The Mole Song – Undercover Agent Reiji

The Mole Song – Undercover Agent Reiji

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Con The Mole Song – Undercover Agent Reiji Takashi Miike firma uno sfrenato viaggio nella cultura pop, tra yakuza-eiga e demenzialità. In concorso al Festival di Roma.

La Talpa

Un giorno Reiji Kikukawa, peggiore recluta di tutti i tempi nella polizia giapponese, viene convocato dal suo capo Sakami, che lo licenzia per condotta disonorevole. In realtà con questa scusa gli affida l’incarico di infiltrarsi in un’organizzazione criminale e arrestarne il leader… [sinossi]

Al termine della proiezione stampa di Mogura no uta (questo il titolo originale giapponese, trasformato per la vendita internazionale in The Mole Song – Undercover Agent Reiji) la sala si è divisa più o meno equamente in due fazioni. Da una parte si sono assiepati gli appassionati cultori dell’opera artistica di Takashi Miike, mentre dall’altro lato della barricata hanno preso posizione i detrattori: tra questi ultimi l’accusa più frequente riferita al film riguardava il suo carattere puramente ludico, e per niente “serio”. Un’invettiva interessante, non tanto se riferita al film in sé e per sé (si tratta indubbiamente di un divertissement), ma contestualizzata in relazione al curriculum vitae del cineasta nipponico.
In poco più di venti anni di carriera, durante i quali ha portato a termine una novantina di lavori (considerando anche i pochi cortometraggi e le saltuarie esperienze televisive), Miike ha infatti sempre tenuto in seria considerazione un approccio delirante e anarcoide alla materia cinematografica. Sovente le sue creature hanno vissuto sul limitar del deforme, magma esaltante in grado di assumere le figure più disparate: solo per fare alcuni esempi, quelli che arricciano oggi il naso di fronte a The Mole Song mantengono brandelli di memoria di Full Metal Yakuza, Dead or Alive, Happiness of the Katakuris e Gozu? Perché stupirsi nel 2013 del cipiglio volutamente ridanciano con cui Miike approccia la storia della recluta Reiji Kikukawa appare realmente paradossale.

Tratto da un manga bagnato da uno straordinario successo in patria e creato da Noburo Takahashi, The Mole Song agita i propri deliri nel microcosmo da sempre più amato da Miike, quello dei bassifondi criminali delle metropoli giapponesi. Nello specifico, in questa occasione l’azione si concentra nel Kanto, l’area dell’isola di Honshū che comprende le sette prefetture di Tokyo: qui il goffo e inesperto (nonché sessualmente vergine) Reiji Kikukawa viene licenziato dal suo capo per essere poi infiltrato in uno dei principali clan locali. Lo scopo? Quello di contrastare il traffico di una droga sintetica particolarmente efficace sugli adolescenti.
Il tema classico della “talpa”, cui si lega inevitabilmente il discorso sull’onore e sulla fratellanza, renderebbe The Mole Song un perfetto yakuza eiga, ma il condizionale è d’obbligo. Fin dalle primissime sequenze lo spettatore è costretto a confrontarsi con un immaginario debordante, inesauribile fonte di sketch, gag del corpo e della parola, frammentazioni pressoché infinite dello sguardo. Deturpando per l’ennesima volta la prassi, Miike trasforma la succitata trama in un avamposto di un neo-pop dissacrante, goliardico ed esasperato: tra intermezzi animati, reiterazioni verbali e colpi di scena comici a ripetizione, The Mole Song trascina il proprio pubblico in un turbinio di ipotesi, gloriose deflagrazioni dello sguardo che vanno a innervare una trama volutamente basica.

Inadatto all’accettazione del già filmato, Miike partorisce una creatura riottosa, indomita, fracassona e demente come il carattere del suo protagonista e degli amici e degli avversari con cui si trova ad avere a che fare. Risse e inseguimenti sono all’ordine del giorno in un film che non mostra alcun freno inibitore nei confronti di coloro che vi assistono.
Per quanto si tratti di un divertissement, come già accennato in precedenza, The Mole Song conferma l’esprit di un regista che fonde con una naturalezza strabiliante teoria e pratica nella propria messa in scena: sarebbe un grave errore non considerare il lavoro di decostruzione e smitizzazione dell’immaginario che Miike persegue con una cura maniacale. Un’opera sanamente popolare che non accetta mai di scendere a compromessi con i cliché più abusati del commerciale, ma tracima al contrario degli umori anche più sgradevoli. In questo senso la spassosa sequenza della perdita della verginità di Reiji rasenta il sublime.

Presentato in concorso all’ottava edizione del Festival del Film di Roma, The Mole Song rischia di rimanere incompreso come buona parte della produzione miikiana degli ultimi anni: la stessa sorte è toccata lo scorso anno nella capitale all’ottimo thriller Lesson of the Evil, e a maggio all’action sulla pena di morte Shield of Strew, sintomi di un progressivo distacco di parte della critica (per lo meno quella nostrana) da un nome indispensabile del cinema mondiale dell’ultimo ventennio. C’è sempre tempo, fortunatamente, per rimediare a questa svista…

Info
Il trailer di The Mole Song – Undercover Agent Reiji.
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