Philomena

Philomena

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Il cineasta britannico Stephen Frears lancia con Philomena un j’accuse morale bilanciato dall’humor british. Tratto da una storia vera e in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2013.

Rimasta incinta da adolescente in Irlanda nel 1952, Philomena venne chiusa nel convento di Roscrea, dove si presero cura di lei in quanto “donna caduta nel peccato”. Quando suo figlio era ancora piccolo le suore lo portarono via per darlo in adozione in America. Philomena dedicò i cinquant’anni seguenti alla ricerca del bambino, ma senza alcun successo. Poi conobbe Martin Sixsmith, un giornalista politico stanco del mondo che restò affascinato dalla sua storia. Insieme, i due partirono per l’America per affrontare un viaggio che non solo avrebbe gettato luce sulla storia straordinaria del figlio di Philomena, ma avrebbe anche creato un legame di un’intensità inaspettata tra Philomena e Martin… [sinossi]

Spesso le cosiddette «storie di vita vissuta» sono snobbate dagli intellettuali o finiscono in pasto al giornalismo cinico. Questa storia vera, quella di Philomena Lee, si può dire che è giunta nelle mani giuste sia sul piano giornalistico che in ambito cinematografico. Philomena di Stephen Frears, presentato in anteprima mondiale in concorso alla 70^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, approderà nelle sale italiane il 19 dicembre e ci auguriamo che possa uscire in originale (almeno qualche copia) viste le interpretazioni magistrali dei protagonisti (su tutti spicca Judi Dench) e una sceneggiatura impeccabile in cui la lingua gioca un ruolo fondamentale e sprigiona tutta la sua potenza invettiva e sarcastica.

Philomena (Judi Dench) è una donna con un mondo da narrare, glielo si legge negli occhi, è però bloccata e schiacciata dalla colpa di aver acconsentito a un rapporto sessuale da adolescente da cui ha avuto un figlio, mai dimenticato. Una sera racconta alla figlia tutto ciò che si era tenuta dentro come un’onta da pagare ed è da questa apertura che (ri)comincia la ricerca del figlio strappatole. Accompagnatore fondamentale di questo viaggio è Martin (Steve Coogan). L’uomo,  dopo il fallimento in politica (espulso dall’establishment di Blair), vuole tornare a fare il giornalista aulico mettendosi a scrivere di storia russa. Due mondi che si incontrano e scoprono l’un l’altro.

Frears ci immerge nell’Irlanda fortemente cattolica, quella del 1952, dov’era considerato un grave peccato “concedersi” all’uomo. Da ragazza, mangiando la mela caramellata in una tranquilla sera, aveva ceduto alla seduzione di un ragazzo e, rimasta incinta, era stata rinchiusa nel convento di Roscrea – luogo deputato alla (ri)educazione secondo i dettami morali ritenuti “sacrosanti” (è il trattamento riservato alle ragazze considerate “perdute”). Ci preme sottolineare che né il regista né gli sceneggiatori (lo stesso Coogan in compagnia di Jeff Pope) mirano a puntare il dito contro il singolo – sarebbe un’ottica fuorviante essendoci state suore che hanno salvato la vita a bambini e madri (Philomena ci offre, infatti, anche esempi di carità cristiana); ma allo stesso tempo è pietrificante ascoltare dalla bocca di una suora frasi come «il dolore è la sua penitenza» così come è agghiacciante la pratica di vendita dei bambini da parte delle suore.

Ampliando la prospettiva, se mettiamo insieme la pellicola in questione e Liam sempre di Frears, la filmografia del dublinese Jim Sheridan, Magdalene di Peter Mullan, Sex in a Cold Climate di Steve Humphries e registi come Bellocchio e Almodovar, che hanno posto l’accento sul rigorismo dell’educazione cattolica, non possiamo non porci delle domande. Per quanto, in questi film, ci si riferisca spesso a un passato (prossimo), le ricadute di una particolare impostazione religiosa si avvertono ancora nel presente. Philomena ci insegna come si possa essere religiosi e avere fede senza essere bigotti. L’ingenuità così disarmante della donna provoca nello spettatore tenerezza e dolcezza, a tratti sembra quasi che viva nel mondo dei romanzi rosa che tanto ama, dove si rifugia per sognare e vivere temporaneamente il lieto fine alleviando per poco una ferita così profonda quale la perdita di un figlio.

In un film che vive della potenza della storia vera, spicca come punto di forza la sceneggiatura, calibrata perfettamente nel rispetto dei personaggi realmente esistiti ed esistenti e in linea col mood di Frears; se poi vi aggiungiamo Dench e Coogan, diventa una bomba ad orologeria pronta a scoppiare. Philomena, con la semplicità che la contraddistingue, dice: «se era così bello non poteva che essere sbagliato» (riferendosi all’incontro sessuale che le ha cambiato la vita); Martin, mosso da cinismo e rabbia, non ha peli sulla lingua tanto da affermare: «fucking catholics».

Tratto dal libro The lost child of Philomena Lee del vero Martin Sixsmith [1], l’ultima opera del regista inglese sceglie di porre l’attenzione su questa donna e sul percorso dello stesso Martin piuttosto che su Anthony (il figlio) come, invece, fa il libro. Una storia dolorosa unisce due caratteri e due vissuti diversi: una donna profondamente religiosa, piena di fiducia nel prossimo e di Fede nel Signore (nonostante tutto); un uomo scettico che con l’humour british stempera il dramma di Philomena e si stacca dalla logica da squalo che vige nel mondo giornalistico.

Con una messa in quadro raffinata ed elegante – merito anche della fotografia (Robbie Ryan), la pellicola del regista di The Queen commuove nel profondo, ci trascina grazie alle note inconfondibili di Alexandre Desplat in un vortice di emozioni che non vuole strizzare l’occhio al pubblico. Il vero attore non mente nel momento in cui recita, ritrova quell’istinto mimico e arriva allo spettatore con tutta la sincerità e l’umanità del personaggio che porta sullo schermo e/o sul palco. La Dench incarna una persona e lo fa con la classe che la qualifica (meritevole di una Coppa Volpi). Coogan, conosciuto più come attore comico, riesce ad attingere alle corde drammatiche, trovando il giusto equilibrio tra i vari registri.

Non si rimane indifferenti di fronte a una storia di questa portata e così rappresentata (e non meramente confezionata). Si resta colpiti pensando a come certe pratiche fossero all’ordine del giorno e ci si ritrova a pensare come alcuni retaggi possano influire su se stessi e nell’apertura verso l’altro. Philomena scandaglia con tatto e ironia nelle ombre umane e della religione senza dare contentini. Neanche noi vogliamo fare moralismi, possiamo solo consigliarvi di non perdervi questa pellicola, capace di affrontare tasti del genere con leggerezza, provocazione e umanità!

Note
1. Il libro The Lost Child of Philomena Lee di Martin Sixsmith, in formato kindle, su amazon.it.
Info
Il trailer italiano di Philomena.
Il trailer originale di Philomena.
Il sito ufficiale di Philomena.
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