Miss Violence

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In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, Miss Violence di Alexandros Avranas è un dramma da camera dal ritmo ieratico, ammantato di una sterile crudeltà.

Una famiglia ateniese è sconvolta dal suicidio della giovane figlia, proprio nel giorno del suo undicesimo compleanno. Cosa avrà spinto la ragazza a compiere questo gesto fatale? [sinossi]

Nonostante la crisi economica che l’attanaglia – o forse proprio in virtù di questa, come accadde nel dopoguerra da noi – il cinema greco sta vivendo un momento di grande fermento creativo e, soprattutto, di visibilità internazionale. Il Festival di Venezia non ha mancato di cogliere la novità, dal momento che nel 2010 aveva messo in cartellone l’interessante Attenberg di Athina Rachel Tsangari, facendo guadagnare la Coppa Volpi alla brava Ariane Labed, mentre l’anno successivo si era visto al Lido l’originalissimo e spiazzante Alps di Giorgos Lanthimos, migliore sceneggiatura al festival e con protagonista sempre la Labed. Tocca questa volta ad Alexandros Avranas rappresentare la Grecia nel concorso di Venezia 70 con Miss Violence, un dramma da camera dal ritmo ieratico che promette di turbare chi lo guarda. Improntato a una rigida frontalità con tanto di sguardi in macchina (la ragazzina suicida nell’incipit) e due fluidi movimenti di macchina da presa ad incorniciare la vicenda, Miss Violence si muove però con poca grazia nell’ambito dei prodotti del cinema d’autore europeo contemporaneo, lanciando parecchie esche senza mai riuscire a far davvero abboccare lo spettatore. Lo script, strutturato infatti come una detection, offre sin troppo presto tutte le prove utili a prefigurare quali sordidi segreti nasconda la famiglia protagonista, guidata da un (eccessivamente) premuroso e ambiguo patriarca. Va da sé che la conclusione risulti ampiamente telefonata e non riesca a turbare come dovrebbe. Il coinvolgimento è d’altronde programmaticamente negato, la recitazione straniante e i dialoghi ambigui e sottrattivi e non resta altro che affidarsi al piacere della visione. Avranas possiede sicuramente un solido talento per la messinscena, ma il suo schema registico (la frontalità statica racchiusa tra i due movimenti di mdp di cui sopra) risulta in fin dei conti un voto di castità futile e deleterio.

Di storie come queste il cinema d’autore e i festival sono abbondantemente saturi e l’unica vera novità di Miss Violence finisce per essere la sua ambientazione. La Grecia di Avranas appartiene ad una temporalità vaga, seppure dal sentore contemporaneo. Da un lato abbiamo la curiosa assenza di elementi oramai onnipresenti sul grande schermo – e in questo festival – come cellulari e smart phone, dall’altro la musica diegetica accorpa il Leonard Cohen di Dance To The End of Love, brano del 1984, al più attuale (la canzone è del 2013) hip hop nazionale. Questa ambiguità temporale è di certo cosa ricercata dal regista per meglio lasciar emergere la sua metafora in maniera inequivocabile, ma anche da questo punto di vista il film non riesce a convincere del tutto, approdando a una conclusione in fin dei conti moralista che congiunge deriva economica ed etica in una spirale senza via d’uscita.
Anche se a tratti pare di rivisitare i set raggelati del cinema di Ulrich Seidl, mancano poi ad Avranas sia il gusto per l’assurdo che la giusta dose di autoironia, strumenti necessari per un cinema che voglia essere davvero problematico e non sentenziare dal pulpito, ammantato di una sterile crudeltà della messinscena.

INFO
La pagina di Miss Violence sul sito della casa di produzione Faliro House Productions.
La pagina di Miss Violence sul sito della casa di produzione Plays2place Productions.
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