P.O.E. – Poetry of Eerie

Un film collettivo, sotto la supervisione di Domiziano Cristopharo, per omaggiare l’arte di Edgar Allan Poe. P.O.E. – Poetry of Eerie raggiunge le sale grazie a Distribuzione Indipendente

A Dream Within a Dream

They who dream by day
are cognizant of many things
which escape those who dream
only by night.
Edgar Allan Poe, Eleonora
You are not wrong, who deem
That my days have been a dream;
Yet if hope has flown away
In a night, or in a day,
In a vision, or in none,
Is it therefore the less gone?
All that we see or seem
Is but a dream within a dream.
Edgar Allan Poe, A Dream Within a Dream
Dieci registi del panorama indipendente italiano raccontano e reinterpretano i classici dello scrittore Edgar Allan Poe. Il maestro indiscusso della letteratura horror, rivive al cinema grazie a un gruppo di giovani e talentuosi registi, pronti a trasferire sullo schermo le ancestrali e più archetipiche paure dell?uomo. Un lavoro corale, caratterizzato da stili e approcci diversi, atto a reinterpretare, sviscerare e riscrivere la suggestiva poetica di un autore sempiterno, che ha popolato sogni e incubi di intere generazioni, ispirato e influenzato romanzieri, pittori, musicisti e perfino linee di gioielli. Oltre che registi del calibro di Dario Argento, Roger Corman, Tim Burton, John Carpenter, Lucio Fulci, George Romero, Stuart Gordon e Federico Fellini. [sinossi]

Potrà sembrare un’affermazione a dir poco grottesca, ma il più grande crimine che si può perpetrare nei confronti di P.O.E. – Poetry of Eerie è quello di avvicinarsi alla proiezione ripassando mentalmente tutti i racconti del terrore scritti nel corso della sua ventennale carriera da Edgar Allan Poe. Allo stesso tempo sarebbe futile, per non dire perfino sciocco, tentare di riallacciare questo bizzarro connubio di cortometraggi ai film di Roger Corman o da classici del cinema fantastico come La chute de la maison Usher di Jean Epstein: nonostante le ingannevoli apparenze, infatti, P.O.E. si muove in tutt’altra direzione. Se si fosse costretti a ragionare sugli otto lavori sulla breve distanza che compongono il film solo in funzione della loro interrelazione con l’opera poetica di uno dei massimi esponenti della letteratura statunitense, il giudizio risulterebbe inevitabilmente monco: la verità è che il progetto orchestrato da Domiziano Cristopharo su un’idea dello stesso regista e di Giovanni Pianigiani, e che raggiunge le sale italiane grazie al sempre meritorio apporto di Distribuzione Indipendente, rappresenta a suo modo uno snodo essenziale all’interno dell’infinita discussione sulla produzione di genere nostrana degli ultimi anni.

A partire dall’esperienza autoriale di Domiziano Cristopharo, già apprezzato per il suo immaginario visionario con House of the Flesh Mannequins e The Museum of Wonders (e in attesa del nuovo Red Krokodil), si può forse già cogliere il vero e principale interesse di P.O.E.: non solo una rassegna di corti dagli alterni esiti estetici, ma anche e soprattutto la ribadita e pervicace convinzione che al di fuori dell’industria e delle produzioni canoniche il cinema italiano sappia ancora mettersi in gioco, prendendosi i rischi necessari ma dimostrando una libertà creativa impossibile da non difendere a spada tratta. Come in altri momenti hanno dimostrato le sortite registiche dei vari Lorenzo Bianchini, Federico Greco, Ivan Zuccon, Raffaele Picchio – solo per fare alcuni nomi di registi che si muovono nell’indipendenza dura e pura – anche P.O.E. si erge a testimone di una scena cinematografica viva, e anche in grado di relazionarsi al proprio interno senza gelosie di sorta.
Da principio composto da tredici segmenti, in un secondo momento ridotti a otto per decisione congiunta di Cristopharo e di Distribuzione Indipendente (una scelta dettata dalla necessità di dare un taglio se possibile più “commerciale” all’insieme, abbassando la durata complessiva di una quarantina di minuti), il film vive la classica altalena estetica propria di tutti i lungometraggi a episodi. A episodi tecnicamente ineccepibili ma in fin dei conti fini a se stessi come Silenzio dei fratelli Angelo e Giuseppe Capasso, che trasformano il racconto di Poe in una ghost-story non dimentica di fascinazioni orientali, si avvicendano improvvise svisate ironiche in grado di trasfigurare completamente il testo di partenza (il Valdemar di Edo Tagliavini, con ogni probabilità destinato a rimanere in gran parte incompreso) e assai meno riuscite incursioni nella contemporaneità che tentano di sorprendere lo spettatore con un finale inaspettato – L’uomo della folla di Paolo Fazzini, forse l’episodio più debole dell’intero lotto.A spostare verso l’alto l’ago della bilancia sono in particolar modo due cortometraggi, Il gatto nero di Paolo Gaudio e Il giocatore di scacchi di Maelzel di Domiziano Cristopharo: il primo prende di petto uno dei testi più noti di Poe rileggendolo attraverso la lente deformante del cinema d’animazione a passo uno, e richiamando dunque per associazione di idea in maniera inevitabile alla mente lo splendido La caduta della casa Usher di Jan Svankmajer. Un punto di vista sorprendente e inatteso, che certifica una volta di più come sarebbe semplicistico recludere P.O.E. – Poetry of Eerie solo negli scaffali del cinema horror. Allo stesso modo Il giocatore di scacchia di Maelzel non fa che confermare l’eleganza figurativa del cinema di Cristopharo, che sfrutta l’occasione per ragionare una volta di più sulla messa in scena e sulle sue infinite sfaccettature. Proprio l’episodio diretto da Cristopharo apre il fianco alla speculazione sulla disomogeneità strutturale di un’operazione portata avanti senza alcun paletto predefinito che esulasse dai meri obblighi produttivi – tutti i cortometraggi dovevano essere girati in tre giorni: lo stacco evidente tra la qualità del corto di Cristopharo e altri frammenti come il già citato lavoro di Fazzini o anche l’interessante ma incompiuto dramma post-apocalittico delineato da Alessandro Giordani ne La sfinge, palesano anche le imperfezioni, i buchi e le mancanze di P.O.E. – Poetry of Eerie, come se l’utopia della libertà estrema fosse costretta a confrontarsi in ogni caso con le minuzie della realtà. Nulla di così grave in fin dei conti, se si avesse il coraggio però di dare spazio a un’opera siffatta portandola a forza davanti agli occhi del pubblico, costringendolo a rendersi una volta per sempre conto del variegato microcosmo che abita il sottobosco indie nostrano. Invece la scure della censura, che già aveva impedito all’ottimo Morituris di Raffaele Picchio di raggiungere le sale lo scorso novembre, sentenzia ancora una volta la propria inadeguatezza a confrontarsi con il cinema di genere bollando P.O.E. con un folle e incomprensibile divieto ai minori di 18 anni, a quanto pare dovuto ad alcune scene di cannibalismo presenti nell’unico cortometraggio pronto a flirtare con il gore e lo splatter, il divertito ma stanco Gordon Pym di Giovanni Pianigiani e Bruno Di Marcello (unici a trasportare sullo schermo non un racconto o una poesia, ma un romanzo). Una decisione che finirà, o almeno questo è il timore, per affossare la vita “pubblica” di un film che ha l’unica colpa di non allinearsi al pensiero estetico dominante: fallendo in alcuni casi, non v’è dubbio, ma dimostrando che la strada per un cinema in grado di esulare dalla prassi può essere sempre intrapresa. Basta averne il coraggio e la volontà.

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