I film di Mario Bava per la CGHV

I film di Mario Bava per la CGHV

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La ragazza che sapeva troppo, I tre volti della paura, 5 bambole per la luna d’agosto, Roy Colt & Winchester Jack. Cinque opere di Mario Bava in uscita per la CG Home Video.

È abbastanza insolito accorpare in un unico articolo DVD editi in anni e occasioni estremamente diverse tra loro, ma non dovrebbe essere difficile per il lettore scorgere i motivi dell’eccezione alla regola. Già in passato è stato possibile dare spazio, all’interno della sezione Home Video, alle edizioni in dvd di film diretti da Mario Bava, come nel caso di Reazione a catena e Cani arrabbiati, il primo immesso sul mercato dalla Minerva e il secondo dalla CGHV. E proprio al lungimirante lavoro di recupero di quest’ultima si deve in buona parte la (ri)scoperta, da parte delle nuove generazioni di cinefili, del lavoro di uno dei più grandi maestri del cinema italiano. Se infatti in vita l’arte di Bava fu spesso sottostimata dalla critica nostrana, e ridotta a mera messa in scena di attrazioni puramente popolari, dopo la sua morte (avvenuta il 25 aprile del 1980) si è iniziato a comprendere appieno il ruolo di primaria importanza svolto all’interno delle dinamiche del cinema fantastico mondiale solo quando dall’estero sono iniziati ad arrivare i peana di alcuni tra i più importanti autori contemporanei. Tra i primi fu Tim Burton ad affermare, ripensando a La maschera del demonio, come il film “resta sconvolgente, e le sue immagini ti bruciano nella testa”; poi arrivò ovviamente Quentin Tarantino, nume tutelare dell’exploitation-movie all’italiana dalle parti di Hollywood, e insieme a lui Martin Scorsese (che inserisce La frusta e il corpo tra i migliori film italiani di ogni tempo), Joe Dante, e via discorrendo.

Anche in Italia, ovviamente, esistevano molti cultori del cinema di Bava, soprattutto tra coloro che avevano avuto modo di lavorare con lui, ma nel corso degli anni la critica aveva disimparato il suo nome, relegandolo in un cantuccio alla stregua di tutto un esercito di registi dell’epoca d’oro dell’industria italiana (quando Cinecittà pullulava di western, fantascienza, horror, giallo, thriller e poliziesco) non degni, all’avviso dei più, di assurgere al ruolo di maestri, o autori. Un cortocircuito logico nel quale non caddero oltralpe, con i Cahiers du cinéma pronti a incoronare Bava come sire del reame fantastico abitato di spettri, demoni e assassini silenziosi in attesa negli angoli più bui delle case. Anche per questo il lavoro di distribuzione dei film di Bava messo a punto dalla CGHV deve essere rimarcato e applaudito: nonostante nel corso del tempo sia uscito dal catalogo il superbo Operazione paura (per chi scrive tra le vette più difficili da raggiungere della cinematografia italiana), resta comunque a disposizione degli spettatori più attenti un quartetto di opere che permettono di cogliere fino in fondo il senso stesso dell’esperienza artistica del regista sanremese di nascita ma romano d’ascendenti e d’adozione.

I titoli in questione, affidandosi esclusivamente a un ordine cronologico, sono La ragazza che sapeva troppo (distribuito nelle sale italiane il 10 febbraio 1963), I tre volti della paura (17 agosto 1963), 5 bambole per la luna d’agosto (14 febbraio 1970) e Roy Colt & Winchester Jack (13 agosto 1970). Quattro film assai diversi tra loro, per scelte stilistiche e modalità produttive, e che rappresentano quattro anime diverse dello stesso Bava, oltre che altrettanti generi cinematografici (un giallo, un horror, un thriller e un western): l’aspetto più sanamente popolare del suo cinema, teso a una totale demistificazione delle regole auree e dei cliché dei diversi generi trova in questi casi una collocazione a tratti fin troppo definita. 5 bambole per la luna d’agosto, a conti fatti, è uno straordinario esercizio di stile attraverso cui la macchina da presa – impazzita alla ricerca della sublimazione dell’immagine-zoom, scoordinata in un montaggio ultra-pop deflagrato e volutamente incostante – bombarda una sceneggiatura che vagheggia ombreggiature di Agatha Christie (l’origine del soggetto è fin troppo rintracciabile in 10 piccoli indiani, a partire dal titolo “numerico” fino ad arrivare all’ambientazione nella villa isolata da tutto e tutti) fino a ridurla a un colabrodo senza alcun senso logico. L’immagine si partorisce da sé, scevra da qualsiasi costrizione narrativa, e vive una vita autonoma, in cui il valore assegnato allo script e al succedersi degli eventi è quantomai arbitrario. Un gioco al massacro che non ha la compiutezza di un sublime gioiello sulfureo quale sarà un paio di anni dopo Reazione a catena (rispetto al quale mantiene il gioco dimenticando per strada con troppa facilità il massacro), ma manifesta a distanza di quarant’anni una potenza visionaria e una libertà espressiva senza troppi paragoni.

Dopotutto nel 1970 Bava è già propenso a lanciarsi in esercizi di stile, conscio di aver assestato nel corso degli anni precedenti alcuni colpi determinanti alla nascita di una mitopoiesi orrorifica anche nel cinema italiano, fino alla metà degli anni Cinquanta del tutto ignorante in fatto di “fantastico” (e non è certo un caso che Bava fosse il direttore della fotografia, operatore alla macchina e spesso regista in seconda di Riccardo Freda, che con I vampiri inaugurò ufficialmente questa nuova stagione della produzione italiana nel 1957). La CGHV edita due di questi “colpi al cuore”, il primo dei quali è La ragazza che sapeva troppo, che insieme al successivo (e visivamente quasi impareggiabile) Sei donne per l’assassino preconizza molti degli stilemi visivi e narrativi caratterizzanti del cosiddetto “giallo”: la storia della giovane Nora Davis, giunta a Roma dagli Stati Uniti giusto in tempo per rimanere invischiata in una torbida storia di omicidio, si sviluppa intorno a una detection in piena regola, ma Bava ha l’acutezza di lavorare in maniera del tutto personale sull’atmosfera. La Roma del film è una città dagli esterni o assolati o cupissimi – la celebre sequenza girata nello Stadio dei Marmi al Foro Italico, la Trinità dei Monti notturna – ma profondamente cupa e disadorna negli appartamenti, in un contrasto fotografico in grado ancora oggi di abbagliare lo spettatore. Se la fotografia, firmata sempre da Bava in un memorabile bianco e nero, sorprende per la sua capacità di mescolare toni, timbriche e chiaroscuri, la regia si muove saggiamente tra movimenti di macchina inattesi (la panoramica “a perdifiato” che collega il primo piano di Nora all’annaspare convulso della vecchia nel letto, tanto per fare un esempio) e un montaggio accorto e in grado di garantire una tensione costante. La ragazza che sapeva troppo merita di essere definitivamente rivalutato come uno dei più riusciti esempi di thriller degli anni Sessanta, ancora in bilico tra il classicismo e la palingenesi del genere.

Altrettanto (se non più) fondamentale è I tre volti della paura, costruito in tre segmenti completamente staccati tra loro e uniti solamente dal personaggio guida interpretato da un mefistofelico e ghignante Boris Karloff. Le tre storie, ispirate da racconti di F.G. Snyder (ma nei titoli di testa si fa riferimento a Guy de Maupassant), Aleksej Tolstoj e Anton Cechov, possiedono una forza incubale straordinaria, ma la capacità di Bava sta nell’accettare il proprio ruolo di regista come si trattasse di una sfida continua a se stesso e alle proprie capacità. L’utilizzo degli spazi – chiusi nella maggior parte dei casi, con l’eccezione rimarchevole degli agghiaccianti esterni desolati del segmento I wurdalak – e del colore, mai così spiazzante e inventivo rappresenta una vera e propria pietra miliare a livello mondiale, eppure Bava non perde occasione per distruggere dall’interno la macchina/cinema e le sue palesi falsità. Il celeberrimo finale, con Karloff/demone che declama il suo monologo al pubblico a cavallo nel freddo della foresta con la macchina da presa che si allontana fino a svelare il trucco cinematografico e l’intero set, è stato troppo spesso ridotto a un calembour del regista, sguardo ludico e autoironico sulle limitatezze del budget. Se ciò è in parte vero, non va però dimenticata la reiterata volontà del regista di scardinare il genere, ribaltandone il senso e rimodellandolo a proprio piacimento: non solo un gioco, sterile per quanto divertente, ma una vera e propria indole, un’attenta scelta poetica.
Conclude questo excursus tra i dvd “baviani” editi dalla CGHV il titolo meno forte del lotto, vale a dire Roy Colt & Winchester Jack: il western non era certo il preferito tra i generi con cui doveva confrontarsi Bava (l’unica altra regia in tal senso all’interno della sua filmografia è La strada per Fort Alamo, 1964), che non ne amava particolarmente l’epica. In questo caso tutto ciò appare evidente, sia per la totale mancanza di epos, svilito da un’avventura picaresca in cui ci si azzuffa più facilmente di quanto si usino le pistole, sia per una svogliatezza formale che viene meno (e non è un caso) soprattutto nei rari interni e nel bel finale che utilizza, ed è ancor meno un caso, un’oggettistica forse più vicina all’horror che al western, a partire dal teschio. Per il resto Ray Colt & Winchester Jack rimane senza ombra di dubbio un episodio minore all’interno della ricca produzione di Bava, per quanto a tratti sinceramente divertente e collegabile alla deriva che lo spaghetti western vivrà negli anni Settanta. Un modo, in ogni caso, per scoprire un aspetto meno conosciuto della sua carriera, e per rimarcare una volta di più l’assoluta duttilità di un artigiano che riuscì, con la forza delle sue visionarie invenzioni e della sua potenza iconografica, a diventare un maestro per tutti gli appassionati di cinema del terrore.
Di seguito elenchiamo i voti che attribuiremmo ai singoli film:
La ragazza che sapeva troppo (8)
I tre volti della paura (9)
5 bambole per la luna d’agosto (7.5)
Roy Colt & Winchester Jack (5)
Info
Il sito della CGHV.

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