13 Assassini

13 Assassini

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Tra i pochi film di Takashi Miike in grado di sfondare il muro di silenzio distributivo italiano, 13 assassini è anche uno dei suoi capolavori recenti. A Venezia 2010.

Massacro totale!

Il nobile samurai Shinzaemon Shimada riceve in segreto l’incarico di assassinare il crudele signore feudale Naritsugu in seguito alla sua violenta ascesa al potere. Insieme a un gruppo di abilissimi samurai, Shinzaemon progetta un’imboscata per catturare il feudatario. Naritsugu è protetto da un letale esercito capeggiato dallo spietato Hanbei, acerrimo nemico di Shinzaemon, e gli impavidi samurai sanno che stanno per avventurarsi in una missione suicida. Shinzaemon e i suoi uomini trasformano un piccolo villaggio di montagna in una trappola mortale, ma all’arrivo di Naritsugu scoprono che il nemico ha una superiorità numerica di quindici a uno. È giunta l’ora per i 13 assassini di affrontare la morte in un’epica battaglia con esplosioni infuocate, diluvi di frecce e clangore di spade. [sinossi]
Regnare è conveniente, ma solo per i regnanti.
Il popolo deve imparare a servire.
Goro Inagaki/Lord Naritsugu, 13 Assassini

Il nome di Eiichi Kudo in occidente non compare con grande frequenza sulla bocca e negli scritti di chi si occupa di cinema; come molti altri registi giapponesi della sua generazione (Kudo, nato nel 1929 e morto nel 2000, concentrò il meglio della sua filmografia a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, pur avendo diretto film fino alla fine del millennio), venne letteralmente oscurato dai grandi maestri dell’epoca. La sua carriera è dunque particolarmente misconosciuta, ed è stata riscoperta solo col passare dei decenni, grazie al lavoro di appassionati e studiosi. Pur contemplando un numero di opere piuttosto corposo, che comprende quasi venti lungometraggi portati a termine in poco più di un decennio, Kudo è ricordato in particolar modo per la cosiddetta “trilogia in bianco e nero”: 13 Assassins (Jusan-nin no shikaku, 1963), The Great Killing (Dai satsujin, 1964) e 11 Samurai (Juichinin no samurai, 1966) sono tre incursioni nel jidaigeki, termine utilizzato in Giappone per identificare i film intenzionati a ragionare sull’era Tokugawa, noti anche come chambara. Come già accennato in precedenza, i tre film furono in fretta e furia liquidati come epigoni in chiave minore del capolavoro I sette samurai, con il quale appena pochi anni prima Akira Kurosawa aveva messo d’accordo critica e pubblico, tanto in patria quanto in Europa e negli Stati Uniti.

Può apparire dunque in qualche misura sorprendente che un regista come Takashi Miike, nello scegliere un “periodical drama” degli anni sessanta a cui donare nuova vita e(ste)tica, abbia finito per posare gli occhi proprio sul primo capitolo di quella trilogia, 13 Assassini. Il tutto si fa ancora più interessante quando ci si rende conto di come all’interno della trilogia di Kudo il film risulti essere quello maggiormente transitorio, lontano in fin dei conti da una forma compiuta. Effettivamente la parentela, pur non strettissima come si volle far credere al tempo della sua uscita in sala, con il film di Kurosawa, non giova alla pellicola: altrettanto si può dire di uno stile ancora non libero dalla struttura classica come invece dimostreranno con forza gli altri due capitoli. Proprio di fronte a questa considerazione è impossibile non cogliere al volo la capitale importanza del remake di Miike, inserito all’interno del concorso ufficiale della sessantasettesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Miike è, fin dai suoi esordi, uno tra i cineasti più inafferrabili della contemporaneità, in grado di saltare a pie’ pari dall’horror allo yakuza eiga, passando per musical, western, dramma, film sperimentali, serie televisive, sci-fi, noir, commedie, film a sfondo sociale: un vero e proprio caleidoscopio stilistico, come palesato proprio durante le giornate della kermesse lidense, dove accanto a 13 Assassini, nel fuori concorso, è stato presentato il divertente Zebraman 2: Attack the Zebra City, seguito del capostipite del 2004 e come esso pastiche in bilico tra demenziale, film di supereroi e fantascienza. Da un cineasta inadatto alla reclusione in compartimenti stagni, troppo straordinariamente stratificato per venir costretto nella miserabile girandola dei generi (eppure perfettamente in grado di dare il suo contributo per oliare l’ingranaggio industriale), in molti si sarebbero aspettati una riscrittura definitiva del jidaigeki, magari caricando l’apparato immaginario con derive grottesche e sanamente umorali. Dopotutto l’esperienza maturata con deflagrazioni visive uniche e irripetibili quali Ichi the Killer, Happiness of the Katakuris, Izo e Gozu (limitandoci a citare i titoli più conosciuti) legittimava in un certo senso un’aspettativa di questo genere. Al contrario, Miike costruisce un’opera bicefala ma calibrata alla perfezione: la prima ora si muove in territori introspettivi, in cui gli eventi vengono preparati con cura e sapiente lentezza, facendo ricorso a una messa in scena rigorosa e attenta, raffinata e perfettamente in tono con il cinema dal quale sta traendo ispirazione. Senza per questo, ed è doveroso chiarire il punto, lasciarsi sopraffare dal potere della messa in scena, evitando dunque di scadere nello sterile calligrafismo: 13 Assassini, nel trascinare sul grande schermo l’ennesima storia di tradimenti, cospirazioni e codice d’onore samurai, porta a termine un’operazione fortemente politica, in grado di riflettere sulle radici stesse del pensiero feudale e di rigettarne le basi ideologiche, in un confronto radicale e dai toni fortemente polemici rispetto alla tradizione (non una novità all’interno della cinematografia del cineasta, come potrà confermare chiunque abbia memoria quantomeno  del finale di Izo).

Ma la riflessione di Miike sulla natura umana, naturalmente spinta verso l’ingiustizia e la sottomissione dei deboli da parte del più forte, raggiunge il proprio apice concettuale nella seconda metà del film, quasi interamente occupata dalla sanguinosa battaglia nel villaggio di Ochiai: in una caotica babele di corpi mutilati, zampilli di sangue, grida, frenetici scontri corpo a corpo, la follia dell’umano agire si mostra in tutta la sua terribile potenza. Assai grave è l’errore in cui è caduta quella parte di critica che ha voluto intravedere negli ammazzamenti plurimi dell’ultima parte di film un legaccio in grado di unire 13 Assassini all’esperienza autoriale di Quentin Tarantino – che per Miike recitò nel sublime western avant-pop Sukiyaki Western Django –: si tratta di una relazione assolutamente fuorviante, magari valida in altri contesti ma del tutto fuori luogo per quel che concerne il film in questione. Miike manda al macello i suoi dodici samurai (a loro è aggregato un semplice sbandato, figura sulla quale torneremo fra poco) senza il ghigno beffardo e la lampante “ridefinizione della realtà” che attraversano sottotraccia le opere di Tarantino: si assiste invece all’estasi di una funerea bellezza, epilessia distruttrice e ineluttabile, che Miike racconta con stile sì rapsodico e furibondo ma ancora una volta eccezionale nella sua razionalità (vedere per credere la lungimirante scelta con la quale filma la simultanea morte del maestro e del suo allievo). E concedendosi un duello finale da antologia, destinato a rimanere nella storia dei chambara (e non solo), impreziosito da un dialogo sapiente sia nei ritmi che nei contenuti. Se esiste semmai una deviazione dal percorso, quella potrebbe essere racchiusa nell’ambigua figura del non-samurai aggregato alla squadra di assassini capitanata da Shinzaemon Shimada (interpretato da un monumentale Koji Yakusho): la sua inaspettata quanto divertente “resurrezione” fa sorgere il dubbio che Miike abbia voluto inserire nel film la figura di un tanuki, i procioni protagonisti di migliaia di leggende popolari nell’arcipelago nipponico.

Quel che è certo, al di là della curiosità esposta poc’anzi, è che con 13 Assassini Takashi Miike firma il suo ennesimo capolavoro, in cui mescola con grazia e furore i temi ricorrenti della propria poetica espressiva. In attesa di scoprire se la giuria avrà deciso di assegnargli un Leone d’Oro meritato, la nostra speranza è che almeno questa volta le perle lanciateci da uno dei più importanti registi della storia del cinema non cadano disperatamente nel nulla. 13 Assassini è un film che deve uscire in sala, perché il pubblico italiano ha bisogno di opere in grado di illuminare da sole un’intera giornata uggiosa. Sempre disposti a far nostro, in caso contrario, l’urlo di battaglia dei tredici intrepidi di fronte ai duecento uomini schierati dal bieco Naritsugu: “Massacro totale!”.

Info
Il trailer italiano di 13 assassini.
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