I sette samurai

I sette samurai

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I sette samurai si rivela non solo un jidaigeki dal respiro epico, ma anche una pellicola capace di fotografare la dura vita rurale, avvicinando due mondi apparentemente inconciliabili.

Giappone, 1587. Negli ultimi anni del periodo Azuchi-Momoyama, un piccolo villaggio di contadini subisce le angherie di una banda di briganti: per evitare che questi saccheggino una volta di più le loro case, i contadini cercano aiuto tra i ronin, i samurai rimasti senza un signore da servire. Dopo vari tentativi riescono a convincere il ronin Kambei Shimada, nonostante non abbiano denaro con cui pagarlo. Kambei riesce ad assoldare altri cinque samurai per affrontare i predoni, e a loro si unisce anche il finto samurai Kikuchiyo, contadino sbruffone e coraggioso. La battaglia per la difesa del villaggio ha inizio… [sinossi]

È difficile pensare a un’opera che rappresenti meglio di questo monumentale lungometraggio la potenza narrativa e visiva della Settima Arte: I sette samurai (Shichinin no samurai, 1954), epico e fluviale jidaigeki di Akira Kurosawa, possiede infatti un respiro epico che le parole non possono descrivere e un’intensità emotiva difficilmente replicabile. Volendo trovare un’immagine che riassuma almeno in parte la complessità di questo fondamentale tassello della storia del cinema, perfettamente in equilibrio tra ambizioni autoriali e spettacolo popolare, dobbiamo chiamare in causa la memorabile performance attoriale di Toshiro Mifune, calato nei panni del finto samurai Kikuchiyo, personaggio chiave della vicenda, non solo perché motore comico ed emozionale ma soprattutto per la sua doppia natura di contadino e samurai, sbruffone e ignorante, eppure nobile e assai astuto. Kikuchiyo funge da trait d’union tra le misere condizioni di vita dei contadini e l’immagine romantica dei samurai: invadente eppure estremamente sensibile, spesso ubriaco e molesto, ma lucido nel momento del bisogno, Kikuchiyo è un personaggio che rompe con la tradizione dei jidaigeki, un’intuizione narrativa che permette a Kurosawa di rendere imprevedibile una vicenda altrimenti già scritta.

Dalle pose forzate e caricaturali di Kikuchiyo, che con lo scorrere della pellicola assume un ruolo sempre più centrale, dai suoi abbigliamenti di fortuna [1] e dalla necessità di avere sempre molte spade a portata di mano, emerge un’energia vitale che non si oppone alla compassata eleganza ed esperienza dell’anziano ronin Kambei, ma che completa il ritratto dei samurai e ne rende credibile il coinvolgimento disinteressato.
Kurosawa, autore della sceneggiatura con Shinobu Hashimoto e Hideo Oguni, tratteggia minuziosamente i vari personaggi e le dinamiche, anche conflittuali, tra gli abitanti del villaggio e i samurai: I sette samurai si rivela quindi non solo un jidaigeki dal respiro epico, ma anche una pellicola capace di fotografare la dura vita rurale, avvicinando due mondi apparentemente inconciliabili. Ma è anche una delicata storia d’amore [2], di amicizia e di valori umani, un saggio di regia, di produzione, di azione: commoventi quanto spettacolari, i duecentosette minuti de I sette samurai si concludono con l’apoteosi dell’assedio finale, atteso fin dalla prima sequenza del film, dall’apparizione dei banditi a cavallo, quasi delle figure spettrali grazie all’intenso bianco e nero di Asakazu Nakai, direttore della fotografia di molte pellicole dirette da Kurosawa, da Non rimpiango la mia giovinezza (Waga seishun ni kuinashi, 1946) al coloratissimo Ran (Id., 1985), passando per Il trono di sangue (Kumonosu-jo, 1957) e Kagemusha – l’ombra del guerriero (Kagemusha, 1980).

Dalla sagace preparazione del piano difensivo alla brutalità degli scontri, che si protraggono per tre giorni e tre notti, Kurosawa mette in scena una travolgente pellicola d’azione, coerente con la sua natura di regista ambizioso, capace di passare senza timori dai toni drammatici di Vivere (Ikiru, 1952) al blockbuster d’antan I sette samurai, e fedele alla sua passione per l’azione: «Io amo il cinema d’azione, raccontare storie… Un film deve prima di tutto emozionare, creare una simpatia» [3].

Realizzato da Kurosawa tra mille difficoltà, in un villaggio tra le montagne e con avverse condizioni meteorologiche che hanno dilatato i tempi di lavorazione, con grande disappunto della casa di produzione, I sette samurai ha subito pesanti tagli. Esistono infatti varie versioni, che oscillano tra i centoquaranta e i duecentosette minuti: nelle edizioni più brevi sono state sacrificate, ovviamente, molte sequenze legate ai contadini. L’inevitabile remake hollywoodiano I magnifici sette (The Magnificent Seven, 1960) di John Sturges segue pedissequamente la logica dei tagli rendendo ancor più chiara l’unicità e l’assoluto valore anche dal punto di vista squisitamente spettacolare del capolavoro di Akira Kurosawa, l’imperatore del cinema.

Note
1. Il lavoro sui costumi di Kohei Ezaki e Mieko Yamaguchi si rivela fondamentale nella caratterizzazione di Kikuchiyo.
2. Tra il giovane samurai Katsushiro Okamoto (Isao Kimura) e la contadina Shino (Keiko Tsushima).
3. In Aldo Tassone, Akira Kurosawa, L’Unità/Il Castoro, 1995, p. 8.
Info
Il trailer de I sette samurai.
La scheda Imdb de I sette samurai.
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La proiezione in pellicola de I sette samurai di Akira Kurosawa è prevista per martedì 6 marzo alle 21.00 presso la Cineteca Nazionale di Roma (Vicolo del Puttarello, 25), in occasione della rassegna Nihon Eiga – Storia del Cinema Giapponese dal 1945 al 1969.
La scheda de I sette samurai è tratta dal volume
Nihon Eiga
Storia del Cinema Giapponese dal 1945 al 1969

a cura di Enrico Azzano e Raffaele Meale
prefazione di Roberto Silvestri
csf edizioni, 2012
ISBN 978-88-905283-1-6
224 pagine, 17 euro

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