The Wolf of Wall Street

The Wolf of Wall Street

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Torna il maestro del cinema statunitense Martin Scorsese con The Wolf of Wall Street, una pellicola delirante e afrodisiaca, amara ed esilarante, ricolma di allettanti controindicazioni.

Non mi basta mai

Nei tardi anni ‘80 Jordan Belfort è un broker rampante pronto a tutto, spinto dall’avidità che attanaglia un sogno americano forse per sempre corrotto. Denaro, successo, potere, donne, sostanze stupefacenti sono tentazioni che rendono l’incombente minaccia delle autorità qualcosa di completamente irrilevante. Per lui e il suo gruppo di soci la sobrietà è decisamente sopravvalutata e niente è mai abbastanza. [sinossi]

Euforia, accelerazione del battito cardiaco, afrodisia, fotofobia, difficoltà motorie e un principio di farfugliamento possono essere annoverati tra gli effetti collaterali di The Wolf of Wall Street, nuovo capitolo della gloriosa filmografia di Martin Scorsese. Dopo Hugo Cabret, apparente incursione nel cinema “per ragazzi”, ma soprattutto sentito omaggio all’infanzia della settima arte, il regista newyorchese si dedica a rendicontare questa volta la storia di Jordan Belfort (Leonardo DiCaprio) un eterno bambino, bastardo eppur innocente, lanciatosi con la purezza di spirito di un kamikaze nel mondo della finanza dei favolosi anni ‘80.
Tratto dall’omonimo libro autobiografico di Belfort, The Wolf of Wall Street è la storia di un giovane di belle speranze che nella Wall Street della metà di quel decennio prodigioso viene assunto alla L.F. Rothschild, dov’è prontamente accolto e indottrinato da un eccentrico mentore, Mark Hanna (uno strepitoso Matthew McConaughey). Belfort sembra avere davanti a sé una fulgida carriera nella “wilderness finanziaria”, ma il suo sogno è interrotto dal memorabile Black Monday del 19 ottobre 1987. Disoccupato e senza un soldo, risponde allora a un annuncio di lavoro ed entra a far parte di una piccola società di Long Island che vende “penny stocks”, azioni praticamente prive di valore emesse da compagnie di basso profilo, ma sulle cui vendite è possibile ricavare una percentuale del 50%. È l’inizio di una carriera inarrestabile che lo porterà a fondare una sua società di brockeraggio, la Stratton Oakmont e insieme al socio dalle tendenze endogamiche Donnie Azoff (Jonah Hill) e ad una serie di più o meno loschi personaggi del Queens, a scalare le vette del mercato azionario, lucrando sulle vane speranze di piccoli investitori, fino a guadagnarsi l’epiteto di “Lupo di Wall Street”. Quando però un ligio agente dell’FBI (Kyle Chandler) si metterà alle sue calcagna, il suo impero fatto di truffe e riciclaggio di denaro inizierà a vacillare.

Lontana anni luce dallo stile ordinato e lucido di Wall Street di Oliver Stone, la rilettura di Scorsese delle sporche faccende finanziarie in voga tra la fine degli anni ’80 e primi ’90 è frammentata ed episodica, costellata di squarci circensi, affollata di ralenti, stop frame, ritorni indietro, rapide carrellate e morbidi dolly. Un frullato dunque di maestria registica spavalda e ludica, perfetta per restituire il ritmo febbrile dell’esistenza alterata del suo protagonista, per il quale delirio di onnipotenza e ferino impeto di sopraffazione sono le uniche regole, da applicare a un’esistenza quotidiana intesa come un eterno baccanale, pulsante di vitalità e maleodorante di un pungente sentore mortifero.
Inutile dunque rimpiangere la compattezza narrativa di pellicole come Casinò e Quei bravi ragazzi, a cui pure viene da pensare in alcuni momenti (si pensi all’utilizzo di una voice over intermittente e ironica o al plot basico di ascesa e caduta, prelevato a sua volta dal gangster movie classico americano), Scorsese in The Wolf of Wall Street è il suo personaggio, delirante, infantile, alla costante ricerca di un’eccitazione che sia il più possibile duratura, come se un’impennata nei grafici azionari e un orgasmo fugace da toilette dell’ufficio fossero gli unici beni da preservare, le uniche sensazioni da prolungare ad libitum, perché tutto, come rivela il “cattivo maestro” incarnato da Matthew McConaughey in una delle sequenze magistrali del film, è fugace e svanisce come polvere di fata.

Il film di Scorsese, al seguito del suo personaggio, si squaderna dunque al pari di un catalogo di beni d’alta classe, perché se c’è una cosa che il capitalismo finanziario ha da insegnare è il fatto che tutto è acquistabile: una bella moglie, una magione principesca, prostitute, azioni, cose, persone, sostanze stupefacenti ritenute estinte. Come in uno shopping compulsivo, tutto è però anche sessualizzato, come ben ci rivelano gli insospettabili risvolti erotici di un dialogo tra Belfort e l’anziana zia Emma (Joanna Lumley), in uno dei tanti momenti esilaranti del film. Sì, perché in The Wolf of Wall Street Martin Scorsese sfoggia una verve comica insospettabile e montante, che trova la sua massima applicazione in una sequenza slapstick che resterà negli annali (un po’ come quella, quasi gemella, del “sugo” in Quei bravi ragazzi) dove DiCaprio e poi anche Jonah Hill si esibiscono in prodezze acrobatiche prodigiose, degne del miglior Buster Keaton (anche se il paragone inscenato da Scorsese è con il maggiormente significativo – almeno al livello diegetico – cartoon di Braccio di ferro).

Fantasmagoria visiva pirotecnica almeno quanto la migliore produzione di Georges Méliès, The Wolf of Wall Street è in fondo l’ideale prosecuzione, delirante e vietata ai minori, proprio di Hugo Cabret, dove la malìa seducente della settima arte si è però trasformata nella prassi afrodisiaca di un cinema scorsesiano corrotto e deviante, che ha digerito da tempo il calvinismo del vecchio sodale Paul Schrader e si appresta a fagocitare anche quell’etica protestante propria di un capitalismo privo di regole e divieti, del quale qui osserviamo dibattersi freneticamente le spoglie.
Libero da ogni zavorra morale, il nostro sguardo si ritrova ad attraversare più volte lo spazio malsano e maleodorante delle contrattazioni finanziarie, in quei cunicoli angusti tra le scrivanie stipate dei rampanti broker, percorse nell’ordine da majorette, scimmie, stripper, nani e prostitute, infine da Scorsese stesso con la sua mdp e dunque dal (suo) cinema, mostro insaziabile che schiuma e sbava, rantola e farfuglia, per ricordarci che la sua fame di immagini è insaziabile e in un perenne stato d’eccitazione, proprio come la nostra. Creare una necessità (come ci insegna la geniale e reiterata scena della penna), per poi saziarla è il suo principale obiettivo e il nostro sommo diletto, sono le gioie, più o meno illecite, di una dipendenza.

Info
Il sito ufficiale di The Wolf of Wall Street: thewolfofwallstreet.com
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1 Commento

  1. Marco Biggi 11/01/2017
    Rispondi

    Questo film non ha niente a che vedere con Wall Street (il film), la classe, lo stile, il potere e tanto meno con la finanza.
    Jordan Belfort è un grande venditore ma la sua figura svilisce inesorabilmente quando decide di essere un truffatore e ladro e di condurre una vita da debosciato perennemente drogato e dietro alle mignotte.
    Un film ben realizzato (tecnicamente) da Scorsese con la solita interpretazione di alto livello di Di Caprio ma dai contenuti davvero miseri.
    All’epoca si leggevano le solite critiche per il mancato Oscar a Di Caprio ma del resto aveva senso premiarlo per aver interpretato un perfetto idiota ?

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