Il cinema agricolo di Sebastiano Montresor

Il cinema agricolo di Sebastiano Montresor

Cos’è il cinema agricolo? Per scoprirlo bisogna imparare a conoscere le opere di Sebastiano Montresor, a partire dal folle dittico Vigasio Sexploitation…

Cosa hanno in comune Leopold von Sacher-Masoch, Russ Meyer, Antonin Artaud, lo sci-fi e l’horror, David Lynch, Jean-Luc Godard, David Foster Wallace e la regione Veneto? All’apparenza nulla: eppure questa strana e particolare mescolanza di ispirazioni e intuizioni viene proprio dal nord-est della penisola, periferia cinematografica che sta svelando il proprio ruolo di epicentro alternativo, come dimostrano anche le esperienze del friulano Lorenzo Bianchini e del veneziano Michele Pastrello. L’ideale decentramento del cuore della produzione dagli stantii schemi predefiniti di Cinecittà e dintorni trova compimento nell’opera a suo modo inclassificabile di Sebastiano Montresor, nato nel 1979 a Isola della Scala, comune di poco più di diecimila abitanti a sud di Verona. E in quella stessa provincia Montresor lavora, sia portando davanti alla macchina da presa il proprio immaginario sia mettendolo a disposizione di clienti esterni: da quando è stata fondata la Mon3sor (casa di produzione del cineasta) ha portato a termine su commissione documentari, lavori industriali, videoclip, spot, donando al regista quel minimo di sicurezza economica con la quale affrontare i due lungometraggi che rappresentano a tutt’oggi il fulcro del proprio curriculum artistico. Due film che a prima vista sembrano non avere molto in comune, se si eccettua la riflessione sulla sessualità, e che hanno storie produttive diverse tra loro: prima di fare il giro dei festival di mezzo mondo (Lisbona, Locarno, Londra, Mannheim-Heidelberg, Parigi, Montpellier, Amsterdam, Rotterdam, Roma, Bari, Verona, Milano, Bologna ecc.ecc.) L’eredità di Caino, co-diretto insieme a Luca Acito, ha vissuto una gestazione a dir poco lunga, con il set allestito nel 2002 e la post-produzione conclusa solo quattro anni dopo.

Quattro anni, ma solo cinque settimane di riprese, tutte in un unico interno: sarebbe fin troppo facile ridurre le potenzialità espressive de L’eredità di Caino al semplice apparentamento cinema/teatro. Non che non si respiri un’atmosfera da palcoscenico, forse anche per l’approccio attoriale sfoderato dall’ottimo cast (un Filippo Timi ancora lontano dalle luci della ribalta nazionale, Anna Mascino, Lucia Mascino e Cristina Golotta), ma la scenografia, composta dalla stanza a scacchi in cui giocano una partita di posizione e possessione i protagonisti, vale a dire Lui, la Signora e la Prostituta, più che al palco di un teatro assomiglia alla Loggia Nera, non-luogo lynchiano in cui le pulsioni malsane proprie dell’essere umano trovano glorificazione e gli incubi si materializzano. Un cinema corporeo, che riecheggia semmai della lezione artaudiana, in cui la crudeltà diventa elemento imprescindibile per scendere a patti con una realtà che non è mai meramente riproposta e ricopiata, ma riletta attraverso la lente deformante del meraviglioso, atto ultimo di supremazia dell’arte sulle miserie del quotidiano. Per questo atto eversivo è necessario un repulisti generale, come dimostra l’utilizzo della videocamera che, con fare ansiogeno e irrequieto scaccia via anche l’ultima briciola di formalismo fine a sé stesso o di rigoroso autocompiacimento. L’eredità di Caino è un film che trae la forza dal proprio squilibrio umorale, riducendo La venere in pelliccia di Sacher-Masoch (evidente fonte d’ispirazione) in brandelli anarcoidi e rigeneranti, in cui il cinema officia il proprio sposalizio con la videoarte e con il teatro, partendo da assunti godardiani (“Io gioco, tu giochi, noi giochiamo al cinema…”) e arrivando a tracciare direttrici che non assomigliano a nulla di precedentemente filmato. Anzi, a essere onesti sembra di intravvedere in filigrana lacerti rinati a nuova vita della Salò pasoliniana, con i dovuti distinguo. Un esordio folgorante e ostico, in cui la narrazione procede quasi esclusivamente per metafore e associazioni di idee, elemento che ne decreta con ogni probabilità un ostracismo quanto mai immeritato.

Ci vogliono tre anni prima di tornare a posare gli occhi su una produzione della Mon3sor, stavolta con il solo Montresor accreditato alla regia, e anche stavolta si tratta di un progetto dalla gestazione a dir poco particolare: Vigasio Sexploitation è un film diviso in due parti, la prima terminata nel 2009 e la seconda presentata solo un anno dopo, due mediometraggi che compongono nel loro complesso una delle visioni più sconvolgenti del sottobosco italiano contemporaneo. Straordinario omaggio al cinema popolare, Vigasio Sexploitation è allo stesso tempo un’opera d’arte astratta, forma d’avanguardia che ancora una volta non si concede con troppa facilità al proprio pubblico: lo spettatore del cinema di Montresor deve avere la volontà di confrontarsi con un universo che non ha eguali attualmente in Italia, ma non solo. Una volta che si è penetrato lo strato di pellicola – virtuale, ovviamente, visto che il film è girato in digitale – che divide la dimensione artistica dalla realtà si ha la possibilità di sprofondare in un mondo divertente, terrorizzante, ricco di un’inventiva rara e mai riciclata. A una prima metà che omaggia tanto l’horror e lo sci-fi d’antan (la mummia, l’uovo alieno che ricorda tanto i baccelloni di Don Siegel) quanto gli esordi allucinati e allucinogeni di Lynch, trascinando lo spettatore tra donne-Dixan, combattimenti a colpi di motosega, una fotografia tendente alla sparizione del colore, intratitoli a fungere da elemento dialogico, atmosfere noir e ossessioni buñueliane, fa seguito una seconda parte iper-colorata, in cui deflagra una sessualità plastificata che sarebbe piaciuta a Russ Meyer, con maggiorate che sparano proiettili dai propri seni, alieni/televisore che fecondano le donne terrestri lanciando frecce nelle loro vagine, donne baffute vestite da biker e chi più ne ha più ne metta. Una vera e propria antologia del cinema popolare dell’ultimo secolo, che non si ferma però mai al mero citazionismo cinefilo ma osa sfondare le pareti del preordinato, scatenando nuove rivoluzioni culturali. È uno scandalo che Vigasio Sexploitation non riesca a trovare nessuno dotato del coraggio necessario per promuoverlo a dovere sul territorio nazionale: forse perché non sceglie mai la via più facile, forse per via dell’estremismo di alcune sequenze a pochi passi dall’hard, più probabilmente perché si tratta di cinema pensato fuori dalla mappatura produttiva nostrana. Nessuna metropoli a far da sfondo (al massimo il paesino di Vigasio, diciotto chilometri di distanza da Verona), nessun nome noto coinvolto – nel cast è doveroso quantomeno citare Emma Nitti, Andrea Bruschi, Gino Versetti e Chiara Pavoni –, un approccio estetico e narrativo che aborre lo standard, qualunque esso sia.

Il cinema di Sebastiano Montresor, interamente recuperabile online, è il sintomo di un rinnovamento artistico e concettuale che sta attraversando la settima arte nostrana, e che prima o poi deflagrerà completamente. Perché, come insegna la citazione del compianto David Foster Wallace che apre le danze in Vigasio Sexploitation, primo esempio di “cinema agricolo per un pubblico agricolo”: “È un disagio che dura tutta la vita. Non puoi impedire ai pensieri di venire a galla. La cosa che cercano di insegnarti è di lasciarli andare, i pensieri. Lasciali venire quando vogliono, ma non li intrattenere. Non devi invitare il pensiero o il ricordo della sostanza a entrarti nella testa, non devi offrirgli un’acqua tonica e la tua poltrona preferita, e non devi parlare con lui dei vecchi tempi”. Buona visione!

Info
Il trailer del primo volume di Vigasio Sexploitation.
Il trailer del secondo volume di Vigasio Sexploitation.

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