La pelle che abito

La pelle che abito

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Almodóvar sembra incapace di muoversi in una direzione che non sia circolare, interna: La pelle che abito è un’operazione chirurgica, è un cambio (artificioso) di pelle che l’Almodóvar pre-Legami! impianta sull’Almodóvar de La mala educación e Gli abbracci spezzati. Presentato in Concorso al Festival di Cannes 2011.

La tua pelle brucia

Il celebre e stimato chirurgo estetico Robert Ledgard ha sviluppato una pelle artificiale che resiste a qualsiasi aggressione. Nella lussuosa villa di Ledgard, chiusa in una stanza e controllata costantemente da una videocamera, una giovane donna passa le sue giornate in attesa delle cure del chirurgo… [sinossi]

Prontamente indicato come uno dei possibili vincitori della Palma d’Oro, Pedro Almodóvar torna al Festival di Cannes con un’opera che ravviva almeno in parte una poetica che negli ultimi anni sembrava essersi fossilizzata – si veda, come punto più basso, Gli abbracci spezzati, presentato sulla Croisette nel 2009 [1]. Senza cambiare pelle, ma rimescolando le carte a disposizione, il cineasta spagnolo scrive e dirige un gradevole lungometraggio, fondato in maniera programmatica e ampiamente prevedibile sull’eccesso e sulla ridondanza. La pelle che abito (La piel que habito), che riassunto in ordine cronologico assumerebbe i contorni del folle pastrocchio, riesce a non inabissarsi totalmente nelle sabbie mobili dell’ipermelodramma grazie al ritmo spudoratamente gratuito ma funzionale (quantomeno nell’ottica del mero intrattenimento) dei ribaltamenti narrativi.

Volutamente ingannevole nella frammentazione temporale, il lungometraggio di Almodóvar gioca con lo spettatore, prendendolo bonariamente in giro e non prendendosi – fortunatamente – troppo sul serio. Tra fratelli che inconsapevolmente si ritrovano, madri che nascondono inconfessabili segreti, rapporti di amore e odio che si confondono e sorprendenti cambiamenti di sesso, La pelle che abito mette in scena, con un pizzico di mystery e eccessive dosi di comicità (non tutte apparentemente volontarie), un debordante melodramma familiare che chiama in causa il vouyerismo e l’identità sessuale, la vendetta e il perdono, la carnalità e l’amore nelle sue possibili declinazioni. Almodóvar costruisce un cine-giocattolo, smontandolo e rimontandolo, ricostruendo se stesso, rimodellando il cosiddetto almodrama: un’operazione che lascia però più di un dubbio sul reale stato di salute della poetica del cineasta spagnolo, sulla forza comunicativa delle sue opere, sul senso stesso del suo esasperato melò.

La pelle che abito ci lascia due sensazioni diametralmente opposte. Da un lato abbiamo la coerente sovrabbondanza sia narrativa che visiva, mitigata dalla componente grottesca, dalla comicità e dalle annacquate derive orrorifiche (il chirurgo estetico Robert Ledgard si muove come una sorta di Dottor Frankenstein postmoderno e, quindi, superficiale e inadeguato sia nell’odio che nella vendetta): come detto, lo spettacolo e l’intrattenimento sono assicurati. Ma, a ben vedere, Almodóvar sembra incapace di muoversi in una direzione che non sia circolare, interna: La pelle che abito è un’operazione chirurgica, è un cambio (artificioso) di pelle che l’Almodóvar pre-Legami! impianta sull’Almodóvar de La mala educación e Gli abbracci spezzati. Passato lo stupore visivo e narrativo, si resta con un pugno di mosche in mano, con personaggi che esprimono forzatamente dei sentimenti, con i temuti simulacri dei melodrammi più sterili. Ovviamente ben girato, con la solita impeccabile fotografia e via discorrendo, dalla colonna sonora ad alcune composizioni dell’inquadratura indubbiamente seducenti, La pelle che abito non aggiunge nulla alla filmografia di Almodóvar e dei suoi pur bravi interpreti – più del tanto sbandierato Banderas (Ledgard), preferiamo ricordare la parte femminile del cast, da Marisa Paredes (Marilia) a Elena Anaya (Vera… Cruz) e Blanca Suárez (Norma).

Note
1.
 Una parte della stampa e della critica, come in una sorta di crociata d’altri tempi, sta cercando il proprio paladino da contrapporre al vituperato The Tree of Life di Malick. Una delle frasi ricorrenti che rimbombano nel Palais è “sempre meglio di Malick”, discutibilissimo concetto che rischia di sospingere verso una più che generosa sopravvalutazione. La piel que habito rientra perfettamente nella categoria dei “sempre meglio di”.
Info
Il trailer italiano de La pelle che abito.
La pelle che abito su facebook.
Il sito ufficiale de La pelle che abito.
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