Gli sfiorati

Gli sfiorati

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Per il suo secondo lungometraggio da regista, Gli sfiorati, Matteo Rovere adatta il romanzo omonimo di Sandro Veronesi senza riuscire troppo a convincere sul piano della scrittura, ma confermando le sue qualità di regista.

Indeterminatezza (non) classificabile

Un padre in comune: è questa l’unica cosa che unisce Méte e Belinda. Lui giovane ed esperto grafologo, lei adolescente inafferrabile, in bilico tra consapevolezza e scoperta di sé. Non si sono praticamente mai visti, adesso sono costretti a passare sotto lo stesso tetto la settimana che precede il matrimonio dei propri genitori. Sullo sfondo c’è una Roma caotica e inattesa, intorno a loro amici in movimento continuo, e adulti sempre alla ricerca dei propri sogni. [sinossi]

Coloro che sembrano sempre lontani e distratti, senza però essere superficiali, che non hanno punti fermi e – camaleontici – cambiano il proprio atteggiamento nell’arco di una manciata di istanti lasciandosi trascinare dagli eventi, vivendoli in profondità senza risparmiarsi: essi appartengono a una nuova categoria umana e spirituale che non ha età, sesso, razza e religione, una sorta di nuova esistenza antropologica che affronta, entra in contattato, si scontra e interagisce, in maniera imprevedibile con il tempo, lo spazio e l’altro. Una categoria che ha nel proprio dna forme di ossimoro persistenti, ma che per qualche inspiegabile alchimia riescono a coesistere lasciandola sospesa senza corda di sicurezza in equilibrio sulla fragile fune della vita. Una categoria che, se accertata, messa sotto la lente d’ingrandimento di uno dei personaggi nati dalla penna di un acclamato scrittore, diventa a sua volta il centro di una teoria scientifica capace di tramutare il suo carattere di indeterminatezza non classificabile in qualcosa di catalogabile. È a loro che richiama il romanzo Gli Sfiorati, al loro “mondo”, che Sandro Veronesi più di vent’anni fa dedicò un ritratto letterario nel suo omonimo romanzo. Adesso quel libro, e con esso coloro che abitavano le sue pagine, prendono forma e sostanza sul grande schermo nell’opera seconda di Matteo Rovere che, con l’aiuto di Francesco Piccolo e Laura Paolucci, sotto l’ala protettrice di Domenico Procacci e della Fandango, lo sottraggono alle atmosfere degli anni Ottanta per attualizzarlo ai giorni nostri. Da registrare, però, il fatto che se da una parte le lancette dell’orologio hanno continuato a scandire lo scorrere impietoso dei decenni, dall’altra vizi, virtù, pregi e difetti, degli appartenenti alla suddetta categoria sembrano essere rimasti immutati. E questo basta a spiegare perfettamente il senso e le motivazioni che hanno guidato l’operazione.

Gli Sfiorati di Matteo Rovere, che torna dietro la macchina da presa a tre anni di distanza dall’altalenante Un gioco da ragazze, si regge sull’intelligente scelta di non trasporre fedelmente l’opera originale, tradendola in gran parte, a cominciare dall’epoca e dall’intreccio narrativo che si affida alla ciclicità costruita intorno a un piano reale con brevi incisi (il volo etilico nella discoteca e le proiezioni mentali del protagonista), ma conservandone intatti lo spirito, la natura dei personaggi (anche se alcuni subiscono delle mutazioni come nel caso di quello di Belinda che nel film si barrica in casa mentre nel romanzo ha una sua vita all’esterno) e l’ambientazione, ossia una Roma dal cuore palpitante sospesa tra il giorno e la notte, percorsa in lungo e in largo da persone che si sfiorano a malapena con lo sguardo. Il regista capitolino viene messo così nelle condizioni di raccontarlo dall’interno e non di trasporlo di riflesso, di mettere in quadro storie e personaggi che conosce perché figli del suo tempo e non di quello che ha appena assaporato vista l’età riportata sulla sua carta d’identità. Piccolo e Paolucci gli cuciono addosso il film, loro che avevano avuto già modo di lavorare su un altro celebre romanzo dello scrittore toscano: quel Caos calmo la cui trasposizione cinematografica, al contrario, è rimasta fedele all’origine cartacea del 2005. Forse per questo nelle mani del giovane regista romano, il plot cinematografico e molti degli elementi che lo vanno a comporre assorbono dal libro di Veronesi temi e stilemi riconoscibili nel cinema di Rovere, già presenti in maniera embrionale nella sua pluri-premiata produzione breve (da Lexotan a Uncoventional Toys, da Sulla riva del lago a Homo Homini Lupus). Nel suo primo lungometraggio, infatti, aveva posto le basi per l’annientamento del modello della famiglia classica, per la messa in scena di un “universo” popolato da individui in perenne difficoltà con qualcosa della vita (il passato, il conflitto generazionale, il proprio stato sociale) o con l’impossibilità (incapacità) di amare l’oggetto del proprio desiderio, perché la stragrande maggioranza di loro (a partire proprio da Mete) è anaffettivo, incapace di dare e chiedere affetto nelle sue diverse sfaccettature. Ne Gli Sfiorati c’è sempre stata la traccia di tutto questo ed è su questi elementi che la trasposizione affidata a Rovere punta con decisione.

Il nuovo film del regista romano sceglie la strada della contaminazione al confine tra leggerezza e dramma. Ne scaturisce una commedia di contenuti che purtroppo non convince a pieno, anche se più matura rispetto alla precedente pellicola che aveva messo in evidenza profondi squilibri narrativi. Allora come adesso a convincere rimane lo stile e l’approccio visivo, mai manierista e ricco di soluzioni. Sa come e quando muovere la macchina da presa, a dimostrazione dell’enorme potenziale estetico a disposizione. Peccato che queste potenzialità non vadano di pari passo con la componente narrativa. C’è da dire che qui, grazie all’esperienza degli sceneggiatori che lo hanno affiancato, la scrittura acquista più sostanza dal punto di vista dialogico e strutturale, anche se lo sviluppo drammaturgico delle one line dei personaggi appare a conti fatti ancora poco delineata. Per questo forse molti dei personaggi non consentono l’immedesimazione allo spettatore di turno, quasi volerlo respingere a priori. Se Veronesi nelle pagine del suo romanzo riesce mirabilmente a mettere a disagio il lettore, coinvolgendolo però attivamente fino a fargli persino desiderare l’indesiderabile, Rovere al contrario porta sullo schermo un racconto di e sulla tentazione che lascia l’indesiderabile fuori campo.

Info
Il trailer di Gli sfiorati su Youtube.
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