Strade perdute

Strade perdute

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In blu-ray per la Koch Media Strade perdute, tra le creature meno comprese e amate partorite dalla mente di David Lynch. Un’occasione per riscoprire un gioiello degli anni Novanta.

Fred Madison è un musicista jazz. Il suo matrimonio con Renee è in crisi, e la situazione degenera quando la coppia trova un pacco davanti alla porta di casa, contenente una videocassetta sulla quale è registrata una ripresa dell’esterno dealla casa. I Madison fanno intervenire la polizia, che non ha però elementi a disposizione per portare avanti l’indagine. Lo stato di disagio di Fred, che è convinto che la miglie lo tradisca, aumenta a una festa, dove viene avvicinato da uno strano uomo, che afferma di conoscerlo… [sinossi]

Nella prefazione al suo libro-intervista Lynch secondo Lynch Chris Rodley scrive: “Lynch è sempre stato il sognatore che trova l’analisi intellettuale del sogno semplicemente inadeguata. Per lui si tratta di un’esperienza originariamente sensoriale. Egli preferisce mostrarcela che spiegarcela. Il suo approccio al cinema non è solo estremamente intuitivo, ma aperto alle operazioni della fortuna, del destino e del caso. Da questo punto di vista il suo modo di fare cinema è quasi un atto di fede. Un delicato equilibrio di forze misteriose. Un gioco rischioso.”

Definizione che si adatta in maniera pressoché perfetta alla lettura critica di Lost Highway, forse insieme a Fuoco cammina con me il film meno compreso di Lynch, il più bistrattato, ridotto banalmente a un divertissement autoriale, cupo e angosciante viaggio in un percorso già tracciato. Nulla di meno preciso: in realtà le “strade perdute” in cui vaga la mente dell’uxoricida Fred Madison sono la raffigurazione stessa dell’approccio cinematografico del regista nativo di Missoula, nel Montana. Più volte considerato – a ragion veduta – il prodromo di ciò che sarebbe avvenuto poco più di un lustro dopo con la lavorazione di Mulholland Drive, Strade perdute mette in scena una fuga psicogena, in cui la psicanalisi viene stravolta e riletta in una chiave più ampia, in cui giocano un ruolo di primaria importanza gli elementi ambientali e puramente umorali. Un’opera che pulsa, e trova un suo ulteriore completamento nella particolare struttura studiata da Lynch: Strade perdute si muove su una superficie doppia e al contempo unica, come si trattasse di un Nastro di Moebius (1). La strada immersa nella notte, con la linea di mezzeria illuminata dai fari dell’automobile su cui si apre (e si chiude, ovviamente) il film, equivale a un viaggio privo di un inizio e di una fine, a un eterno ritorno che non ha possibilità di conclusione. L’universo parallelo, astratto e reale allo stesso tempo, in cui si imprigiona la mente del jazzista Fred incapace di accettare l’idea di aver ucciso la moglie e il suo amante, è l’ennesima incursione di Lynch in un ambiente che ricorda da vicino le dinamiche sociali, i cromatismi e le atmosfere tanto di Velluto blu quanto di Twin Peaks. Ma per cercare di comprendere realmente il senso di un’operazione dalla sconvolgente profondità intellettuale e al contempo onirica è necessario guardare due volte Strade perdute: durante la prima visione ci si deve completamente abbandonare alle emozioni, senza alcun filtro intellettuale, concedendo tempo e spazio alla dimensione critica e teorica solo in un secondo momento, senza comunque lasciarsi lusingare troppo dall’idea di tradurre in senso segni e ipotetici simboli. Perché il cinema di David Lynch, forse la più sorprendente rappresentazione del sogno che si sia mai avuto modo di incontrare in cento anni e passa di vita della Settima Arte, è in grado di parlare contemporaneamente al cervello, al cuore e alle viscere dello spettatore. Spaventandolo e perturbandolo, ma aprendo squarci di realtà non ancora ipotizzate, mondi sovrapposti in cui convivono doppelganger e quanti, e nei quali è pericoloso e irresistibile muoversi.

Un’esperienza assolutamente da non mancare, e che trova una sua sublimazione nell’edizione blu-ray della sempre più meritoria Koch Media. Una qualità video e audio (le tracce sonore sono l’originale inglese e l’italiano) che esalta le timbriche di questo sottostimato capolavoro, e una selezione di materiale extra, che magari non sfrutta fino in fondo le potenzialità “spaziali” del supporto – ci si sarebbe potuto aspettare anche qualcosa di più, sotto questo punto di vista – ma si distingue per un interessante making of e un’illuminante intervista con Lynch, nella quale l’autore dona vere e proprie gemme del suo pensiero, dimostrando una volta di più la coerenza e l’acume che lo guidano. Sorprende, a distanza di oramai quasi quindici anni dalla sua uscita, la straordinaria modernità di Strade perdute, la sua totale anomalia rispetto a ciò che l’ha preceduto e seguito (anche rispetto ad altre galassie visionarie come Mulholland Drive o INLAND EMPIRE), e la volontà di dare alito vitale a un percorso cinematografico paradossalmente demodé, come se il noir classico fosse sprofondato in un buco nero che improvvisamente ha irradiato una miriade di colori, impazziti/dolorosi/salvifici.

La superficialità con cui fu trattato questo gioiello del cinema a stelle e strisce degli anni Novanta grida ancora vendetta, ma ora lo spettatore italiano ha finalmente un’arma da contrapporvi, in grado di rendere la doverosa giustizia. Prima di disperdersi nel buio della notte su una strada desolata e solitaria, e di sussurrare a un citofono “Dick Laurent è morto”.

Note
1. Figura topologica geometrica che deve il nome al suo creatore August Ferdinand Moebius, matematico e astronomo del diciannovesimo secolo, è un nastro a due lati che, ruotandone un lato di 180° e unendone le due estremità, diventa un unico oggetto dalla superficie infinita, in quanto scrivibile su due lati che non sono altro in realtà che le facce diverse di uno stesso lato. Avere una faccia sola è una proprietà topologica del nastro di Moebius, in questo evoluzione dello studio sulla geometria portato avanti da Felix Klein, con il quale la geometria diventa lo studio degli invarianti rispetto a un gruppo di trasformazioni: secondo la geometria euclidea sono da considerarsi trasformazioni la rotazione, la traslazione, la riflessione speculare e la dilatazione. Un’ulteriore evoluzione del discorso sulle trasformazioni geometriche la si deve a Nikolai Lobatceskij e alla sua Pangeometria, nella quale non sono considerati concetti primitivi come il punto, la retta e il piano, ma viene prestata massima attenzione solo per il contatto tra i corpi e le deformazioni senza lacerazioni (sfera in ovale, ovale in cubo, cubo in piramide) tramite passaggi per deformazioni successive.
Info
Il trailer di Strade perdute.
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