Carlo Mazzacurati e il suo tempo

Carlo Mazzacurati e il suo tempo

Esordiente grazie alla Sacher Film negli anni ’80, Carlo Mazzacurati è stato un autore alle prese con le difficoltà e intermittenze espressive e industriali dell’ultimo trentennio di cinema italiano.

Faccenda seria, molto seria per gli autori italiani ritrovarsi nell’industria anni ’80. Carlo Mazzacurati se n’è andato ieri, a soli 57 anni, lasciando dietro di sé una scia a suo modo emblematica di pregi e guasti della storia del nostro cinema negli ultimi 30 anni. Un percorso creativo e artistico molto significativo, anche oltre i propri meriti, che si profila singolarmente come occasione per ripercorrere insieme alla storia di un autore e della sua filmografia, la storia travagliata di una cinematografia nazionale in uno dei suoi periodi più bui, dal quale non si è probabilmente ancora usciti malgrado le apparenze. Lui e pochi altri (Luchetti, Amelio, Soldini, Moretti, Giordana, Salvatores, Tornatore tra i più noti e importanti) hanno cercato di tenere vivo il nostro cinema nei paludosi anni ’80, anni di prime invasioni barbariche delle sale da parte di un’universale comicità facile e televisiva, in continuo interscambio di personaggi, autori e soprattutto retoriche espressive tra il piccolo e il grande schermo. In quegli anni gli unici italiani a incassare sono Pozzetto, Villaggio, Montesano, Abatantuono, Banfi, e chi più ne ha più ne metta. Crescente disinteresse del pubblico per il cinema italiano di qualità, grandi maestri delle generazioni precedenti ormai invecchiati e in difficoltà, e un’industria sempre più inesistente.

In più, si para davanti ai giovani autori uno dei periodi più refrattari alla narrazione della nostra storia: gli anni ’80 pigri e caciaroni, vuoti e cretini, oltre qualsiasi prospettiva di riflusso ideologico. In tutto questo, qualche ardimentoso che del pubblico se ne sbatte sanamente (risuona ancora il “Pubblico di merda!” di Sogni d’oro) si rimbocca le maniche e si mette a sostenere nuovi meritevoli autori. Per iniziativa di Angelo Barbagallo e Nanni Moretti nasce infatti la Sacher Film, che esordisce nella produzione con l’opera prima di un autore appena trentunenne: Notte italiana (1988) di Carlo Mazzacurati. Opera prima interessante e generosa, realizzata in evidenti ristrettezze ma anche secondo una ben precisa scelta estetico-narrativa in controtendenza rispetto ai tempi di allora. Tra noir di provincia, grottesco e denuncia sociale, il film di Mazzacurati rifletteva sui mali italiani che pochi anni dopo sarebbero esplosi (provincialismo che si mescola a malaffare), e fu salutato da grandi apprezzamenti perché se non altro si avvertiva il desiderio di ricominciare a raccontare storie, radicate in un contesto e in figure umane al contempo riconoscibili e singolari. In quegli anni non era più così scontato che un film italiano si ponesse come “racconto”, vista la sciatteria di scrittura ormai dilagante.

Perciò Notte italiana, insieme a Domani accadrà di Daniele Luchetti (a sua volta prodotto dalla Sacher Film), ridette respiro e speranza a un cinema nazionale drammaticamente insabbiato. In misure diverse, forse è da individuare nella discontinuità il tratto più comune a buona parte degli autori cresciuti e formati negli anni ’80. Discontinuità non tanto e non solo di risultati estetici, quanto di effettiva tendenza creativa e ispirazione, e non sempre per naturale poliedricità e spirito sperimentale (quel che si può trovare in Salvatores, per esempio), bensì per un’intrinseca difficoltà generazionale nel trovare una propria identità. E, d’altra parte, in un’industria che va ad intermittenza gli autori non possono che mostrarsi a loro volta intermittenti. Ancor più marcato in Luchetti, questo tratto a suo modo tragico è rilevabile in forma attenuata anche nei film di Mazzacurati.
Dalla fitta collaborazione con lo sceneggiatore Umberto Contarello vedono la luce infatti opere che, in modo più o meno omogeneo, danno grande rilevanza al racconto e alla costruzione dei personaggi (talvolta un po’ letterari e lontani da una stringente realtà di riferimento, come nel pur pregevole La lingua del santo), ma al contempo che svariano tra la ricerca di un proprio mondo espressivo ben individualizzato, e il pur onorevole tentativo di aggiornare seriamente tradizioni autoctone guardate sempre con consapevole e amara nostalgia. Con l’eccezione di Vesna va veloce e La giusta distanza (probabilmente il miglior Mazzacurati di sempre), a conti fatti le sue opere più riuscite sono un terzetto di pessimistiche commedie: Il toro, La lingua del santo e, con grandi riserve, La Passione. Commedie che portano al massimo grado quella contraddizione cui accennavamo: da un lato la ricerca mai compiuta di un proprio cinema, dall’altro il coraggioso recupero della commedia all’italiana, a cui però Mazzacurati finisce col guardare più come a un oggetto estetico astratto che a uno “specchio semovente” dell’Italia a lui man mano contemporanea.
E’ vero che la Padova cinica, produttiva e leghista de La lingua del santo risuonava di attualità, ma dipinta tramite marchi d’epoca enormi, grotteschi, un po’ appiccicati in modo goffo per aggiornare forzosamente un canovaccio universale. Quel che resta, al fondo, è una riproposizione quasi postmoderna della “coppia di balordi” in odore di Soliti ignoti, già riecheggiata in Il toro in cifre assai più cupe e problematiche. Sintomatico in tal senso è anche il rapporto con l’industria che viene delineandosi nei suoi film: dalle asprezze d’ambiente e atmosfera di Il toro, alla Toscana cartolinesca e anodina di La Passione, che al primo fotogramma già emana odore di omologazione produttiva italiana anni 2000.

Parallelamente ma anche simultaneamente, esiste il Mazzacurati più nero, che costeggia sempre la provincia italiana con approccio da spietato entomologo. Dopo Notte italiana e Un’altra vita, nel 2007 Mazzacurati torna nel suo Veneto per un altro noir bello e feroce. Didascalico e schematico quanto si vuole, La giusta distanza recupera e perfeziona il cinema dei suoi esordi, compiendo soprattutto coraggiosissime scelte narrative. Se la sensibilità per il paesaggio umano e ambientale si conferma altissima e anche più affinata rispetto agli anni precedenti, d’altro canto il racconto si presta a sorprendenti variazioni. Come in uno Psycho in salsa veneta, la protagonista muore a metà del film, e una già ammirevole opera di situazioni e caratteri si trasforma in un imprevedibile giallo sociale. Tuttavia, chiudendo in uno sguardo d’insieme tutta l’opera di Mazzacurati, il tratto che più sembra caratterizzarla è una sorta d’incompiutezza generazionale. A prescindere dalla diseguale riuscita dei singoli film, che del resto riguarda ogni cineasta, è comunque difficile individuare la sua opera che resterà per tutti indimenticabile. È la contraddizione (di nuovo) di un cinema e di una generazione di autori un po’ sfortunati, perché sostanzialmente popolari ma disperatamente privi di un vero pubblico fedele. È con Mazzacurati e i suoi coetanei che emerge infatti in Italia l’assurda discrepanza, ancora attuale, tra l’idea di cinema d’autore e quella di cinema popolare: dagli anni ’80 in poi il pubblico italiano è quasi totalmente rapito da produzioni non autoctone, e trascura il cinema italiano anche quando conserva un piglio popolare e accessibile. Così, anche chi non ha mai lontanamente pensato di voler essere Godard, finisce per essere considerato autore per pochi, elitario, solo perché l’omologazione, in Italia più che altrove, ha compiuto un violento esproprio del pubblico al cinema di casa.

Il video dell’ultima apparizione di Carlo Mazzacurati al Torino Film Festival per presentare il suo ultimo film, La sedia della felicità

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