Sangue

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Arriva in poche sale Sangue, l’ultimo film di Pippo Delbono, insieme alle polemiche che lo accompagnano fin dalla sua proiezione al Festival di Locarno. Un’opera dolorosa e intima, da recuperare.

Verrà la morte

Pippo Delbono filma due viaggi paralleli: quello della madre che si avviava verso la morte mentre un amico, l’ex-terrorista Giovanni Senzani, sta perdendo la sua compagna Anna, una donna contraria alla lotta armata che comunque lo aveva aspettato per tutti gli anni da lui passati in carcere… [sinossi]

Sangue irrompe sul proscenio del cinema italiano proprio mentre Orchidee, ultimo spettacolo teatrale di Delbono, compie lo stesso percorso. In un mondo civile (per non abusare dell’aggettivo “giusto”, irrealizzabile perché impossibile da decodificare) l’uscita in sala di un’opera complessa, dolorosa e stratificata come Sangue rappresenterebbe il punto di arrivo di una discussione sull’etica dello sguardo, sul senso e sul valore della messa in scena, sull’uso/abuso del corpo proprio e altrui, sull’urgente necessità di un’azione dirompente, artistica e umana allo stesso tempo. Invece, dopo essere stato investito a Locarno da una grandine di polemiche del tutto strumentali e amaramente distanti dal significato intimo del film, Sangue raggiunge ora (poche) sale italiane nel silenzio mediatico più ottundente. Uno specchio delle miserie culturali in cui sguazza una penisola che insegue dorati e prestigiosi tramonti d’oltreoceano dimenticando nelle retrovie il prezioso valore della sperimentazione, della riflessione del e sul linguaggio.
Pippo Delbono non è un artista qualsiasi, né sarebbe possibile etichettarlo senza incorrere nel grave rischio di banalizzarlo: il suo approccio alla materia cinematografica si è finora sempre dimostrato straordinariamente limpido, quasi liquido nella sua capacità di mescolare le intuizioni, facendole cozzare in maniera fragorosa le une contro le altre. Un cinema che non ha bisogno di apparato, ma sopravvive da solo, lontano e distante da salotti di comodo, da estenuanti questue ministeriali: cinema che esplode nelle immagini sovente tremolanti partorite dalla mano dello stesso Delbono, riprese su cellulari e dispositivi simili. Un cinema che allo stesso tempo non si adagia nella confortante auto-assoluzione della “verità”, della “realtà” priva di qualsivoglia filtro ma al contrario, come si accennava, pulsa su livelli sovrapposti, in cui il documento non si esaurisce mai nella pedissequa ripresa del vero, ma si eleva al livello di un lirismo persino astratto.

Anche per questo ridurre Sangue allo sdoganamento della figura di Giovanni Senzani, già leader delle Brigate Rosse, è un crimine che rasenta l’ottusità ideologica. Nei giorni in cui Delbono perdeva l’amata madre (fervente cattolica che ha vissuto nel culto della Madonna) anche la moglie di Senzani moriva. I due si conoscono così, e iniziano un viaggio emotivo assieme, in un’Italia scossa da lutti nazionali – i continui rimandi al terremoto de L’Aquila e alla città fantasma che ne è ora imperituro emblema – e sbrindellata. Sangue non è un film sul terrorismo, per quanto il discorso venga inevitabilmente lambito e affrontato anche di petto, nel racconto che Senzani fa del rapimento e dell’omicidio di Roberto Peci, fratello minore del compagno brigatista Patrizio. E non è neanche, a ben vedere, un film sull’elaborazione del lutto, ma piuttosto una riflessione sull’imponderabile, sul mistero che attornia e sovrasta la vita dell’uomo e, ancor più semplicemente, sull’amore.
Si può rimanere inebetiti di fronte ad alcune scelte di Delbono, si può trovare persino inaccettabile (o forse immorale) che il regista mostri il corpo non più in vita della madre, ma non vi è nulla di artefatto e di non necessario in ciò che viene portato alla ribalta: l’indugiare nella camera ardente non è lì ad assolvere una qualche funzione meramente scopica, pornografica nella sua pubblica esibizione dell’intimo, ma sintetizza, al di là di qualsiasi parola, l’incapacità di staccarsi dai propri affetti. È la stessa camera/cordone ombelicale che guida uno spaesato Delbono tra le vie dell’Albania, alla ricerca surreale di un medicinale che sembra poter guarire la madre, ed è la medesima camera che lega i dolori insanabili di due alieni, un uomo che ha fatto dell’arte la propria vita e la vive sul corpo, nelle scelte quotidiane, e di un altro che non è più in grado di relazionarsi con il mondo che lo circonda.

Nelle becere bocciature di Sangue, a volte anche preventive, si nasconde male il terrore – percepibile a destra quanto a sinistra – di confrontarsi una volta di più con gli Anni di Piombo. La paura ancestrale di dover riconoscere nel “nemico” un uomo, niente di più e niente di meno: una chiusura culturale che è l’inevitabile conseguenza di un processo di rimozione, quella tattica dello struzzo che ha portato alle visioni annacquate, edulcorate e pericolosamente shakerate dei vari Romanzo di una strage, Romanzo criminale e, per restare a questi giorni, Gli anni spezzati. Sarebbe bastato poco per rendersi conto che la potenza, l’essenza primigenia di Sangue vive nell’idea non del sangue come atto di violenza, ma come fluido condiviso, patire comune che è il senso stesso del vivere insieme.
Si può anche non trovare affine lo sguardo di Delbono, così personale, indomito, inadatto al compromesso, ma è difficile uscire dalla visione di Sangue senza percepirne il respiro, il pianto rituale sincero ma non mesto, la sperimentazione che assolve al suo compito principale, quello di ridefinire i contorni della visione, percorrendo nuove strade. In sala, in questi primi giorni del 2014, troverete anche un film autarchico che racconta l’incontro tra due uomini: non lasciatevelo scappare.

Info
Sangue sul sito della Compagnia Pippo Delbono.
Sangue sul sito del Festival di Locarno.
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    di Dopo La paura, Delbono torna a riflettere sullo sguardo e ad utilizzare come mezzo di ripresa il cellulare a cui associa una piccola camera full-HD.

1 Commento

  1. Giona A. Nazzaro 14/01/2014
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    Ottimo pezzo. Giusto ricordarle certe cose. Un abbraccio.

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