Gravity

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Pur non rinunciando agli orpelli musicali e agli effetti sonori, Gravity riesce a comunicare il silenzio assoluto, intrecciando l’elevata spettacolarità e le concessioni al grande pubblico a un raro realismo scenico, enfatizzato dalla profondità di campo del 3D. Cuarón riesce a dare corpo alla pellicola, a dare un senso preciso dell’assenza di gravità, alla difficoltà/facilità di percorre pochi metri o decine di chilometri. Apertura ufficiale della 70a Mostra del Cinema di Venezia. Nelle sale italiane dal 3 ottobre.

Odissea nello spazio

La dottoressa Ryan Stone è un brillante ingegnere biomedico alla sua prima missione spaziale insieme al veterano Matt Kowalsky. Durante quella che doveva essere una passeggiata di routine, succede l’imprevisto. La navicella viene distrutta e Stone e Kowalsky sono abbandonati a loro stessi, legati l’uno all’altra mentre precipitano nel buio. Il silenzio assordante ricorda loro che hanno perso ogni legame con la Terra e ogni speranza di salvezza. La paura diventa panico, ogni boccata d’aria riduce il poco ossigeno rimasto. Ma forse l’unico modo per tornare a casa sta proprio nell’andare verso la terrificante distesa dello spazio… [sinossi]

I ricordi dolorosi sono come detriti che ritornano ciclicamente, mettendoci duramente alla prova, spesso bloccandoci in uno stato di impasse. A volte ci annientano. Nella sua ultima fatica dietro la macchina da presa, Gravity, Alfonso Cuarón intreccia la spettacolarità dell’ambientazione spaziale con l’umanità della dottoressa Ryan Stone e del cosmonauta Matt Kowalsky, giocando sapientemente con la sindrome di Kessler [1], calzante metafora di un turbamento interiore, di un’anima che ha cercato un impossibile rifugio nello Spazio, a 600 km dalla Terra e dal passato.

Gravity è un dramma teso, ricco di suspense, che sequenza dopo sequenza si immerge in un minimalismo emotivamente coinvolgente, anche se a tratti troppo rimarcato. Cuarón si conferma un autore per vaste platee, certosino nei suoi virtuosismi registici (memorabili i piani sequenza de I figli degli uomini), attento nella scrittura e capace come pochi di ragionare sullo spazio scenico. Uno degli aspetti più interessanti di questa avventura tra le stelle è infatti la rappresentazione e la conseguente percezione spettatoriale delle distanze, da pochi centimetri o millimetri fino a centinaia di chilometri. Distanze che ci danno la misura del rapporto uomo/natura/tecnologia e di quanto siamo piccoli, microscopici.
Nell’assenza di gravità, ai confini estremi della Termosfera, i due protagonisti devono confrontarsi con una dimensione altra, meravigliosa ma terribile: è lo Spazio dell’aurora e dei detriti, della Terra che sembra un paradiso, dell’assenza di ossigeno e delle temperature insostenibili. È lo Spazio che può inghiottire qualsiasi cosa in un attimo, verso una deriva infinita. Ed è, nella metafora di Cuarón, un bozzolo protettivo e al tempo stesso letale: un luogo di morte e di rinascita. Un ventre materno, con evidenti rimandi a 2001: Odissea nello spazio, che il cineasta messicano omaggia in una lunga sequenza.
Pur non rinunciando agli orpelli musicali e agli effetti sonori, Gravity riesce a comunicare il silenzio assoluto, intrecciando l’elevata spettacolarità e le concessioni al grande pubblico a un raro realismo scenico, enfatizzato dalla profondità di campo del 3D [2]. Cuarón riesce a dare corpo alla pellicola, a dare un senso preciso dell’assenza di gravità, alla difficoltà/facilità di percorre pochi metri o decine di chilometri. E così Gravity ci appare come un’avventura incredibile ma possibile, persino negli inattesi ritorni in scena…

Gravity ha aperto ufficialmente la 70a Mostra del Cinema di Venezia. Uscirà nelle sale italiane il 3 ottobre. E, molto probabilmente, terminerà il proprio viaggio a Los Angeles, alla cerimonia degli Oscar. Alle nomination per le categorie tecniche e per la regia (e sceneggiatura, scritta a quattro mani da Cuarón col figlio Jonás) si potrebbero aggiungere quelle per gli interpreti. George Clooney (Kowalsky, personaggio che si sarebbe trovato a suo agio anche nelle disavventure di Dark Star di Carpenter) è l’ideale spalla eroica e ironica per la tormentata dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock), una sorta di contrappeso che evita di sprofondare nell’ipermelodramma. E la Bullock, che già aveva ricevuto in dono un’inspiegabile statuetta per The Blind Side, è al miglior ruolo della sua altalenante carriera.

Note
1. Dalle note di regia: « La sindrome Kessler è un’ipotesi formulata dagli scienziati della NASA: la densità di oggetti creati dall’uomo che circolano nella bassa orbita terrestre è così alta che se due oggetti si scontrassero ne deriverebbe una cascata di rottami che andrebbe a urtare altri oggetti e ogni collisione genererebbe nuovi rottami spaziali». Per ulteriori informazioni http://en.wikipedia.org/wiki/Kessler_syndrome.
2. Uno dei rari esempi di 3D realizzato in post-produzione con costrutto.
Info
Il sito ufficiale di Gravity: gravitymovie.warnerbros.com.
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