Veljko Bulajić al MedFilm Festival

Veljko Bulajić al MedFilm Festival

Il festival romano ha dedicato un omaggio al grande regista montenegrino Veljko Bulajić, figura di spicco del cinema della ex-Jugoslavia e autore del leggendario La battaglia della Neretva.

Smrt fašizmu, Sloboda narodu!
(Morte al fascismo, libertà al popolo!)

Le prime parole di un resoconto che si farà, strada facendo, sempre più appassionato, non possono che essere per Roma, città tritacarne di emozioni che dal punto di vista antropologico sembra voler coincidere a tutti i costi con quella sapientemente descritta da Paolo Sorrentino, ne La grande bellezza. Una Roma distratta, confusa, annoiata, che col clima appiccicoso di giugno è sembrata ancora più apatica nell’accogliere un grande della cinematografia mondiale, di passaggio per pochi giorni nella capitale. Ad alcuni potrà apparire cosa normale, ma per chi scrive è un dato inquietante che fuori dalla Casa del Cinema non ci fosse una fila chilometrica, a dare il benvenuto a un cineasta come Veljko Bulajić. Poche decine di spettatori, per le due proiezioni che lo hanno riguardato. In ogni caso gente alla quale una sana passione cinefila (e storica) non faceva certo difetto. E tra i volti di questi appassionati ce n’era uno, più direttamente coinvolto in quanto si andava a ricordare, che non poteva essere confuso con altri: quello di Franco Nero, venuto a porgere il suo a saluto al regista che ne La battaglia della Neretva seppe offrirgli uno dei ruoli più belli e sofferti della sua carriera.

Così dicendo siamo già entrati nel vivo della questione. Veljko Bulajić, originario della piccola città di Vilusi, ma trasferitosi ben presto a Zagabria, è stato uno dei personaggi chiave nella cinematografia della ex Jugoslavia; un paese in cui il Maresciallo Tito agiva quale mecenate illuminato, accorto ed estremante generoso, per ciò che concerne il cinema come anche per altri aspetti della vita sociale e culturale del proprio popolo. Bulajić, che come si è visto agli incontri parla correntemente italiano, è inoltre legato alla nostra nazione per svariati motivi: non solo il suo film di maggior successo internazionale, il già citato La battaglia della Neretva, venne co-prodotto insieme all’Italia, non solo il più recente Libertas può vantare un percorso produttivo in parte analogo, ma la sua stessa educazione cinematografica e le prime esperienze su set importanti rimandano all’incontro con autori come Federico Fellini, Luigi Zampa e altri ancora. Ed è lo stesso cineasta slavo a evidenziare, in genere, questo debito formativo nei confronti del paese del Neorealismo e di alcuni tra i più grandi maestri che l’arte cinematografica abbia mai avuto.
Tutto ciò dovrebbe chiarire l’importanza dell’iniziativa presa dal MedFilm Festival nel mese di giugno, collocazione nuova per l’appuntamento cinefilo romano, che già da qualche tempo non può beneficiare di contributi adeguati alle sue aspirazioni e alla qualità del programma. Nonostante queste difficoltà la direttrice del festival Ginella Vocca e i suoi collaboratori sono riusciti a portare Bulajić, al quale è stato poi conferito un prestigioso premio alla carriera, nella capitale; e qui, sempre scortato dalla giovane e dinamica Tina Hajon in rappresentanza di uno dei principali enti cinematografici della Croazia (stato che proprio ora è entrato a far parte della Comunità Europea, per inciso), presentato in sala da Paolo Finn, critico di Cinemasessanta, l’attempato ma ancora combattivo regista ha potuto presenziare alla proiezione dei suoi film, duettando con Franco Nero e regalando al pubblico qualche gustoso aneddoto.

Del resto La battaglia della Neretva (Bitka na Neretvi, 1969) è un filmone bellico che rimanda a un’epoca lontana, in cui l’autorità di Tito in Jugoslavia rendeva possibili esperienze produttive altrimenti impensabili. Un eccezionale dispiego di mezzi, schiere pressoché infinite di comparse, aerei e blindati ovunque, ponti che saltano in aria, star hollywoodiane e non convocate nei luoghi più suggestivi dei Balcani. Sarebbe riduttivo e fuorviante limitarsi a definirlo cinema di propaganda. Quando la stella luminosa di Josip Broz, il Maresciallo, chiamava a raccolta, sarebbe stata infatti un’assurdità tirarsi indietro o semplicemente risparmiarsi. Dietro alla continua ricerca del pathos e all’enfasi nel celebrare la nascita di una Jugoslavia libera, si coglie infatti un genuino afflato popolare, teso a ricordare le modalità con cui i partigiani di Tito riuscirono a sconfiggere, praticamente da soli, la barbarie nazi-fascista nella penisola balcanica. Il film rievoca infatti lo scontro tra le forze dell’Asse e l’Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia, durante la fase decisiva delle operazioni belliche svoltesi dopo che i tedeschi e i loro alleati diedero inizio all’operazione Weiss, quella che in serbo-croato è conosciuta come “quarta offensiva nemica” (četvrta neprijateljska ofenziva) o anche come “battaglia per i feriti”. Uno dei momenti più tragici e sanguinosi, per quanto coronato dal successo dei partigiani, nella storia di quel conflitto. Il che ci consente di specificare subito che il successivo e altrettanto drammatico confronto tra l’esercito popolare di Tito e le ingenti forze dispiegate dall’Asse nei Balcani avrebbe poi ispirato La quinta offensiva (Sutjeska, 1973), altra monumentale pellicola diretta però da Stipe Delic, che ne La battaglia della Neretva aveva partecipato alle riprese guidando la seconda unità. E se La quinta offensiva poté addirittura vantare la partecipazione di Richard Burton nei panni di Tito stesso, nel film di Veljko Bulajić la figura del maresciallo si stagliava invece in fuori campo, ispirando l’azione dei suoi uomini con dispacci militari e ordini di grande sagacia, mentre lo spazio per altre presenze attoriali di primissimo piano non era certo mancato: oltre al già citato Franco Nero, compaiono nel cast Yul Brynner, Curd Jürgens, Sylva Koscina, Sergey Bondarchuk e persino Orson Welles, nel ruolo del mefistofelico politico alla guida dei cetnici!

A parte la dimensione spettacolare, a parte il sacrosanto e giustificatissimo sdegno nel rappresentare le malefatte di nazisti, fascisti, cetnici e ustascia, La battaglia della Neretva è film da vedere e rivedere (peraltro alla Casa del Cinema è stato proiettato in una splendida copia 35mm) per metabolizzare la componente umanista del racconto, il calore nel dare vita a personaggi che si battono per i loro ideali così come per i loro affetti personali, reagendo orgogliosamente alla violenza espressa dal mondo circostante, un mondo minacciato dall’abominio del III Reich. E questa umanità di fondo ha continuato a caratterizzare il cinema di Bulajić, come ha dimostrato la proiezione del per noi inedito Libertas: un biopic ambientato nel 16° secolo e dedicato alla figura del drammaturgo Marin Držić (ovvero Marino Darsa), personalità avanti rispetto al periodo che pagò duramente i contrasti con l’autorità politica della Repubblica di Ragusa, divenuta sempre più illiberale e oligarchica; ed è questa l’opera con cui il grande cineasta jugoslavo ha interrotto, nel 2006, un silenzio durato 17 anni! Una grande occasione, poterla recuperare a Roma, occasione che speriamo possa essere replicata in ulteriori incontri col cinema di Bulajić (sarebbe bello poter organizzare una retrospettiva completa), anche in virtù dell’ottimo lavoro lì svolto sui costumi e sulle ambientazioni, nonché per la presenza tra gli interpreti di una Sandra Ceccarelli in grande spolvero.

Info
La pagina dedicata a Veljko Bulajić sul sito del MedFilm Festival.
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