Diaz: Don’t Clean Up This Blood

Diaz: Don’t Clean Up This Blood

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La brutalità della macrosequenza dell’irruzione nella scuola Diaz di Genova è prima di tutto un atto di giustizia, una scelta estetica ammirevole. L’unica possibile. Non c’era spazio per il fuori campo, per le ellissi narrative, per qualche svolazzo metaforico.

La rappresaglia

Sabato 21 luglio 2001, ultimo giorno del G8 di Genova, poco prima della mezzanotte, più di 300 operatori delle forze dell’ordine fanno irruzione nel complesso scolastico Diaz. In testa c’è il VII nucleo, seguono gli agenti della Digos e della mobile mentre i carabinieri circondano l’edificio. In quella che il comandante Fournier definisce “una macelleria messicana” vengono arrestate e picchiate 93 persone sebbene non abbiano opposto alcuna resistenza, in gran parte si tratta di ragazzi e giornalisti stranieri (per lo più tedeschi, francesi e inglesi) che stanno dormendo. [sinossi]

L’obiettività e l’equidistanza si misurano in alcuni casi nella rappresentazione della violenza, nei litri di sangue, nel numero di manganellate, di ossa rotte, di denti saltati, di persone che non riescono a reggersi in piedi, che piangono a dirotto, che pregano di non morire. O forse di morire in fretta. L’obiettività si misura nel coraggio di non fermare la macchina da presa, di lasciarla libera, di sbattere in faccia agli spettatori delle immagini difficilmente sostenibili. L’obbiettività è spesso dolorosa, è uno schiaffo in faccia. L’obbiettività deve essere il fine ultimo di un film come Diaz – Don’t Clean Up This Blood. E prima di qualsiasi altra considerazione, bisogna riconoscere a Vicari la capacità e il coraggio di aver messo in scena con talento, lucidità e cristallina trasparenza un episodio di rara violenza legalizzata, pianificata e attesa con la bava alla bocca da un branco di lupi.
La brutalità della macrosequenza dell’irruzione nella scuola Diaz di Genova è prima di tutto un atto di giustizia, una scelta estetica ammirevole. L’unica possibile. Non c’era spazio per il fuori campo, per le ellissi narrative, per qualche svolazzo metaforico. La polizia ha sfondato le porte, ha massacrato anziani e ragazzini, giornalisti e manifestanti. Gli uomini armati da una democrazia ipocrita, corrotta e impreparata, così simili alle unità antiterrorismo di Jin-Roh: Uomini e lupi (Jinro, 2004) di Hiroyuki Okiura, hanno colpito chiunque, con rabbia, odio, senza sosta, senza pietà. Uomini e lupi. Uomini o lupi?

Il senso di Diaz è tutto in questa ricostruzione, nella messa in scena di una rappresaglia in piena regola, di un martirio incancellabile e imperdonabile. Vicari riesce a rappresentare l’odio e la paura, dando corpo alla forza d’urto della falange di poliziotti, trascinando lo spettatore all’interno di una mattanza, di un girone infernale e claustrofobico. L’irruzione nella Diaz è lo sbarco in Normandia di Salvate il soldato Ryan, è la battaglia del battaglia del Fosso di Helm de Il Signore degli Anelli – Le due Torri, ma non c’è nessuna traccia di gloria e onore, nessuna giustificazione, nessun atto eroico. Questa sequenza, che ci riporta al coraggio di certo cinema politico italiano degli anni Sessanta e Settanta, ha un elevatissimo valore produttivo per il solitamente stanco panorama cinematografico nazionale. Non è il cinema delle due camere e cucina, delle crisi dei trentenni, dei film buoni solo per la televisione, delle commedie scritte a matita: Diaz – Don’t Clean Up This Blood è cinema di ampio respiro, è spettacolarità al servizio di una storia da raccontare, è un prodotto finalmente esportabile, tecnicamente pregevole. La regia di Vicari traccia il cammino  che l’industria cinematografica italiana dovrebbe seguire: tecnica, spettacolo, contenuti, coraggio. Come il recente ACAB di Stefano Sollima, Diaz può e deve rappresentare un punto di (ri)partenza.
Merito quindi ai produttori Domenico Procacci e Bobby Paunescu, alle felici scelte di cast (da Jennifer Ulrich a Claudio Santamaria, da Renato Scarpa a Elio Germano: una prova corale, senza inutili personalismi, curata anche nei ruoli minori), alle maestranze rumene e italiane. Non è un caso, però, che Diaz e ACAB siano due coproduzioni europee: il coraggio, nelle sue varie forme, non abbonda nel Bel Paese.

Diaz – Don’t Clean Up This Blood avrebbe meritato il concorso della Berlinale e meriterebbe un’ampia distribuzione, vetrine mediatiche e seri approfondimenti. E poco ci importa di alcuni difetti, di una sceneggiatura che sembra un po’ indecisa nel coinvolgere o meno tutti i personaggi in un racconto corale, di alcuni dialoghi un po’ troppo didascalici (si veda, ad esempio, quello in ospedale con Scarpa e Germano), della balbettante realizzazione grafica della bottiglia e via discorrendo. La macchina da presa di Vicari si è immersa nella violenza, si è incollata a vittime e carnefici, ha catturato la verità, preparando il terreno con filmati di repertorio e un’attenta documentazione: Don’t Clean Up This Blood. Adesso il sangue resterà per sempre.

Info
Diaz su facebook.
Il trailer di Diaz.
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