Maxxi. Prendi l’arte e mettila da parte

Maxxi. Prendi l’arte e mettila da parte

Il compito attuale dell’arte
è di introdurre il caos nell’ordine.
Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno

In uno dei segmenti più affascinanti di Venezia 70 – Future Reloaded, gran calderone in grado di dare ospitalità alle velleità artistiche più disparate, Paul Schrader pratica jogging sulla High Line dissertando sul cinema contemporaneo. In un passaggio del suo monologo il regista afferma: “Oggi la crisi è nella forma, non nei contenuti […], sembra più il 1913 che il 2013. […] Non si può fare un film rivoluzionario in mezzo a una rivoluzione.”.
Nel ripensare a tale affermazione sfogliando il programma della rassegna Cinema al Maxxi (presentata ieri dal presidente del museo Giovanna Melandri insieme al curatore Mario Sesti, al presidente Bnl Luigi Abete e al presidente della Fondazione Cinema per Roma Paolo Ferrari) viene naturale annotare uno stridente contrasto, che parte da una base ideologica non condivisa. Per chi ancora fosse all’oscuro della rassegna, Cinema al Maxxi si svilupperà da oggi 13 settembre fino al 6 novembre seguendo tre binari paralleli e non necessariamente convergenti: I dimenticati, in cui troveranno spazio opere italiane da “recuperare”; Maxxi Anteprime, con l’anticipo per il pubblico romano di film per i quali è già prevista una distribuzione; Incontri con uomini e donne eccezionali, che invece vedrà la presentazione di alcuni documentari. In tutto ventuno opere selezionate, con criteri che destano non poca preoccupazione.

Che il MAXXI dovesse, a tre anni dalla sua inaugurazione, intraprendere la strada dell’audiovisivo in maniera concreta e non solo episodica, è una necessità di cui si avvertiva l’urgenza da tempo. Il Museo adibito espressamente all’arte del Ventunesimo Secolo non poteva in nessun modo infatti escludere dal proprio percorso di ricerca e di esposizione l’immagine in movimento. Per questo avevamo avuto modo di apprezzare e difendere da critiche quasi mai circostanziate l’apertura del Festival di Roma al polo museale sito in via Guido Reni: CineMAXXI non si era dimostrata “solo” la novità più esaltante della prima edizione del festival diretta da Marco Müller, ma aveva permesso di catalizzare l’attenzione di una Roma quantomai pigra verso un museo che dalla sua apertura ha sempre dato l’impressione di essere stato abbandonato a se stesso, simulacro imperituro di una gestione veltroniana (e prima ancora, rutelliana) della città protesa alla stupefazione, ma raramente interessata a ciò che si nasconde dietro la meraviglia a se stante. CineMAXXI sarebbe potuto essere il punto di partenza di un lavoro di ricerca cinematografica che manca clamorosamente a Roma: quel punto d’incontro indispensabile tra cinefilia, nuove tecnologie e popolazione che finora non aveva mai risposto all’appello, schiacciato dal peso di una metropoli che il cinema lo fa(ceva), ma senza pensarlo.

Per questo e per molti altri motivi la rassegna presentata ieri ha il sapore della sconfitta, ennesima occasione sprecata per una città che continua ad abbarbicarsi a certezze del passato, senza alcuna voglia di mettersi in gioco, di sperimentare, di ricercare nuove vie. Che senso ha proporre titoli come Divorzio all’italiana, Caccia tragica, La parmigiana, Milano calibro 9, Guardie e ladri, Aquila nera e Cronaca familiare? Al di là del loro valore strettamente estetico e del ruolo che hanno svolto all’interno della produzione cinematografica nazionale, a quale dettaglio critico si deve la loro scelta? Come possono essere considerati “dimenticati”, vista la loro reperibilità in dvd o in televisione? E anche fossero davvero film perduti all’interno dell’immaginario collettivo, non esiste forse la sala della Cineteca Nazionale in vicolo del Puttarello per assolvere al compito di recuperarli? Cos’ha di diverso, oltre alla confusione del tutto priva di un collegamento logico dei titoli, questa sezione rispetto al lavoro portato avanti nell’ultimo decennio dalla Sala Trevi?
Ma soprattutto: dov’è il Ventunesimo Secolo in questa rassegna? Non certo nei titoli recuperati del passato – e ovviamente qui proposti per di più in versione digitale, vista l’impossibilità della sala alla programmazione in 35mm – né tanto meno nei documentari selezionati, estrapolati nella stragrande maggioranza dei casi dalla fu sezione Extra del festival/festa pre-mülleriano e a loro volta stra-visti da chiunque nutra un minimo di interesse verso la Settima Arte. Per non parlare delle cosiddette “anteprime”, che permetteranno semplicemente ad alcuni romani di vedere determinati film un giorno prima della loro uscita ufficiale nelle sale d’Italia: Il futuro di Alicia Scherson, tanto per fare un esempio, verrà proiettato al Maxxi il 18 settembre, ma sarà reperibile ventiquattro ore dopo in altre sale della città, dotate probabilmente di uno schermo più grande e di una struttura più adeguata.

Anche l’unico slancio verso la sperimentazione, rappresentato dal groviglio di opere di (tra gli altri) Gianfranco Baruchello, Paolo Gioli e Mario Schifano, sbrogliato da Bruno Di Marino e programmato proprio il giorno di chiusura della rassegna, ragiona sul secolo passato e ha impresso su di sé il marchio di RaroVideo, a dimostrazione ulteriore di una mancanza di vera, reale, ricerca sul campo. Lo schermo che nel novembre del 2012 ha visto rincorrersi le immagini dei film di Michael Wahrmann, Sherad Anthony Sanchez, Avi Mograbi, Kaushik Mukherjee, Yuri Ancarani, Eduardo Williams, Gym Lumbera, Zapruder, Gabriel Abrantes, lo stesso Gianfranco Rosi da poco premiato con il Leone d’Oro, diventa a distanza di neanche dodici mesi un cineclub teso al recupero del già filmato o, alla massimo, alla conservazione del presente. Un presente mai estremo, ma edulcorato, nel quale è possibile considerare “scandaloso” perfino un film perbenista come l’ultimo Ozon, passato a Cannes a maggio.
La rassegna Cinema al Maxxi segna un’inevitabile sconfitta. La scoperta dell’immagine in movimento del Ventunesimo Secolo è rimandata, probabilmente a data da destinarsi: si può solo attendere l’operato di CineMAXXI, con la speranza di non essere privati in breve tempo anche di lui.

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