, c’è da segnalare come in realtà si agiti sottoterra un intero universo di cineasti dediti al macabro, all’indefinito, al fantastico. Il problema è che sottoterra ci rimangono per tutta la carriera, vivendo di fatto al di fuori del sistema economico cinematografico nazionale. Si potrebbero citare nomi come quelli del friulano Lorenzo Bianchini, tra i talenti indiscutibili del nostro cinema, le cui opere (Custodes Bestiae, Radice quadrata di tre, Film sporco) sono rimaste ignote alla maggior parte del pubblico italiano, rischio che naturalmente corre anche il suo ultimo, splendido, Occhi. Si potrebbe ricordare l’esperienza di Eros Puglielli, enfant prodige che dopo essersi visto applaudito – ma distribuito solo a distanza di sei anni – con lo spassoso Dorme, poco applaudito – e mal distribuito – con il confusionario ma originalissimo Tutta la conoscenza del mondo, e ingiustamente vituperato – e distribuito in maniera pessima – con l’ottimo Occhi di cristallo, ha deciso di emigrare in Australia.

Sì, sarebbero davvero tanti i paradigmi da (ri)portare alla luce per descrivere il brusco rapporto tra le major italiane e il cinema horror, ma non è probabilmente questo il momento adatto per lanciarsi in una disamina così ponderosa. Ciò che premeva era solo cercare di contestualizzare l’importanza dell’uscita nazionale di Shadow, perché dal suo successo o meno in sala potrebbe dipendere (buona) parte della tanto attesa rinascita del cinema della produzione di genere nel nostro paese.
Non c’è dubbio che se a svolgere il ruolo di pendolo della bilancia bastasse il risultato artistico della pellicola di Zampaglione, si potrebbe fin da adesso dormire sonni ben più che tranquilli: Shadow infatti è un pugno nello stomaco costante e doloroso, scaglia impazzita che penetra nel sangue dello spettatore e cerca con insistenza e caparbietà la strada per raggiungere il cuore. Si è parlato di horror, di thriller, di torture porn, ma a conti fatti non è possibile iscrivere Shadow a nessuna delle tre categorie, per quanto paradossalmente faccia parte di tutte e tre. Prendendo le distanze da buona parte dell’horror contemporaneo, Zampaglione mette in piedi una pericolosa eppure estremamente funzionante macchina onirica, in cui la storia si trasforma ben presto in un oggetto ondivago, inafferrabile e fluttuante, da osservare con cauta riverenza. Nella sua perfetta struttura a scatole cinesi, è possibile assistere a una lenta ma ineluttabile discesa agli inferi, programmata secondo un viaggio a tappe che ha il potere della metafora ma non se ne fa mai assoggettare in maniera completa. È per questo che se da principio ci si aspetta di assistere a un thriller action non immemore di esaltanti cavalcate del cinema statunitense degli anni Settanta (Deliverance di John Boorman in testa), con tanto di storia d’amore a fare da simbolico corollario idilliaco, ben presto ci si rende conto di avere a che fare con qualcosa di diverso. Il thriller inizia a dipingersi di orrore, prima con gotiche leggende di fantasmi che infesterebbero un’area isolata e particolarmente aspra della foresta in cui gli eroi del film sono impegnati in un’escursione di biking, quindi con l’irruzione in scena di un “qualcosa” che coglie i protagonisti alle spalle. È qui che Shadow inizia a prendere le movenze di un torture porn: ma l’intuizione cinematografica di Zampaglione non ha nulla a che vedere con quella di un Eli Roth, e Shadow non è interessato alla mostra delle atrocità di cui è impregnato il genere: per dimostrare in maniera lampante ciò, il cineasta annichilisce di continuo la pulsione scopica dello spettatore, negando il visibile sempre al momento dell’apice. Non è certo un caso che, mentre le sevizie avvengono in rigoroso fuori campo, salvo poi indugiare sui dettagli (il taglio della palpebra è un esempio piuttosto calzante a tal proposito), l’effetto che esse producono sui corpi dei malcapitati venga poi alla luce non sull’istante, ma sovente dopo un’ellissi temporale: vedere per credere ciò che accade alla schiena del rissoso Fred.

Il torture porn acquista dunque tra le mani di Zampaglione lo stesso senso di infinito e di “sovrannaturale” che increspava le acque dell’eccellente Martyrs di Pascal Laugier, pur senza possederne forse l’universalità mistica. Anche per via, indubbiamente, della scelta di arruolare nella parte di Mortis (vale a dire il silenzioso e crudele torturatore) Nuot Arquint, attore/mimo/danzatore svizzero dal fisico asciutto e inquietante che crea un personaggio sulfureo, fuori da ogni concezione preordinata del genere: raramente il cinema negli ultimi anni era riuscito a personificare con tanta forza l’essenza stessa del male e della paura, e questo a Zampaglione va riconosciuto. Se c’è qualcosa che al contrario può perfino sembrare superfluo, è proprio il rimando all’Orrore con la o maiuscola, quello dei campi di sterminio, dei grandi dittatori del Ventesimo Secolo, delle aberrazioni cui è andata incontro l’umanità negli ultimi cento anni: certo, tutto nasce e tutto muore in quell’incipit che svela come David [3] sia un reduce dell’Iraq, ma l’impressione è che il senso ultimo di Shadow non si nasconda tra le pieghe del rimando al contemporaneo, ma nella sua capacità di confrontarsi con l’immaginario orrorifico specchiandovisi all’interno senza lasciarsi avviluppare tra le sue spire. È nella brillante struttura ellittica ed episodica della corsa nei boschi e delle torture nella baita/sepolcro/industria di Mortis che si riesce a cogliere l’essenza più alta di Shadow, non in una chiusura perfettamente (fin troppo?) coerente e costruita come la chiosa di un cortometraggio. Ma queste sono finezze che non devono distogliere da ciò che davvero interessa, vale a dire la possibilità concreta di Shadow di fungere da ariete nella lotta per la completa e doverosa ricostruzione di una cinematografia di genere italiana. Senza doversi per forza inchinare di fronte ai grandi del passato (c’è un passaggio allucinogeno di Mortis, breve ma significativo, in cui si ritrovano i colori e le deformità del Bava di Sei donne per l’assassino e, di conseguenza, dell’Argento di Profondo rosso; ma non molto di più), e con la consapevolezza che l’occasione non va sprecata ancora una volta. Perché potrebbe davvero essere l’ultima.

NOTE
1. Midi-Minuit Fantastique, n. 10-11, 1064-65, intervista con Chris Wicking e Vincent Porter. Citato in Giuseppe Turroni, Roger Corman, Il Castoro Cinema, Bologna, 1977, pag.8.
2. Il pubblico di Sitges in quarantatré edizioni ha avuto l’occasione di imbattersi, tra gli altri, in veri e propri capisaldi del genere come Per favore… non mordermi sul collo di Roman Polanski, Chungyo di Kim Ki-young, Il demone sotto la pelle di David Cronenberg, Profondo rosso di Dario Argento, Le colline hanno gli occhi di Wes Craven e via discorrendo, fino ad arrivare in tempi recentissimi allo splendido e magmatico The Fall di Tarsem Singh (rimasto vergognosamente inedito in Italia) e a The Orphanage di Juan Antonio Bayona.
3. Interpretato dal convincente Jake Muxworthy, già visto in Borderland di Zev Berman. A questo punto appare doveroso lodare un cast piccolo ma eterogeneo composto, oltre a Muxworthy e Nuot Arquint, da Karina Testa (Frontiers di Xavier Gens), il caratterista Chris Coppola (da Spider Man a Beowulf passando per S1m0ne e The Polar Express), Ottaviano Blitch (intravisto nel mediocre In the Market di Lorenzo Lombardi, a sua volta un torture porn) ed Emilio De Marchi.
Info
Il trailer di Shadow.
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