7 Psicopatici

7 Psicopatici

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Meta-cinema. Processi creativi portati allo scoperto. Uno storytelling grandguignolesco. Personaggi che migrano dalla finzione alla realtà, attraversando gli specchi di un’aneddotica fitta e ingegnosa. Sono queste le coordinate essenziali di 7 psicopatici, vorticoso tour dell’immaginario che ruota ossessivamente, guarda caso, intorno ai problemi di ispirazione del classico sceneggiatore in crisi a zonzo per la West Coast.

Cani da rapina… o da rapire?

Marty è uno sceneggiatore alla disperata ricerca di un’idea. Ha venduto un copione a Hollywood ma di fatto ha solo un titolo: Sette Psicopatici. Billy è il suo migliore amico che cerca di aiutarlo come può. Billy e Hans rapiscono cani al parco per restituirli e ricevere laute ricompense. Billy rapisce il cane sbagliato: un piccolo Shih-Tzu del boss della mala Charlie Costello, è così che Marty potrà incontrare il primo psicopatico… [sinossi]
Out of your mind bent on revenge
To think I once called you my friend
You want the dog? I’ll let him out
Come and get some baby
Afghan Whigs, My Enemy

Martin McDonagh ha nel mirino Hollywood, in tutti i sensi. E Hollywood dopo il suo passaggio è destinata a non essere più la stessa. Queste sono le prime riflessioni che ci ha ispirato l’incursione in terra americana del talentuoso regista europeo, capace come pochi di smontare e rimontare, con beffarda ironia, i meccanismi più rodati di determinati generi cinematografici. E in 7 Psicopatici l’approccio alle dinamiche hollywoodiane cataloga, tra le varie sfaccettature, anche un senso letterale che pone proprio nell’incipit la sua sfacciatissima trasfigurazione iconografica: vi è infatti la celebre scritta sulle colline di Hollywood, ripresa da lontano, in quella prima inquadratura da cui si sviluppa una sequenza emblematica, in grado di comprimere nei dialoghi e nell’azione tutta l’intensità di una dark comedy dai molteplici risvolti. Sarebbe già questa una dichiarazione di poetica. Ma a completare il personale manifesto dell’autore subentrerà poi, quasi accennando una possibile struttura circolare, la bandiera stelle e strisce mezza bruciacchiata che si lascia alle spalle, nel prefinale, uno dei protagonisti. Pure qui il discorso è abbastanza esplicito: novello Attila del cinema di genere, questo cineasta irlandese di origine e londinese d’adozione ha fatto terra bruciata, nel corso del film, di quanto trovato sul suo cammino, riuscendo ad unire un (in)sano divertissement con una sorniona e irriverente rivisitazione dei cliché che abitano il cinema hollywoodiano.

In fin dei conti 7 Psicopatici, nel suo essere irresistibilmente “pulp”, riprende con una certa disinvoltura frenetici scambi di battute e figure decisamente sopra le righe che non stonerebbero, almeno esteriormente, in un film di Tarantino o di Guy Ritchie, fondendo un materiale così effervescente con quel gioco più sottile teso a scardinare allegramente le regole del racconto. Meta-cinema. Processi creativi portati allo scoperto. Uno storytelling grandguignolesco. Personaggi che migrano dalla finzione alla realtà, attraversando gli specchi di un’aneddotica fitta e ingegnosa. Sono queste le coordinate essenziali di un vorticoso tour dell’immaginario che ruota ossessivamente, guarda caso, intorno ai problemi di ispirazione del classico sceneggiatore in crisi a zonzo per la West Coast; uno che nella fattispecie ha il volto perennemente accigliato di Colin Farrell e il brutto vizio di voler scrivere noir, ipotizzando però improbabili virate pacifiste affidate ad altrettanto improbabili personaggi, di cui lo psicopatico buddista trasformato poi in amish e diventato infine quacchero è l’emblema più evidente. Nel plot su cui Marty alias Colin Farrell continua alacremente a lavorare trionferà quindi la non violenza? Difficile pensare che una simile ipotesi possa prevalere, anche perché nel frattempo la vita dello scrittore e del suo migliore amico (un istrionico, incontenibile Sam Rockwell) continua a riempirsi di psicopatici veri, omicidi, rapimenti, vendette. Il proverbiale MacGuffin destinato ad accendere la scintilla è il rapimento di uno Shih Tzu, innocuo cagnetto di razza, appartenente però all’irascibile ed estremamente pericoloso capo di una banda. Le conseguenza di tale gesto saranno a dir poco inimmaginabili. Ciò che ne deriva è infatti una catena di episodi cruenti, grotteschi, talvolta assurdi, dislocati un po’ nel presente e un po’ nel ricordo o nelle fantasie dei protagonisti: il fecondo cortocircuito creatosi tra eventi reali e scene del soggetto abbozzato da Marty, scene quindi soltanto immaginate, è senz’altro suggestivo, tanto da averci ricordato lo spirito di un altro gioiellino cinematografico parimenti elaborato e complesso, Il ladro di orchidee di Spike Jonze. Qual è allora il segreto del cinema di Martin McDonagh? Prima di tutto l’essere popolare e sofisticato al tempo stesso, l’essere divertente e non frivolo, l’essere cerebrale e comunque in grado di generare qualche emozione sincera, a partire dalle ombre di malinconia e spaesamento che corrodono il background esistenziale di alcuni personaggi. Abbiamo detto di Colin Farrell e Sam Rockwell, ma la presenza nel cast di Woody Harrelson, Christopher Walken, Tom Waits, Abbie Cornish e Olga Kurylenko fa levitare di gran lunga l’interesse generale.

E’ in particolare il personaggio interpretato con classe immensa da Christopher Walken a giganteggiare, con le sue diverse sfaccettature, in un racconto talmente ricco di spunti e colpi di scena; per lui vale un po’ quanto si era detto, a suo tempo, per il bravissimo Brendan Gleeson, interprete del corto da Oscar Six Shooter e del successivo lungometraggio In Bruges. Ecco, di questi precedenti lavori Martin McDonagh rielabora, adattandolo per un pubblico più ampio, lo humour amarognolo e tendente al politicamente scorretto. 7 Psicopatici non è forse un capolavoro al pari di In Bruges, non ha la stessa originalità di fondo. Vi può essere di tanto in tanto qualche flessione nel ritmo. Ma si viaggia ugualmente su livelli altissimi. E alcune battute restano scolpite nella memoria. Del resto le notevoli capacità di scrittura del talento anglo-irlandese, che è anche uomo di teatro, producono genuine risate riuscendo persino a prendere in giro, senza che l’autore si scopra troppo, i tanti condizionamenti, stereotipi e luoghi comuni che agiscono nel cinema americano di maggior consumo. Per un filmmaker di Hollywood che non voglia inimicarsi pubblico e produttori è più rischioso, nel corso di una sparatoria, far morire un animale o una donna? Dilemmi come questo in 7 Psicopatici hanno sempre una risposta arguta, gustosa e beffarda.

Info
Il trailer italiano di 7 Psicopatici.
La pagina facebook di 7 Psicopatici.
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