Pacific Rim

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Del Toro mette in scena con realismo fotografico i mastodontici samurai d’acciaio, ibridando le suggestioni cyberpunk di Neon Genesis Evangelion con le linee sporche di Nagai. Gli Jaeger sono il punto d’incontro tra le serie robotiche dei primi anni Settanta, supereroiche e genuinamente rozze, e l’evoluzione (forse) definitiva di Hideaki Anno. Un punto a favore e al tempo stesso un limite: i mecha colossali e tecnologicamente avanzati di Pacific Rim sono immersi in una narrazione fin troppo basilare, intrisa di retorica d’antan e dal retrogusto inevitabilmente yankee.

Il ritorno dei dragosauri

Quando una legione di creature mostruose chiamate Kaiju emerge dagli oceani, scoppia una guerra destinata a distruggere milioni di vite e consumare le risorse umane per tutti gli anni a venire. Per combattere i giganteschi Kaiju viene creata un’arma speciale: enormi robot, chiamati Jaeger, controllati simultaneamente da due piloti le cui menti sono collegate a una rete neurale. Ma anche i Jaeger sembrano impotenti di fronte alla ferocia degli instancabili Kaiju. Sull’orlo della sconfitta, le forze militari che difendono l’umanità non hanno altra scelta che rivolgersi a un duo di eroi male accoppiati: un ex pilota caduto in disgrazia  e una ragazza recluta senza esperienza, che vengono chiamati a pilotare un leggendario quanto obsoleto Jaeger, una reliquia del passato. Insieme i due saranno l’ultimo bastione dell’umanità prima dell’apocalisse… [sinossi]
Se dalla terra nascerà
la forza che ci attaccherà
noi restiamo tutti con te
perché tu, tu sei…
sigla della serie tv Jeeg robot.

L’operazione Pacific Rim, pronto a sbancare il box office mondiale e a deliziarci con un sequel o più, è in perfetto equilibrio tra la meraviglia tecnologica e le suggestioni nostalgiche, tra l’immaginario squisitamente giapponese e l’incontenibile grandeur hollywoodiana. Il film produttivamente più ambizioso di Guillermo del Toro, cineasta messicano capace di passare dal luna park Hellboy: The Golden Army al fantasy tragico Il labirinto del fauno, porta sullo schermo le potenzialità apparentemente infinite della computer grafica, esaltando con la magia dei pixel il basilare plot «mostri giganteschi contro giganteschi robot» [1]. Un sogno che si avvera per chi è cresciuto con le serie robotiche di Gō Nagai e con i kaijū eiga di Ishirō Honda, magari sognando una sorta di remake un po’ più accurato de Il Grande Mazinga, Getta Robot G, UFO Robot Goldrake contro il Dragosauro [2].

A parte la spettacolarità, la valanga di soldi spesi per ogni fotogramma e il livello della cgi [3], ci interessa soprattutto il recupero di un grandioso immaginario sospeso tra infanzia e adolescenza che ha segnato più di una generazione. Del Toro mette in scena con realismo fotografico i mastodontici samurai d’acciaio, ibridando le suggestioni cyberpunk di Neon Genesis Evangelion (1995) con le linee sporche di Nagai. Gli Jaeger sono il punto d’incontro tra le serie robotiche dei primi anni Settanta, supereroiche e genuinamente rozze, e l’evoluzione (forse) definitiva di Hideaki Anno. Un punto a favore e al tempo stesso un limite: Del Toro e lo sceneggiatore Travis Beacham partoriscono mecha colossali e tecnologicamente avanzati per immergerli in una narrazione fin troppo basilare, intrisa di retorica d’antan e dal retrogusto inevitabilmente yankee. Insomma, mecha anni Novanta pilotati da bellimbusti un po’ troppo squadrati, più simili ad Actarus e a Koji Kabuto che ai complessi combattenti di Anno – il personaggio più raffinato, non a caso, è la bella Mako Mori, protagonista di una delle migliori sequenze, il flashback post “stretta di mano neuronale”.

A grandi linee, vale lo stesso discorso per i kaijū, esteticamente prossimi all’imprescindibile Cloverfield ma quasi totalmente privati della componente ecologista e politica dei film di Nagai. A parte qualche flebile accenno all’ottusità del potere (dopo World War Z, si ritorna a parlare di muri e barriere protettive) e all’insensato sfruttamento del nostro pianeta, Del Toro utilizza i lucertoloni per scopi esclusivamente spettacolari. E così, dopo i centotrentuno minuti di Pacific Rim, avvincenti, visivamente abbacinanti e sostenuti da un calzante (e quindi lodevole) 3D, si esce dalla sala con la consapevolezza di aver ammirato un gran bel giocattolone, un blockbuster tecnicamente ineccepibile ma narrativamente un po’ debole. Alla grandiosità della messa in scena, oltre a quella dei mecha e dei kaijū, non corrisponde infatti un adeguato spessore della sceneggiatura e dei personaggi, nonostante l’ottimo cast e le parentesi ironiche affidate al solito Ron Perlman. Bazzecole e pinzillacchere, in un certo senso, vista la scarica adrenalinica e la spudorata voglia di un sequel…

Note
1.
La definizione, sintetica ma efficace, è del produttore Thomas Tull.
2. Mediometraggio del 1976, diretto da Masayuki Akehi, che intreccia gli eroi delle serie di Nagai Grande Mazinga, UFO Robot Goldrake e Getter Robot G. In Italia uscì per la prima volta nel 1979 nel film di montaggio Gli Ufo Robot contro gli invasori spaziali.
3. Sì, piove quasi sempre, spesso c’è la nebbia e scarseggia la luce del sole. Le scorciatoie per abbellire gli effetti speciali sono note, nonché notturne. Più che un limite, ci sembra un accettabile stratagemma, perfettamente in linea con la magia del cinema…
Info
Il sito ufficiale di Pacific Rim.
La pagina facebook di Pacific Rim.
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