The Green Inferno

The Green Inferno

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Fedele alla propria poetica, Roth torna a smascherare i vizi e le poche virtù dei giovani statunitensi, disegnando con The Green Inferno l’ennesimo e degenerato teen movie. La nuova discesa agli inferi, di gran lunga la più efficace, è una feroce critica all’attivismo di facciata, all’impegno snob e superficiale degli universitari, dei figli di papà, all’ipocrita senso di colpa degli occidentali. Presentato fuori concorso al Festival di Roma 2013 e ora in sala.

Cotto al forno è la morte sua…

Un gruppo di giovani ambientalisti parte da New York per il Perù nella speranza di salvare dall’estinzione una tribù locale. L’aereo sul quale viaggiano si schianta nella giungla e i ragazzi finiscono nelle mani degli indigeni che li catturano. Ben presto i sopravvissuti si rendono conto che le intenzioni nei loro confronti sono tutt’altro che benevole. Inizia così una disperata lotta per la sopravvivenza nel tentativo di non essere divorati dai cannibali… [sinossi]

Bisogna andare oltre le apparenze sotto la pelle/pellicola, scarnificando con certosina attenzione questo oggetto cinematografico per apprezzare pienamente il gioco citazionista e irriverente di Eli Roth. Presentato fuori concorso al Festival di Roma 2013, The Green Inferno è un intreccio di rimandi esterni e interni, di omaggi e di affettuosi ringraziamenti. Il titolo è già indicativo, così lontano dall’avventura tropicale Inferno verde (Green Hell, 1940) di James Whale e così prossimo a Paradiso infernale (The Green Inferno, 1988) di Antonio Climati, altra avventura, ma decisamente orrorifica.
Uno dei titoli internazionali del film di Climati era Cannibal Holocaust II, sull’onda del cult di Ruggero Deodato, maestro omaggiato a più riprese da Roth. Tutto torna. Non ci sono solo Deodato e Climati, ma anche Lucio Fulci, Umberto Lenzi, Sergio Martino e via discorrendo. Ritroviamo La montagna del dio cannibale e Cannibal ferox, ritroviamo la libertà e la creatività del cinema di genere italiano. Ritroviamo finalmente un horror sadico, anche divertente, ma capace di gettarci in faccia litri di sangue e brandelli di carne. The Green Inferno, molto più dei precedenti Cabin Fever (2002), Hostel (2005) e Hostel: Part II (2007), è l’ideale punto d’incontro tra i lustrini della fabbrica dei sogni e le frattaglie a buon mercato di un cinema horror che ha allattato cinefili e cineasti.

Negli arti mozzati del malcapitato Jonah [1], ridotto in pochi minuti a fettine e costolette, c’è il senso profondo degli intrecci metacinematografici à la Tarantino e soci: omaggio, rilettura, riscoperta, l’arte del riciclaggio e del riutilizzo, dentro o fuori dal contesto originale. The Green Inferno rinvigorisce l’horror odierno ripescando dal passato, rielaborando. Quello che manca, forse, è un pizzico di cattiveria in più, di spudorato cinismo, la capacità (possibilità?) di andare oltre, di restituire pienamente il macabro “realismo” di Cannibal Holocaust. Oppure, viceversa, Roth avrebbe potuto calcare la mano sulla deriva visionaria, con una messa in scena marcatamente pittorica, enfatizzando le suggestioni visive degli ettolitri di sangue, dei baccanali a base di carne umana.

Fedele alla propria poetica, Roth torna a smascherare i vizi e le poche virtù dei giovani statunitensi, disegnando l’ennesimo e degenerato teen movie. La nuova discesa agli inferi, di gran lunga la più efficace, è una feroce critica all’attivismo di facciata, all’impegno snob e superficiale degli universitari, dei figli di papà, all’ipocrita senso di colpa degli occidentali. E così vanno a rotoli le teorie del buon selvaggio, dei college all’avanguardia, dell’immersione nella natura incontaminata [2]. Ridotti a maiali arrosto, con o senza patate, i vari Alejandro, Amy e Jonah sono i rappresentanti (inconsapevoli) di una società malata, spesso immorale, tratteggiata con efficacia da Roth nel lungo incipit. La scorpacciata di arrivisti, attivisti della domenica, vegani à la page e tutto quel che segue è giusta e succulenta. Al forno! Al forno!

Note
1. Si diverte nel ruolo il giovane Aaron Burns, molto più di un attore: spazia dagli effetti speciali alla regia, dal montaggio alla sceneggiatura e via discorrendo. Al suo attivo un cortometraggio (Now or Never), una commedia poco fortunata (Blacktino) e una proficua collaborazione con Robert Rodriguez. Brandelli di factory…
2. Potrebbe essere un interessante cortocircuito la visione pre o post The Green Inferno del monumentale At Berkeley di Frederick Wiseman. Decisamente meno riuscito, ma utile alla causa, anche il mockumentary horror The Sacrament di Ti West, prodotto dallo stesso Roth.
Info
La pagina facebook di The Green Inferno.
Il trailer italiano di The Green Inferno.
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