Il re leone 3D

Il re leone 3D

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Sia nella versione tradizionale che stereoscopica Il re leone non è certo una pellicola che paga il passare del tempo, ma è un’opera che già nel 1994 denunciava tutti i limiti del marchio Disney.

L’ultimo ruggito…

Dopo la morte del padre, il leoncino Simba fugge dalla sua terra e viene accolto da Timon e Pumbaa, ma tornerà per riconquistare il regno, usurpato dal perfido zio Scar. Uscito per la prima volta al cinema nel 1994, The Lion King torna oggi nella nuova versione in 3D. [sinossi – programma Festival di Roma 2011]

A volte capita che il 3D sia utile, anche quando è solo un pretesto: per la Disney, che può ridistribuire una gallina dalle uova d’oro, con tanto di prezzo maggiorato del biglietto; per noi, che possiamo mettere nero su bianco alcune considerazioni che ci frullano in testa dal lontano 1994.
Che il 3D sia un pretesto è abbastanza evidente. Dal punto di vista estetico, infatti, la tridimensionalità poco (o nulla) aggiunge all’opera originale, rilanciando per l’ennesima volta la grande questione sulla reale utilità della stereoscopia nell’attuale panorama produttivo. A parte casi isolati come Avatar, Coraline e la porta magica o Cave of Forgotten Dreams, la grande massa dei titoli realizzati in 3D sembra infatti seguire logiche meramente commerciali. Ed ecco, quindi, che le nuove versioni dei “classici” disneyiani anni Ottanta/Novanta possono tornare sul grande schermo, rilanciando una consuetudine che tanto successo riscuoteva nei decenni passati [1]. Sono però altre le questioni che ci interessano [2].

Torniamo al 1994 e diamo un’occhiata al decennio 1989-1999, generalmente considerato un periodo di rinascita per la Disney, dopo una lunga serie di produzioni che il tempo ha quasi cancellato [3]. Ricoperto di riconoscimenti, dai due Oscar ai tre Golden Globe, fino agli ancor meno credibili cinque Annie Award, Il re leone (The Lion King) è effettivamente una delle opere più significative degli anni Novanta disneyiani, grazie soprattutto a una suggestiva colonna sonora [4], a un character design più che gradevole e all’ispirato utilizzo dei colori. Ma gli osanna per la Disney non si limitavano al film di Roger Allers e Rob Minkoff: da La sirenetta (1989) a Tarzan (1999), passando per i vari La Bella e la Bestia (1991), Pocahontas (1995), Il gobbo di Notre Dame (1996) e via discorrendo, tutto sembrava dorato, perfetto, artisticamente e tecnicamente inimitabile. La Casa del Topo incarnava, per buona parte della critica e per la totalità dei grandi mezzi di comunicazione, l’idea stessa di animazione. Poi, nel giro di pochi anni, il tracollo e lo scioccante stop all’animazione tradizionale [5].

Il rapido declino della Disney, nonostante l’illusorio e sovrastimato rigurgito di golden age [6], è legato ovviamente a un concatenarsi di cause, in primis le scelte poco lungimiranti della dirigenza, la concorrenza delle nuove case di produzione, come la DreamWorks e la Pixar, la crescita esponenziale dell’animazione in computer grafica e l’incapacità di rinnovare schemi narrativi oramai logori. Da non sottovalutare, infine, la sempre più ampia diffusione dell’animazione giapponese, pietra di paragone assai penalizzante per le produzioni disneyiane – alcuni titoli nipponici usciti tra il 1994 e il 1995: Ghost in the Shell (1995) di Mamoru Oshii, Memories (1995) di Koji Morimoto, Katsuhiro Otomo e Tensai Okamura, Pompoko (1994) di Isao Takahata, Whisper of the Heart (1995) di Yoshifumi Kondo…

Insomma, Il re leone, sia nella versione tradizionale che stereoscopica, non è certo una pellicola che paga il passare del tempo, ma è un’opera che già nel 1994 denunciava tutti i limiti del marchio Disney. Limiti soprattutto di carattere narrativo, con la frammentazione dello sviluppo psicologico dei personaggi, meccanicamente affidato a qualche numero musicale. Annacquata qualsiasi velleità shakespeariana, restano le gag divertenti, legate alle immancabili spalle comiche (Timon e Pumbaa, evoluzione esotica dei topolini di Cenerentola), il respiro epico ed emotivamente coinvolgente e alcune interessanti soluzioni grafiche, come la parata nazista delle iene o il character design tagliente e beffardo di Scar.

Perennemente in bilico tra favola, derive pseudo-drammatiche, psicologie abbozzate e siparietti canterini, i classici moderni della Disney di sono arenati tra la tazzina sbeccata de La bella e la bestia e i doccioni de Il gobbo di Notre Dame. Strada che ha portato, nonostante la ricerca di nuove, emancipate e persino esotiche eroine, a una fine ampiamente annunciata.

NOTE
1. Oltre a La Sirenetta 3D e La Bella e la Bestia 3D, vedremo le nuove versioni di due titoli di punta della Pixar: Alla ricerca di Nemo 3D e Monsters & Co 3D. Era dal 1993, con il capolavoro Biancaneve e i sette nani (1937), che un classico della Disney non veniva riproposto nelle sale.
2. Meglio sorvolare sulla querelle Disney/Tezuka, che non porta indubbiamente punti alla Casa del Topo.
3. Per rinfrescarci la memoria: Red e Toby – Nemiciamici (1981) di Art Stevens, Ted Berman e Richard Rich, Taron e la pentola magica (1985) di Bernam e Rich, Basil l’investigatopo (1986) di Ron Clements, Burny Mattinson, David Michener e John Musker e Oliver & Company (1988) di George Scribner.
4. Le musiche, da La sirenetta (1989) in poi, hanno un ruolo fondamentale nella (ri)scalata dei box office.
5. La Disney cancella i progetti in 2D e chiude con il poco memorabile Mucche alla riscossa (2004). Paradossalmente, sarà John Lasseter a rilanciare l’animazione tradizionale con La principessa e il ranocchio e, soprattutto, Winnie the Pooh – Nuove avventure nel Bosco dei 100 Acri (2011).
6. Gridano francamente vendetta le quattro nomination generosamente concesse a La bella e la bestia di Gary Trousdale e Kirk Wise.
INFO
Il trailer italiano de Il re leone 3D.
Il re leone 3D su facebook.
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