La vita di Adele

La vita di Adele

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Diretto con il solito stile avvolgente e “a perdifiato”, La vita di Adele strappa via l’anima grazie a due attrici in stato di grazia e a una scrittura fitta e dilatata allo stesso tempo, che cita Marivaux, Laclos e madame de la Fayette.

Blue Hearts

A quindici anni, Adèle non ha dubbi: una ragazza deve uscire con dei ragazzi. La sua vita prende una strada inaspettata il giorno in cui incontra Emma, una giovane donna con i capelli blu, che le fa scoprire il desiderio e le permetterà di maturare nel passaggio da adolescenza a età adulta. Passo dopo passo Adèle cresce, si cerca, si perde, si ritrova… [sinossi]
Ô splendeur de la chair! ô splendeur idéale!
Ô renouveau d’amour, aurore triomphale
Où, courbant à leurs pieds les Dieux et les Héros,
Kallipyge la blanche et le petit Éros
Effleureront, couverts de la neige des roses,
Les femmes et les fleurs sous leurs beaux pieds écloses!
O splendore della carne! O splendore ideale!
O primavera d’amore, trionfale aurora
in cui, piegando ai loro piedi Dei ed eroi,
Callipigia la bianca e il piccolo Eros
sfioreranno, coperti da una neve di rose,
le donne e i fiori schiusi sotto i loro bei piedi!
Arthur Rimbaud, Soleil et chair

Doverosa precisazione iniziale: nell’articolo, per scelta, non verrà fatto alcun riferimento alle polemiche che hanno attraversato questi ultimi mesi, legate al lavoro sul set, e al rapporto di Kechiche con le attrici e la troupe che ha lavorato con lui. Si tratta di una scelta, magari opinabile, ma che nasce dal presupposto di voler ragionare sul La vita di Adele in quanto tale, oggetto finito, compiuto e parte integrante di un sistema produttivo che accoglie, anche qualora le accuse mosse a Kechiche fossero vere, bestialità ben maggiori senza battere ciglio.

Tre anni, questo il lasso di tempo che si è attraversato prima di poter gioire per il ritorno dietro la macchina da presa di Abdellatif Kechiche dopo l’ottimo e largamente incompreso Vénus noire: nel 2010 alla Mostra del Cinema di Venezia venne distribuito un palmarès piuttosto sorprendente e schizoide, e il film sull’ottentotta Saartjie Baartman rimase a bocca asciutta. Un rapporto piuttosto particolare quello di Kechiche con i premi delle kermesse internazionali: se l’esordio La faute à Voltaire (2000) si era tolto lo sfizio di ottenere al Lido il riconoscimento come miglior opera prima, e L’esquive (2004) si era “accontentato” di fare incetta di César senza prestare troppa attenzione alle realtà festivaliere, La Graine et le Mulet nel 2007 venne quasi letteralmente scippato di un Leone d’Oro dato da tutti pressoché per assodato e da condividere con I’m not There di Todd Haynes. Entrambi i film, dopo aver spaccato a metà la giuria capitanata da Zhang Yimou, si videro assegnare ex-aequo il Gran Premio della Giuria, scavalcati dal più “ecumenico” Lussuria di Ang Lee. L’esordio in concorso al festival di Cannes era dunque per il regista tunisino di nascita ma francese di adozione l’occasione per tentare ancora una volta la corsa a un riconoscimento ufficiale in grado di determinare una volta per tutte l’inserimento nell’empireo del cinema d’autore internazionale.

Al di là della scelta della giuria capitanata da Steven Spielberg, che ha premiato con la Palma d’oro il film, sarebbe stato comunque strano nutrire ancora dubbi sulle qualità registiche di Kechiche, in grado nei suoi primi quattro lungometraggi di disegnare una parabola ben precisa, in cui la riflessione sulla società si trasforma sempre in indagine sulle donne e uomini che vengono messi in scena: dal sans-papier de La faute à Voltaire agli adolescenti de L’esquive, dalla famiglia de La Graine et le Mulet alla biografia tragica della Baartman, le narrazioni di Kechiche acquistano sempre un forte e perentorio connotato politico, mai incline al compromesso e pronto piuttosto a mettere alla berlina i vizi delle democrazie occidentali corrotte.

È un film sinceramente politico anche La vita di Adele, e non solo per la scelta di ragionare su una storia d’amore lesbico, anzi: Kechiche sceglie con estrema intelligenza di non trasformare la sua creatura in un pamphlet sull’uguaglianza tra i diversi “gender”, ma semmai di mostrare l’assoluta, incontrovertibile, palese naturalezza della passione amorosa tra due ragazze. Se La vita di Adele può essere considerata una riflessione accorata e uno scandaglio della contemporaneità sociale e politica francese – il film è ambientato a Lille – lo si deve invece alla rappresentazione di un corpo sociale che ancora ragiona per classi. Emma, la ragazza dai capelli blu che ammalia Adèle fin dal loro fuggevole primo incontro casuale per strada è figlia dell’intellighenzia borghese, studia all’università le “beaux arts” (“perché, esistono arti brutte?”, le domanda candidamente Adèle) e si sta creando una credibilità come pittrice. Adèle, che viene presentata quando è ancora una semplice liceale – il film di dipana lungo sette o otto anni, con una rappresentazione dello spazio-tempo quanto mai libera, lontana da regole standardizzate – viene invece da una famiglia della classe media, e ha come unica aspirazione quella di diventare una maestra elementare, per poter lavorare con i bambini. Due mondi paralleli ma che solo occasionalmente possono veramente incrociarsi, e che in ogni caso difficilmente possono sperare di comprendersi fino in fondo.

Se Emma e Adèle possono trovare un reale punto di contatto, quindi, è solo ed esclusivamente nella loro intimità: per questo La vita di Adele, mastodontico racconto di una maturazione umana che non può evitare di scontrarsi con le asperità, i traumi e le disperazioni dell’esistenza, porta sullo schermo la sessualità delle sue protagoniste entrando così in profondità nel dettaglio. Le lunghe sequenze di amplessi tra le due splendide interpreti Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, che a prima vista potrebbero sembrare gratuite (per quanto esteticamente annichilenti), rappresentano in realtà il cuore pulsante dell’opera, e ne contengono il senso più profondo. Kechiche pone la firma in calce a una lacerante storia d’amore, ma racconta in primo luogo la crescita di un’adolescente, dalle baruffe con le compagne di classe del liceo fino alla consapevolezza che bisogna imparare a convivere anche con l’assenza, e la sconfitta.

Diretto con il solito stile avvolgente e “a perdifiato”, La vita di Adele (tratto dalla graphic novel di Julie Maroh Le bleue est un coleur chaude, dalla quale però si distanzia nettamente quasi da subito, al punto da modificare addirittura il nome della protagonista da Clémentine ad Adèle) strappa via l’anima anche al più refrattario degli spettatori, grazie a due attrici in stato di grazia – e la Exarchopoulos mette in mostra un’incredibile gamma espressiva, cui va aggiunta la capacità di reggere per tre ore una macchina da presa letteralmente incollata al viso – e a una scrittura fitta e dilatata allo stesso tempo, che cita Marivaux, come già ne L’esquive, Laclos e madame de la Fayette. Basterebbe da sola la sequenza del litigio al termine del quale Emma caccia di casa Adèle per arrendersi all’evidenza e ammettere come Abdellatif Kechiche, cinquantatré anni il prossimo 7 dicembre, abbia portato a termine l’ennesimo capolavoro.

Info
La pagina de La vita di Adele sul sito della Lucky Red.
Il sito ufficiale de La vita di Adele.
La pagina facebook de La vita di Adele.
Il trailer italiano de La vita di Adele.
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