Elegia della fuga – Per un cinema europeo

Elegia della fuga – Per un cinema europeo

Cos’è l’Europa per Aki Kaurismäki? Quale volto e ruolo assume il Vecchio Continente nelle pieghe del cinema del regista finlandese? E in prospettiva quali sono le utopie, se esistono ancora, rintracciabili nel suo sguardo prospettico?

Dogs Have No Hell è, insieme al superlativo Ten Thousand Years Older di Werner Herzog, il miglior frammento tra quelli da cui è composto Ten Minutes Older: the Trumpet, film collettivo al quale nel 2002 prestarono la loro professionalità anche Jim Jarmusch, Chen Kaige, Wim Wenders, Spike Lee e Victor Erice. Aki Kaurismäki, in procinto di mettersi al lavoro sul set de L’uomo senza passato, approfitta dell’occasione per lanciarsi nell’ennesimo elogio alla fuga. Dogs Have No Hell è forse il suo ritratto umano più struggente, con il protagonista interpretato da Markku Peltola ormai privo di qualsiasi spirito ribellistico, sconfitto dalla società (lo si vede uscire di prigione, dove ha tranquillamente svolto la sua pena senza i moti d’evasione che caratterizzavano Ariel e Leningrad Cowboys Meet Moses) e dalla vita stessa. Ma il cortometraggio, come d’abitudine silenzioso e scarno, nasconde in realtà l’ennesimo grido di preoccupazione per un’Europa che, ripresasi dalla disgregazione che fece seguito alla caduta del muro, ha iniziato un percorso che sembra seguire per molti versi pericolosamente le tracce del capitalismo statunitense.

Già si era palesata questa analisi spietata nello sguardo lanciato sull’Europa attraversata, o per meglio dire quasi letteralmente dissezionata, dai Leningrad Cowboys del secondo capitolo sulla lunga distanza che li vede protagonisti. Eppure in nessun altro film come nei dieci minuti dieci di Dogs Have No Hell, l’inquietudine del cineasta raggiunge vertici così estremi: già solo il fatto che tutto l’episodio ruoti intorno all’inizio di una nuova vita, cozzando duramente contro la certezza della durata del cortometraggio, è una dichiarazione d’intenti fin troppo chiara. Certo, una nuova vita (europea) sta per iniziare, ma in realtà è già finita, così com’è finita la speranza, ragionando su queste basi, di poter realmente cambiare le cose.
Alla fine di Dogs Have No Hell l’uomo prende il treno con la sua nuova compagna. Intorno a loro il panorama sfila via. L’uomo parla alla donna:

– Guardo se è ancora là.
– Chi?
– La mia patria.

La patria non è più solo la Finlandia, ovviamente, ma l’Europa Unita, che sta rischiando di smarrire definitivamente la sua identità, dietro una rincorsa folle (suicida?) di un ideale di benessere che non solo non le appartiene, ma presenta non poche contraddizioni. Aki Kaurismäki conosce bene le controindicazioni di una spinta economica che non faccia seriamente i conti con gli strati meno abbienti della società; ha denunciato gli errori della Finlandia fin dalla cosiddetta “trilogia proletaria” (Ombre in Paradiso / Ariel / La fiammiferaia) senza mai scendere a compromessi di alcun tipo e senza alleggerire i toni.
Anche per questo motivo, avendo trovato punti di contatto tra la Finlandia di metà anni ’80 e il Portogallo attuale, ha raccontato la deriva autodistruttiva di un paesino di montagna nello stato iberico in Bico, segmento di un altro film collettivo, il misconosciuto Visions of Europe che mette insieme ben venticinque cortometraggi realizzati da altrettanti registi europei. Proprio a proposito di Bico, Aki Kaurismäki ha affermato: “Alla fine degli anni Novanta, il Portogallo ha avuto lo stesso sviluppo attraversato dalla Finlandia tra i primi anni Sessanta e i Novanta. Ho provato a mettermi in mezzo alla strada agitando le braccia e gridando Ehi! Io so a cosa andate incontro! Fermatevi! Ma non mi ha ascoltato nessuno”.

Torna dunque preponderante l’angustia per un evolversi della situazione continentale che sembra procedere a velocità impazzita senza aver avuto l’accortezza di controllare i freni; anche Le luci della sera e soprattutto Miracolo a Le Havre, a ben vedere, possono essere letti come l’analisi di una situazione politica ed economica agli sgoccioli, dove coloro che vivono ai margini, da sempre eroi delle pellicole di Kaurismäki, sono destinati a perdere la sfida una volta per tutte. Non c’è più il sogno dell’est, è defintivamente infranto anche il mito dell’ovest. Si resta nel mezzo, soli come/con un cane, doloranti, feriti, senza più alcuna volontà. Alla fine la società ha avuto la meglio sull’individuo, e non sembra esserci più niente da fare.
Ma quale futuro cinematografico si può invece prospettare per l’Europa? Fin dove ci si può spingere nel disegnare il panorama del futuro prossimo? E soprattutto, con quali toni bisogna dipingerlo? Sono queste domande che ha un senso farsi proprio nell’approssimarsi della conclusione di questa analisi del cinema di Kaurismäki, uno dei pochi cineasti europei che è riuscito a sfondare i confini del proprio paese per trovare patria in tutto il vecchio continente. E non solo perché i suoi film escono regolarmente in tutta Europa: si potrebbe dire lo stesso di Lars Von Trier, Ken Loach, Luc e Jean-Pierre Dardenne, Alejandro Amenábar e via discorrendo. No, c’è qualcosa nel cinema di Aki Kaurismäki che permette di ragionare a un livello superiore: il suo cinema è europeo perché ragiona in maniera generale sia da un punto di vista estetico che da un punto di vista culturale. Ma soprattutto, ed è questo il punto che interessa rimarcare con più forza, da un punto di vista produttivo. Il modello economico portato avanti da Kaurismäki nella sua coraggiosa e strafottente autoproduzione (prima con la Ville Alfa, quindi con la Sputnik) andrebbe considerato più e meglio di quanto si faccia solitamente. Perché ciò che realmente manca al cinema europeo è un canale indipendente (realmente indipendente, sia chiaro) che ragioni in maniera diametralmente opposta a quello ufficiale tendenzialmente portato al monopolio della cultura. Quello che forse non ha ancora razionalizzato Kaurismäki nella sua spietata critica al capitalismo europeo è che proprio il suo cinema può essere preso a paradigma di una via diversa, magari più difficile da percorrere ma non per questo impossibile. E sicuramente non votata al fallimento.

Che il suo esempio estetico abbia già ampiamente trovato epigoni un po’ in tutta Europa (e anche nel resto del mondo; si veda lo splendido Linda Linda Linda di Nobuhiro Yamashita) non è certo un segreto per nessuno. È ora dunque che l’attenzione si sposti dal versante estetico a quello più prettamente economico. Quella di Kaurismäki potrebbe essere una sorta di “terza via” cinematografica per la (ri)nascita dell’Europa. E chissà, magari tra settant’anni un giovane cineasta dedicherà una sua opera allo “spettro di Kaurismäki che ancora si aggira per l’Europa”…

Speciale Kaurismäki

Elegia della fuga – Il cinema di Aki Kaurismäki
Un viaggio nel cinema di Aki Kaurismäki, tra alienati e band stralunate, luci della sera e nuvole in movimento, miracoli e sogni di fughe impossibili nell’est sovietico. Nel tentativo di penetrare la corazza di un autore fondamentale per il cinema europeo dell’ultimo trentennio.

 

Gli alien(at)i sono tra noi
I protagonisti dei film di Aki Kaurismäki, alla ricerca di un posto in cui (soprav)vivere, sono perdenti e proletari, eroi del nuovo mondo, chiusi come tutti nella prigione della società. Ma loro, per lo meno, consapevolmente.

 

Elegia della fuga
Il tema della fuga acquista fin dagli esordi una centralità assoluta all’interno della poetica di Aki Kaurismäki. Dai Franck alla ricerca dell’eldorado in Calamari Union fino ai Leningrad Cowboys che vanno e tornano dalla terra dei sogni.

 

Tra New York e Mosca
Aki Kaurismäki, nel corso della sua filmografia, ha spesso messa in scena, contrapponendoli, il mito americano e quello sovietico, tra ipotesi di fughe verso est e il fascino degli oggetti prodotti nella patria del Capitale.

 

Leningrad Cowboys Meet Kaurismäki
Il momento cruciale dell’intera carriera di Aki Kaurismäki con ogni probabilità è rappresentato dall’incontro con i Leningrad Cowboys, autoproclamatisi come la peggiore band del pianeta, persa tra standard statunitensi e cori russi.

 

Rock the Tundra
Il rock, nel cinema di Aki Kaurismäki, si muove sottopelle, attraversando l’intera filmografia del regista finlandese e penetrando in profondità, là dove è difficile fermarsi davvero ad ascoltare. Un percorso amoroso e vitale, cultrale, politico.

 

Matti e i suoi fratelli
Aki Kaurismäki non è “solo” un grande autore del cinema europeo contemporaneo; nel corso della sua carriera ha avuto la capacità di costruire attorno a sé una factory o, meglio, una famiglia in grado di seguirlo di set in set, senza abbandonarlo mai.

 

Dedicato a…
Il cinema di Aki Kaurismäki, pur così riconoscibile e dotato di un immaginario difficile da confondere con altro, non nasce certo dal nulla. Quali sono i riferimenti culturali – cinematografici, certo, ma non solo – del regista finlandese? E in che modo questa comunione d’amorosi sensi prende corpo sullo schermo?

 

Kaurismäki/Jarmusch: come in uno specchio
Tra Orimattila e Akron, nell’Ohio, corre una distanza di quasi settemila chilometri. Una distanza completamente annullata dall’esperienza autoriale di Kaurismäki e di Jim Jarmusch, che sembrano protesi in un infinito dialogo a distanza tra pellicole.

 

Per un cinema europeo
Cos’è l’Europa per Aki Kaurismäki? Quale volto e ruolo assume il Vecchio Continente nelle pieghe del cinema del regista finlandese? E in prospettiva quali sono le utopie, se esistono ancora, rintracciabili nel suo sguardo prospettico?

 

La fine (?)
In quale direzione si muoverà d’ora in avanti il cinema di Aki Kaurismäki? Quale storie lo interesseranno maggiormente, e perché? Anche l’incontro con uno dei più importanti autori europei degli ultimi decenni volge al termine…

 

Info
Il cortometraggio Dogs Have No Hell di Aki Kaurismäki.
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