Le tre sorelle

Le tre sorelle

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Quadri terrificanti, divertenti e spiazzanti: Le tre sorelle di Wang Bing è un’opera dallo sconvolgente potere immaginifico con cui il cineasta cinese sublima il concetto di cinema documentario.

La piccola casa nello Yunnan

Tre sorelle vivono in una piccola casa in un villaggio di montagna nello Yunnan. I genitori non abitano con loro. Le bambine di giorno lavorano nei campi o girano per il villaggio. Dal momento che la zia ha sempre più problemi per dar loro da mangiare, il padre delle bambine ritorna per portarle con sé in città, ma alla fine decide di lasciare la più grande con il nonno. [sinossi]

Secondo il dizionario illustrato della lingua italiana curato da Aldo Gabrielli, documentare equivale a “comprovare, testimoniare, fornirsi di prove”: una pratica che senza alcun dubbio ha avuto modo di sottolineare la propria rilevanza anche nel primo secolo – e qualche decennio – di vita della Settima Arte. Eppure è proprio sul senso del termine documentario che ruota la riflessione scaturita dalla visione de Le tre sorelle (San zi mei è il titolo originale cinese), ultimo parto creativo di Wang Bing presentato e premiato nella sezione Orizzonti alla sessantanovesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e dopo pochi giorni approdato anche sugli schermi televisivi nazionali, grazie all’interessamento del sempre fondamentale gruppo di lavoro di Fuori Orario – Cose (mai) viste capitanato da Enrico Ghezzi.
Una scelta, quella di scavalcare l’eventuale uscita in sala senza porsi neanche il cruccio sulla via da intraprendere, sicuramente comprensibile e meritoria, ma che non impedisce di avvertire un retrogusto amaro in bocca: una tattica che ha visto Le tre sorelle approdare su suolo italico, pur entrando dalla porta di servizio della televisione, una vera e propria rarità per un cineasta che finora aveva legato il proprio nome in maniera indissolubile alle peregrinazioni festivaliere, ma che allo stesso tempo ha reso impossibile al pubblico della penisola lo stordimento che si avverte nel venire schiacciati, in sala, dal peso mastodontico della messa in quadro del regista cinese.

Il cinema di Wang Bing è sempre virtuosamente dedito alla ripresa del reale, se si esclude l’ottima incursione nelle opere di finzione intrapresa due anni fa con The Ditch, presentato sempre alla Mostra dall’allora direttore Marco Müller come film a sorpresa del concorso ufficiale. Ma allo stesso tempo, riallacciando il discorso con quello intrapreso nell’incipit di questa breve dissertazione critica, appare davvero forzato affrontare il discorso su Le tre sorelle forti solo di una collocazione nel campo della documentaristica. Le tre sorelle è senza alcun dubbio la messa in scena di una realtà, e di una realtà ben precisa, vale a dire quella di una piccola popolazione che abita sulle brulle montagne dello Yunnan, regione del sud-ovest della Cina abbandonata al proprio destino dal governo centrale anche per il suo ruolo (non dichiarato) di “stato-cuscinetto”, per via dei suoi quasi quattromila chilometri quadrati di confine che separano lo Yunnan dal Myanmar, dal Laos e dal Vietnam. Lo sguardo di Wang si concentra sulla vita di un nucleo familiare in cui anche i bambini più piccoli – il minore del gruppo ha appena quattro anni – devono fare la loro parte di lavoro per assicurare ai parenti un sostentamento: ma nel mettere in scena la dolorosa vita quotidiana di questa famiglia, dominata dalle privazioni e dalla quasi totale mancanza di “gioco”, il regista non si adagia mai su una mera operazione di testimonianza visiva, tutt’altro.
Attraverso un incedere lento e contemplativo – il film tocca le due ore e mezza di durata, pur senza mai far sì che l’attenzione dello spettatore possa cedere alla stanchezza o preda del disinteresse – Wang Bing travalica la linea di demarcazione che si pretende separi l’arte documentaria dalla finzione, e si spinge verso orizzonti rigeneranti. Il documentario si sublima a tal punto da divenire nel corso della narrazione una vera e propria ipotesi lirica a se stante, staccata da qualsivoglia legaccio con la prassi cinematografica.

Le tre sorelle a questo punto mette in mostra il suo vero volto, quello di un’opera di sconvolgente potere immaginifico – la visione cinematografica, come già accennato, tende a schiacciare lo spettatore sulla poltroncina della sala, asservendolo alle proprie volontà senza che esso abbia la forza necessaria per opporre la benché minima resistenza – in cui la tragica realtà cinese non viene mai messa in scena per puro gusto scopico o, peggio ancora, mossi da velleità retoriche, ma perché il cinema, a partire dal valore strettamente etimologico del termine, deve saper raccontare per immagini. Quadri terrificanti, divertenti e spiazzanti (e anche a loro modo incomprensibili: il gesto di per sé viene svuotato di ogni senso e riproposto solo nella sua essenza di movimento da/verso qualcosa) di un universo immoto e al contempo in fieri, ossimoro della contemporaneità che sembra voler sfuggire via da ogni singola inquadratura allestita da Wang, e che solo la poderosa capacità registica dell’autore de Il distretto di Tiexi riesce ancora a trattenere, regalandolo alle retine del multiforme popolo cinefilo che ha ancora la volontà di non accontentarsi. Resistendo, come i bambini alle prese con le capre nell’inospitale autunno montano…

Info:
Un estratto di Le tre sorelle da Youtube
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