Danza macabra

Danza macabra

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Danza macabra, il più gotico tra gli horror di Antonio Margheriti, edito in dvd dalla CG Home Video.

All’interno dei percorsi, spesso contorti e misconosciuti, del cinema italiano, è possibile incrociare opere di così rarefatta bellezza da lasciare senza parole. Esempi di un cinema libero e consapevole, coraggioso e innovativo, in grado di ragionare in maniera mai banale sul senso ultimo della messa in scena: capolavori che all’epoca della loro uscita in sala furono scambiati per dozzinali prodotti industriali, e che con il passare del tempo hanno visto accumularsi su di loro la polvere, in attesa di qualcuno che ne riscoprisse il valore. Attività, quest’ultima, che all’estero può contare su un numero non indifferente di adepti e che nel nostro paese, al contrario, continua a rimanere appannaggio per pochi aficionados, spesso visti con sardonico senso della superiorità dal restante panorama cinefilo. Eppure nomi come quelli di Mario Bava, Antonio Margheriti, Lucio Fulci, Riccardo Freda, meriterebbero di trovare spazio nell’Olimpo della nostra cinematografia, ma si sa, per i prodotti di genere non c’è mai stata molta considerazione in Italia.

Anche e soprattutto per questo, ovviamente, l’edizione in dvd di Danza macabra di Antonio Margheriti, curata dalla CG Home Video (che sta lavorando con capillare precisione nella riscoperta di alcuni dei titoli essenziali dell’horror a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, italiano e non che sia) all’interno della collana “Horror d’essai”, va a colmare un buco realmente grave per il settore. Tra i più luccicanti esempi del gotico nostrano, inaugurato dal magnifico La maschera del demonio di Mario Bava nel 1960 e innervato in seguito da imperdibili incursioni come il pressoché contemporaneo Il mulino delle donne di pietra di Giorgio Ferroni (il film di Bava uscì in sala l’11 agosto del 1960, quello di Ferroni il 30 dello stesso mese), Danza macabra è senza dubbio l’opera più significativa e compiuta di Margheriti, qui al suo secondo rendez-vous con il cinema dell’orrore dopo l’appena precedente La vergine di Norimberga, portato a termine nel 1963. Per quanto la supposta derivazione letteraria da Edgar Allan Poe, evidenziata nei titoli di testa, sia un falso (sfruttata nel palese tentativo di ricollegarsi agli adattamenti dell’autore statunitense con cui Roger Corman in quegli anni faceva faville al botteghino), non c’è dubbio che una storia come quella narrata da Sergio Corbucci e Giovanni Grimaldi in fase di sceneggiatura non avrebbe sfigurato nella ricca galleria di situazioni che caratterizzano i vari racconti del terrore di Poe. Con una messa in scena rigorosa e fotograficamente abbagliante – grazie all’ottimo lavoro del direttore della fotografia Riccardo Pallottini – Margheriti lavora di sottrazione, preferendo la suggestione atmosferica al puro e semplice effetto gore. Il film diventa così un’agghiacciante e seducente storia di fantasmi, giocata sul chiaroscuro e sui giochi di ombre: un registro estetico che si dimostra particolarmente adatto allo stile di Margheriti, ma che purtroppo il cineasta utilizzò con eccessiva parsimonia nel corso della sua decennale carriera.

E pensare che a dirigere il film doveva essere Sergio Corbucci, poi costretto a declinare l’offerta per  via di accordi precedentemente presi con altre produzioni: a raccontarci questo come altri aneddoti è Luigi Cozzi, nell’extra senza dubbio più interessante del dvd. Cozzi, dopo aver inquadrato poeticamente e storicamente la pellicola, si sofferma su un ricordo personale di Margheriti, citando una confessione che l’amico e collega gli fece durante una cena: per quanto fosse risultato co-regista, insieme a Paul Morrissey di Dracula cerca sangue di vergine… e morì di sete!!! e Il mostro è in tavola… barone Frankenstein, non aveva in realtà diretto neanche una sequenza dei due film. Si trattava infatti di un inganno ordito dal produttore Carlo Ponti per ottenere sgravi fiscali dal ministero, motivo per cui anche Margheriti fu accusato di truffa ai danni dello stato.

Un modo come un altro per comprendere un mondo cinematografico che non c’è più e che, pur con tutti i limiti e i dubbi del caso, non possiamo che ricordare con nostalgia: perché, al di là delle furbizie dei produttori (e nessuno si stupirebbe se escamotage come quello appena citato venissero a galla anche nella nostra contemporaneità), il cinema italiano aveva il coraggio di confrontarsi con la settima arte a trecentosessanta gradi, senza reticenze o falsi pudori. Imponendosi, come dimostrano i titoli di testa dell’edizione francese e di quella inglese (in cui il regista viene accreditato con il celeberrimo pseudonimo Anthony Dawson), anche all’estero. Qualcosa che a tutt’oggi appare a dir poco una chimera. Come quella di resistere fino all’alba, ancora vivi, dopo aver passato la notte in un vecchio maniero diroccato…

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Il trailer di Danza macabra.

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