Jan Švankmajer – Moviement n° 6

Jan Švankmajer – Moviement n° 6

Il sesto numero di Moviement è dedicato a Jan Švankmajer, il polifacetico artista ceco che dagli anni Sessanta delizia gli spettatori con corti e lungometraggi a dispetto della disattenzione mediatica di gran parte della critica occidentale, della sottovalutazione del cinema d’animazione in generale e soprattutto della censura operata nei suoi confronti da parte del regime sovietico.

Ci sono libri che hanno valore in sé, per il contenuto e la forma che esprimono, e opere che hanno valore per il fatto di far riemergere autori della contemporaneità dall’orribile melassa del dimenticatoio, spesso creato dal ménage à trois composto dai media commerciali, le grandi produzioni e il conformismo intellettuale. Il sesto numero della rivista Moviement – Pubblicazione di cultura cinematografica ha l’incommensurabile merito di riunire in sé questi due valori, offrendo al lettore, al critico cinematografico e al semplice “curioso” che voglia sbocconcellare riviste sulla settima arte uno strumento agile, una raccolta di articoli gradevole e allo stesso tempo autorevole, e più che accessibile dal punto di vista economico.
Nella rivista si tratta dell’opera di Jan Švankmajer, il polifacetico artista ceco che dagli anni Sessanta delizia gli spettatori con corti e lungometraggi a dispetto della disattenzione mediatica di gran parte della critica occidentale, della sottovalutazione del cinema d’animazione in generale e soprattutto della censura operata nei suoi confronti da parte del regime sovietico.

Partiamo dalla fine, in un libero gioco di decostruzione e ricomposizione che forse piacerebbe a Švankmajer: i curatori della raccolta scelgono di inserire in calce al bel compendio di articoli il Decalogo svankmajeriano, lettura che, assieme all’intervista di Peter Hames che lo precede, costituisce un primo, gustoso assaggio sul pensiero e la produzione di Švankmajer. E se qui pensiamo di giocare un po’ con lo scritto proposto rimontandolo per incuriosire il lettore, mirabile è invece l’analisi e la costruzione del testo fornito all’interno di questa raccolta da Adrian Martin, che in Gioco con il DVD mette a disposizione un bel saggio, fertile di suggestioni sulla critica del cinema e sul mondo della comunicazione in generale. Ne forniamo qui un breve passaggio, che forse chiarisce a che livello si spinga la riflessione teorica della pubblicazione curata da Costanzo Antermite e Gemma Lanzo:

La teoria del cinema di animazione potrebbe essere la colonna portante della stessa teoria del cinema? Negli ultimi venti anni abbiamo assistito ad una esplosione di nuove idee riguardo la definizione del cinema come ‘dispositivo animato’ negli studi di Philip Brophy, Alan Cholodenko e altri. Tra gli acuti osservatori del cinema digitale Thomas Elsaesser sostiene da oltre quindici anni che il cinema contemporaneo nell’era digitale tende sempre più (come aveva intuito da prima Raymond Durgnat) ad andare verso una manipolazione dell’immagine grafica e tutti i nuovi blockbuster di Hollywood, culminanti con Avatar (2009) di James Cameron, confermano questa previsione. […] Anche se molti teorici del cinema hanno lentamente accettato questa sfida, l’oggetto di discussione è la rivoluzione totale del modo in cui consideriamo e definiamo il cinema stesso. La domanda semiotica fondamentale è: il cinema è legato essenzialmente all’indexicale, ovvero la traccia del reale che può essere raccolta attraverso la mdp (che sia chimica o digitale), o il materiale di cui è costituito è qualcosa nell’insieme più plastico, perfino pieghevole e spettrale nella sua sempre mutevole materialità? Švankmajer insieme a Walerian Borowczyk negli anni Cinquanta e Sessanta e in seguito i fratelli Quay, è, con i suoi lavori, il vero profeta di questa rivoluzione concettuale del modo in cui pensiamo al cinema.

E nello stesso saggio, il gioco di cui parlavamo poc’anzi: Martin ferma immagini dei film di Švankmajer, non cerca di “catturare analiticamente” niente, e segue il principio dell’automatismo surrealista giacché “il film mi coglie di sorpresa ingannando il mio cervello dal suo solito percorso lineare e razionale”, e racconta le scaltre provocazioni scatenate dalle analogie che s’accavallano e si rincorrono nel testo filmico svankmajeriano.
Altra scelta di prestigio della rivista è rappresentata dalle traduzioni in italiano di alcuni dei migliori scritti su Švankmajer. Tra questi citiamo il saggio di Michael ‘O Pray, apparso su Positif nel 1985, Jan Švankmajer e l’effetto Arcimboldo, tra i pochi testi in circolazione dedicati all’artista boemo, e Il domani potrebbe salvarti: Jan Švankmajer e le storie di Edgar Allan Poe di Timothy White e Emmett Winn, che ci accompagnano nella comprensione della parabola con cui l’artista ceco si avvicina alle opere di Poe, Carroll e Goethe, e ne fa film “stilisticamente cechi”.

Ma non di soli contributi dall’estero vive il numero di Moviement dedicato a Švankmajer: segnaliamo l’interessante articolo di David Sorfa L’oggetto del film in Švankmajer, che sviscera il senso dell’interpretazione attiva, intesa dal genio praghese come possibilità da parte dello spettatore di reinvenzione soggettiva del prodotto cinematografico; il saggio breve di Michele Faggi che s’infila in percorsi psicanalitici sull’ultima opera di Švankmajer, Discesa all’inferno e resurrezione: Lo spazio tra sogno e veglia in Surviving Life, Theory and Practice, con un ottimo apparato critico che lo sostiene. Unico neo della pubblicazione è il corredo fotografico, ridotto e con una definizione non sempre soddisfacente delle immagini, che a volte sembrano stonare nella pur elegante impaginazione.

A cura di Gemma Lanzo e Costanzo Antermite
Jan Švankmajer – Moviement n° 6

Formato: 21 x 29,7
Pagine: 112

Prezzo: 12 euro
Uscita: Gennaio 2011

ISBN: 978.88.904002.8.5
Editore: Gemma Lanzo Editore, Manduria (Ta)
www.lanzoeditore.it

 

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