Oltre il guado

Oltre il guado

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Come già nel precedente Occhi, anche in Oltre il guado lo sguardo dello spettatore è destinato a rimanere aperto, squarciato da una messa in scena minimale ma non per questo depurata delle sovrastrutture del genere.

Al confine della realtà

L’etologo naturalista Marco Contrada raggiunge le zone boschive del Friuli orientale, ai confini con la Slovenia, per svolgere il consueto lavoro di censimento degli animali selvatici. Una notte, guardando le riprese di una volpe catturata il giorno prima, nota che l’animale si avvicina a ruderi di case abbandonate nella parte più interna del bosco. Il giorno seguente si mette alla ricerca di quelle case. Oltrepassa con il suo camper il guado di un fiume turbolento mentre la pioggia comincia a cadere e a ingrossarne le acque. La carcassa lacerata di un cinghiale appena massacrato conferma il sospetto… Qualcosa si muove, di notte, tra le strade del paese. Qualcosa di diverso di un animale feroce. Frammenti di un lontano passato riemergono dall’oscurità. Urla disumane echeggiano, ora vicine, tra le strade del villaggio fantasma… [sinossi]

Riuscirà Oltre il guado nel gravoso compito di far emergere dall’oblio in cui è stato finora ingiustamente sommerso il cinema di Lorenzo Bianchini? In un panorama che con sempre maggiore insistenza cerca di trovare condotti d’aria salvifici per la produzione “di genere” nostrana, come dimostrano le recenti sortite in sala dei vari P.O.E. – Poetry of Eerie (polifonia di sguardi assemblata e coordinata da Domiziano Cristopharo), The Butterfly Room di Jonathan Zarantonello e Tulpa di Federico Zampaglione – e nel futuro più o meno prossimo sarà possibile scontrarsi anche con Multiplex di Stefano Calvagna e Wrath of the Crows di Ivan Zuccon – travalica i confini del grottesco l’eremitica condizione di Bianchini, fiero indipendente friulano che non ha mai avuto rapporti idilliaci con l’universo della distribuzione cinematografica.

Se si esclude infatti Custodes Bestiae, edito in dvd dalla Ripley Home Video alcuni anni or sono, il resto della filmografia di Bianchini rimane tutt’ora appannaggio solo dei fortunati amici e conoscenti del cineasta, o degli appassionati di horror che, in un modo o nell’altro, sono riusciti a farsi masterizzare qualche dvd: un vero peccato, anche perché la convinzione sempre più radicale è quella di trovarsi a tu per tu con uno dei cineasti italiani più consapevoli nella messa in scena dell’horror. Dai primi cortometraggi (tra i quali vale la pena citare soprattutto l’ottimo I dincj de lune, con ogni probabilità il miglior horror licantropico prodotto in Italia) fino a oggi il cinema di Bianchini si è contraddistinto per una ricerca mai banale né superflua dell’atmosfera, a discapito spesso di un’esibizione di sangue e frattaglie che non rientra nei codici visivi prediletti dal regista udinese. Anche per ciò che si è appena affermato il rischio dello spettatore neofita di fronte a Oltre il guado è quello di rimanere spiazzato e forse persino “deluso”: rispetto alla stragrande maggioranza dei registi dediti all’horror, Bianchini persegue una strada che non porta allo shock visivo-uditivo, quanto a permeare le resistenze del pubblico con un’angoscia sottile, persistente, fastidiosa e in continuo crescendo. Basterà posare lo sguardo sulle prime sequenze di Oltre il guado per rendersi conto in maniera incontrovertibile dell’attitudine di Bianchini: dopo un incipit in ripresa notturna, con alcuni animali che si aggirano circospetti nella boscaglia, il film sposta l’attenzione sul lavoro quotidiano di Marco Contrada, l’etologo protagonista. Il censimento degli animali selvatici è mostrato in tutta la sua piatta normalità, anche se sottopelle Bianchini inizia a far filtrare quel velo di inquietudine destinato a spandersi come un gas venefico durante il resto della visione. Piccoli segnali, all’apparenza persino insignificanti, che trascinano il film dall’altra parte del fiume, in un mondo a parte dal quale non si può più uscire.

Come già nel precedente Occhi (primo film di Bianchini a fare a meno di un’intransigente autogestione produttiva), anche in Oltre il guado lo sguardo dello spettatore è destinato a rimanere aperto, squarciato da una messa in scena minimale ma non per questo depurata delle sovrastrutture del genere. Una continua guerra tra luce e ombra, in cui quest’ultima prende poco per volta il sopravvento, aggredendo lo spazio e il tempo e asservendoli al proprio volere. In un’opera a prima vista così naturale nel suo utilizzo delle location e della progressione narrativa, il soprannaturale – o qualunque cosa sia – irrompe come un vero elemento detonatore, forza distruttiva che sbaraglia lo sguardo e lascia senza fiato: lo spettatore si trova quasi a sua insaputa catapultato in un universo “altro”, gabbia che non ha confini visibili. Perfino il fiume in piena sembra quasi un orpello non indispensabile, atto solo a permettere al pubblico più esigente di entrare nel cuore della vicenda.Quello di Bianchini è un cinema di fantasmi (della storia, della cultura, del male stesso), abitato da figure spettrali: borghi e ville abbandonate, leggende popolari, figure notturne a caccia di carne, terribili ricordi di guerre lontane, persino una lingua sempre meno parlata. Non ha dopotutto bisogno di molti dialoghi, il cinema di questo misconosciuto maestro dell’orrore italiano contemporaneo, né si deve affidare a mirabolanti movimenti di macchina. Il suo è uno stile asciutto, semplice, che non lascia scampo allo spettatore né gli propone utopici svolazzi estetici: gli basta una storia dei tempi della Seconda Guerra Mondiale, un bosco, la notte e una casa diroccata per trascinare lo spettatore in un’atmosfera incubale, malsana, in cui da ogni inquadratura sembra scaturire l’orrore, il disagio, la solitudine della mostruosità (o la mostruosità della solitudine). Potrebbe ricordare alla lontana Zeder, capolavoro di Pupi Avati, per la sua ricerca ossessiva del terrore all’interno della spazialità del campo e del fuoricampo, e per quella regia smunta, ossuta, disossata, ma anche in questo caso si tratterebbe con ogni probabilità di un paragone forzato. Altrove, non v’è dubbio, Lorenzo Bianchini verrebbe trattato quantomeno come una ricchezza, la bizzarra anomalia di un modo di fare cinema che non si adagia nella prassi: ma nell’Italia di oggi, terra ancora avvezza alla scure della censura di fronte a tutto ciò che esula dall’ordinaria amministrazione, la libertà autoriale del regista di √3 – Lidrîs cuadrade di trê (Radice quadrata di tre) non può che essere vissuta come un fastidioso peso.

La speranza è che la sorte stavolta sia meno crudele verso Bianchini, e lo risparmi dall’ostracismo cui è andato incontro per esempio il coraggioso Morituris di Raffaele Picchio, con il quale Oltre il guado condivide la produzione esecutiva di Gianluigi Perrone, al lavoro anche su Ritual di Giulia Brazzale e Luca Immesi e sull’ottimo corto Versipellis di Donatello Della Pepa. Perché è troppo comodo ergersi a difensori dell’exploitation solo quando questo rientra in un ordine già codificato e metabolizzato. E ordine e comodità sono due sostantivi che non si trovano troppo a loro agio con l’horror…
INFO
La pagina di Oltre il guado sul sito della casa di produzione Collective Pictures.
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