La grande bellezza

La grande bellezza

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Con La grande bellezza Paolo Sorrentino porta a termine un’operazione ambiziosa e nel complesso riuscita: quella di alzare un inno a Roma, alle sue miserie quotidiane e al vuoto dell’umanità.

Il niente

Dame dell’alta società, parvenu, politici, criminali d’alto bordo, giornalisti, attori, nobili decaduti, alti prelati, artisti e intellettuali veri o presunti tessono trame di rapporti inconsistenti, fagocitati in una babilonia disperata che si agita nei palazzi antichi, le ville sterminate, le terrazze più belle della città. Ci sono dentro tutti. E non ci fanno una bella figura. Jep Gambardella, sessantacinque anni, scrittore e giornalista, dolente e disincantato, gli occhi perennemente annacquati di gin tonic, assiste a questa sfilata di un’umanità vacua e disfatta, potente e deprimente. Tutta la fatica della vita, travestita da capzioso, distratto divertimento. Un’atonia morale da far venire le vertigini. E lì dietro, Roma, in estate. Bellissima e indifferente. Come una diva morta. [sinossi]
Ouverture, parte prima. Giorno. Il cannone del Gianicolo che spara a salve a mezzodì; i turisti, spesso orientali, che si affollano nei giardini e di fronte alle statue per fotografare e farsi raccontare dalle guide storie, aneddoti e meraviglie perdute della Roma del tempo che fu; un coro che si esibisce in una chiesa; frammenti di parole, scambi di battute, macchine rumorosamente vocianti, persone impegnate in chiacchiere al cellulare.
Ouverture, parte seconda. Sera. Una festa in un appartamento del centro. Si balla, ci si esibisce, si cerca di allacciare rapporti interpersonali, ci si lascia andare ai peggiori istinti, ci si ubriaca e si sfa, senza altri pensieri. Alla fine rimane solo una nana, che si risveglia in una casa vuota.
Su questa dicotomia, che occupa il primo quarto d’ora del film, si sviluppa l’intero senso estetico e filosofico de La grande bellezza, il ritorno in Italia di Paolo Sorrentino dopo la deludente sbornia d’oltreoceano vissuta con This Must Be the Place: il suo protagonista, Jep Gambardella, può entrare in scena solo quando la scenografia è stata definitivamente allestita. Perché Jep, sessantacinquenne dell’alta società capitolina che ha all’attivo solo un romanzo di successo, “L’apparato umano”, scritto però quarant’anni addietro e oramai finito inesorabilmente fuori catalogo, attraversa la Città Eterna, la vive amandola e detestandola allo stesso tempo, ma alla fine non è altro che un tramite, quello che lo spettatore instaura con Sorrentino, affidandogli i propri occhi per due ore e mezza (o poco meno) di visioni. Da più parti si continua ad attaccare il cinema di Sorrentino, accusandolo di rappresentare la materializzazione dell’idea di vuoto creativo allestito ad arte da un punto di vista strettamente estetico per far cadere nella supposta trappola un pubblico di allocchi disposti a cedere ogni resistenza di fronte a un dolly particolarmente articolato. Un’accusa senza dubbio ricca di prove a carico, visto lo strabordante utilizzo della macchina da presa da parte del cineasta italiano, ma che in ogni caso rischia di semplificare una questione che andrebbe analizzata con ben altra cura.Si prendano anche per legittimi i dubbi sulla necessità, strictu senso, di così tanti punti di ripresa, anche per la sequenza a prima vista meno rilevante per lo sviluppo della trama: si è comunque certi del fatto che tutti i già citati dolly, le panoramiche, i carrelli, la steadycam, le bizzarre messe in quadro facciano la loro presenza solo per un ghiribizzo narcisista, puro e semplice gioco di accumulo di materiali? Non vi è forse qualcos’altro nascosto all’interno?

Come già nei precedenti lavori del regista, a partire dall’esordio L’uomo in più fino ad arrivare a Il DivoThis Must Be the Place non può non rappresentare un caso a parte all’interno della filmografia di Sorrentino, anche a causa della sua peculiarità produttiva – le riflessioni enucleate nel corso de La grande bellezza sono essenzialmente due: la nostalgia verso un passato che è cristallizzato nel Tempo, inviolabile e impossibile da replicare, e la miseranda decadenza dei costumi della società italiana. Se sulla prima è fin troppo facile rintracciare similitudini tra questa  nuova sortita dietro la macchina da presa e titoli come L’uomo in più e Le conseguenze dell’amore, il secondo punto merita un approfondimento a parte. Il mondo in cui si agita la vita di Jep è l’elogio del vacuo, dello sterile, dell’effimero: un universo popolato di ex-vedette televisive ingrassate e intorpidite dalle droghe, di sessantenni che ancora aspirano a una fama personale che non raggiungeranno mai, di persone che hanno nulla di cui occuparsi (“che lavoro fai?”, chiede Jep a una delle sue conquiste di una notte, e alla risposta “Sono ricca” rincara con un forse troppo telefonato “Un bel lavoro essere ricchi”), di giovani che sognano di entrare a far parte del giro. Uno spaccato crudele e dissacrante della borghesia italiana che si esplica in tutta la sua ferocia nel monologo nel quale il protagonista demolisce la postura intellettuale di una delle sue amiche, radical chic che ha fatto di un supposto impegno politico l’arma snob per elevarsi al di sopra dei suoi simili.

Sorrentino utilizza il pantagruelico affastellamento di immagini, inquadrature e movimenti di macchina per evidenziare ulteriormente il nulla su cui galleggia l’intero film. Non si tratta dunque di celare dietro una bulimia estetica concetti per i quali forse non ci sarebbe stato bisogno di dilungarsi oltre le due ore – e qualche passaggio a vuoto, soprattutto nella seconda metà del film, lo si avverte – ma al contrario di palesare con ancora maggior forza questa angosciosa mancanza di scopo che alberga nel cuore di Jep e della sua compagnia di amici, amanti e conoscenti. Anche per questo i tre momenti in cui la realtà riesce finalmente ad approdare senza filtri intellettuali di sorta (il rapporto tenero e disperato tra Jep e la figlia di un amico, interpretata da un’ottima Sabrina Ferilli, l’addio tra Jep e un Carlo Verdone mai così dolente e fragile, e la memoria del grande amore di gioventù, smarrito per colpa di chissà chi e chissà che cosa) coincidono con un cambio di registro autoriale sensibile ed efficace.
Diretto con mano ferma e facendo ricorso a un divertito abuso del grottesco, La grande bellezza è un inno disperato a Roma, alle sue miserie quotidiane, e allo stesso tempo un’ode al volto, alla ricchezza espressiva e alla straordinaria capacità attoriale di Toni Servillo, mattatore assoluto all’interno di un cast che comunque riserva sorprese a non finire. Verrà probabilmente messo alla berlina da buona parte della stampa, e c’è il rischio che anche chi lo apprezzi finisca per disconoscerne i reali meriti, ma La grande bellezza segna il ritorno di Paolo Sorrentino nell’empireo dei registi italiani contemporanei.

INFO
Il sito ufficiale de La grande bellezza.
La pagina Medusa de La grande bellezza.
Il trailer ufficiale de La grande bellezza.
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