No – I giorni dell’arcobaleno

No – I giorni dell’arcobaleno

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Larraín integra in No – I giorni dell’arcobaleno i materiali di archivio in modo naturale al girato ex-novo, senza che appaiano come corpi estranei, e si permette una riflessione, acuta e mai banale, sul valore politico non solo di ciò che si filma, ma anche di come lo si filma.

L’allegria arriva…

1988. Augusto Pinochet è a capo della dittatura in Cile: di fronte a pressioni internazionali, chiede un referendum che confermi il suo diritto alla presidenza. I leader dell’opposizione convincono un dirigente pubblicitario giovane e sfacciato, René Saavedra, a guidare la loro campagna. Con poche risorse e un controllo costante da parte del despota, Saavedra e il suo team elaborano un piano audace per vincere le elezioni e liberare il loro paese dall’oppressione. [sinossi]
Ad appena trentasei anni Pablo Larraín ha già scavato un solco fondamentale nella nuova cinematografia cilena e, per estensione, in quella dell’intera America latina: le sue opere sono riuscite ad aprire un varco nell’asfissiante cappa di omertà che ha ovattato il pensiero (e il cinema) politico della sua nazione per quel che concerne la memoria dei terribili anni di dittatura fascista di Augusto Pinochet. Per quanto riguarda l’arte si è venuto infatti a creare, per ragioni varie e motivazioni talmente stratificate da meritare un approfondimento ulteriore, una sorta di buco nero, antro oscuro in grado di dividere nettamente l’esperienza democratica e socialista di Salvador Allende da quella del nuovo Cile democratico degli ultimi ventiquattro anni, una terra alla riscoperta dei propri diritti e delle proprie libertà costituzionali. Di quel che però avvenne a Santiago e dintorni dai fatidici fatti dell’11 settembre 1973 – quando il golpe militare di stampo fascista ideato e condotto da Pinochet attaccò la Moneda fino alla morte di Allende e di tutti i suoi fedeli sodali – fino alla riconquista della libertà, pochi nel mondo del cinema, in particolar modo quello di finzione, si sono affannati a parlare.

Il compito portato a termine con dedizione e ammirevole coerenza intellettuale da Larraín acquista dunque un valore particolare, la cui eco è amplificata anche dalla storia personale del regista cileno, figlio di due politici di spicco dell’UDI (Unión Demócrata Independiente), tra i partiti di destra l’unico a rimanere imperterrito accanto a Pinochet anche durante la fine del sistema dittatoriale. La messa in scena del Cile populista e fascista diventa dunque per Larraín anche lo sbocco artistico per una resa dei conti con il passato e la propria formazione culturale. Letti in quest’ottica Tony Manero, Post Mortem e No – I giorni dell’arcobaleno si profilano come la mappatura emotiva e politica di un mondo universale e privato al medesimo tempo, percorso di memoria (per quanto ovviamente il regista non fosse ancora nato al momento del golpe) ancor più indispensabile e struggente.

In questo panorama umano No – I giorni dell’arcobaleno deflagra sullo schermo con una forza persino superiore a quella dei suoi illustri predecessori: dopo aver narrato l’inizio della dittatura e la sua attuazione quotidiana, repellente nel suo ibridismo folle tra machismo fascistoide e umorali pulsioni capitalistiche, Larraín sofferma lo sguardo sugli ultimi giorni del pinochetismo, quando il referendum popolare (accettato solo per chetare gli animi più belligeranti di alcune potenze straniere e dato per scontato con ben poca lungimiranza da Pinochet nel suo risultato finale) sancì la destituzione della giunta militare. Larraín, sempre molto attento alla scelta di un particolare che evidenzi senza forzature l’universale, punta l’occhio su René Saavedra, giovane pubblicitario non particolarmente attirato dalla politica – la sua posizione, comunque anti-dittatura, è piuttosto mite e slavata – che accetta di lanciarsi nella bagarre referendaria lavorando alla campagna per il No, voto con il quale il popolo poteva decidere di non riconfermare il mandato per ulteriori otto anni a Pinochet. Il suo stile umano e lavorativo, ben distante dal cliché barricadero e teorico della sinistra e piuttosto lusingato dalla fascinazione dello yuppismo yankee, è un vero e proprio oggetto alieno in un contesto sociale nel quale vengono altresì a formarsi due nuclei ovviamente distinti, quelli che vorrebbero la perpetuazione coatta dello status quo e gli animi democratici e libertari che vedono nel referendum l’occasione quantomeno per potersi esprimere liberamente in televisione.
E proprio l’elettrodomestico per eccellenza degli anni Ottanta acquista in No un valore di primaria importanza: unica voce “pubblica”, il tubo catodico è anche il luogo di impiego di Saavedra. Per rendere ancora più palese il ruolo centrale Larraín non si limita a concentrarvi l’attenzione da un punto di vista squisitamente narrativo, ma lo eleva a vero e proprio strumento teorico della messa in scena. Per quanto segua una linea di sceneggiatura piuttosto convenzionale (pur oggettivamente emozionante e scritta sempre in punta di penna, a partire dagli eccellenti dialoghi desunti dal testo originale, la pièce Referendum del celebre romanziere e drammaturgo Antonio Skármeta, autore anche de Il postino di Neruda), No ha il coraggio di sperimentare senza mediazioni sotto il profilo estetico. Larraín dirige il film rispettando i canoni visivi e la grana sporca delle telecamere del periodo storico in cui la storia è ambientata. In questo modo non solo riesce a integrare i materiali di archivio in modo naturale al girato ex-novo, senza che appaiano come corpi estranei, ma si permette una riflessione, acuta e mai banale, sul valore politico non solo di ciò che si filma, ma anche di come lo si filma. L’immagine sporca e al contempo patinata, simbolo imperituro del decennio, è anche l’anima febbrile, smarrita e forzatamente edulcorata di un Cile che può sperare solo nel sorriso, nell’allegria, nel credo “una risata vi seppellirà”. Un corpo morto riesumato a volte contro la propria stessa volontà – in questo senso illuminante il modo in cui è tratteggiata la psicologia della tata del figlio del protagonista – fremente di una libertà che non sa neanche riconoscere.
Ma al di là di questo No – I giorni dell’arcobaleno, recuperato al Festival di Torino dopo essere stato presentato prima in anteprima mondiale a Cannes (dove è stato relegato misteriosamente alla Quinzaine des realisateurs, quanto avrebbe dovuto concorrere per la Palma d’Oro) e quindi a Locarno, è anche una splendida storia d’amore: verso il proprio paese, verso i propri affetti (il rapporto tra Saavedra e la moglie è carico di una dolcezza latente quasi mai espressa a parole o con gesti) e verso un’idea. Un atto politico stordente ed emozionante, miracoloso gioiello in cui forma e sostanza trovano una fusione sublime.
Info
Il sito ufficiale di No – I giorni dell’arcobaleno.
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