Still Life

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Esce in sala Still Life, il secondo lungometraggio di Uberto Pasolini, premio alla regia nella sezione Orizzonti alla scorsa edizione della Mostra. Un apparente film d’autore che tende furbescamente a fare l’occhiolino al pubblico.

Il cinema dentro una bara

Diligente e premuroso, il solitario John May è un impiegato del Comune incaricato di trovare il parente più prossimo di coloro che sono morti in solitudine. Quando il reparto viene ridimensionato a causa della crisi economica, John dedica tutti i suoi sforzi al suo ultimo caso, che lo porterà a compiere un viaggio liberatorio e gli permetterà di iniziare ad aprirsi alla vita… [sinossi]

Nel panorama del cinema europeo Uberto Pasolini ricopre un ruolo del tutto particolare. Produttore che al suo attivo vanta il successo di Full Monty (1997), Pasolini da qualche anno ha scelto di fare il regista e ha diretto prima Machan (2007) e ora Still Life, che ha vinto il premio per la miglior regia nella sezione Orizzonti all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Si direbbe che non sono sufficienti due film per fare un autore o, quantomeno, un caso. Eppure il cinema di Uberto Pasolini lo è, in quanto rappresentante di un approccio furbesco alla macchina cinematografica.
Machan era l’appagante storia, improntata a un fastidioso buonismo, di un gruppo di migranti che si inventavano giocatori di pallamano per emigrare in Germania, Still Life racconta invece la vicenda di un impiegato comunale inglese che si occupa di trovare un parente o un amico a chi muore in solitudine.

Sia in Machan che in Still Life l’approccio di Pasolini è identico: in modo paternalista ed ecumenico, il regista ci vuole ricordare che dobbiamo essere tutti più buoni e pensare al nostro prossimo. Non vi è nient’altro nel suo cinema se non per l’appunto questo assunto e la storia, le singole sequenze, l’architettura narrativa, la regia, gli attori (nel caso di Still Life un Eddie Marsan che, dopo i miracoli recitativi di Happy-Go-Lucky, La fine del mondo, Tyrannosaur ecc., viene condannato all’inespressività facciale) tendono per l’appunto ad obbedire a questo input. Il nostro protagonista perciò si muove con regolarità e metodo tra scatolette di tonno che si “prepara” come pranzo (una gag ripetuta allo sfinimento) e funerali in cui è l’unico a presenziare, finché incontra una donna e trova, forse, anche lui qualcuno con cui condividere la sua solitudine.
Palese imitazione del cinema d’autore europeo, con le sue inquadrature fisse, gli sguardi sornioni e ammiccanti dei personaggi, i suoi tempi quieti e malinconici, i suoi dialoghi trattenuti e gli sguardi timidi, Still Life è costruito per fare continuamente l’occhiolino al pubblico ricordandogli quanto sia brutta la società occidentale (dove si è persa la magia del vicinato), quanto sia brutta la crisi (che ritiene superflue professioni come quella del protagonista), e quanto siano brutte la solitudine e la vecchiaia (che più o meno arrivano per tutti). Un castello di luoghi comuni che finge di tenersi in piedi da sé e che ci rammenta l’esistenza del sempre deprecabile “film a tesi”, quello sì duro a morire.

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