Smetto quando voglio

Smetto quando voglio

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L’esordio alla regia di Sydney Sibilia, Smetto quando voglio, è una divertente commedia sul precariato il cui spunto iniziale – ripreso dalla serie TV Breaking Bad – regge grazie a una scrittura inventiva e a un buon cast di attori.

Ricominciamo?

Pietro Zinni ha trentasette anni ed è un valente ricercatore. Quando però arrivano i tagli all’università viene licenziato. Cosa può fare per sopravvivere un nerd che nella vita ha sempre e solo studiato? L’idea è semplice: mettere insieme una banda criminale reclutando i migliori tra i suoi ex colleghi, che nonostante le competenze vivono ormai tutti ai margini della società. [sinossi]

In un cinema italiano così asettico e amorfo, in cui persino le commedie – l’unico genere di film che si produce – non fanno più ridere e sono completamente sganciate dalla realtà del paese (vedi Tutta colpa di Freud, La gente che sta bene, Un boss in salotto, ecc.), un film come Smetto quando voglio – diretto dall’esordiente Sidney Sibilia – appare al momento il solo appiglio cui aggrapparsi per sperare, se non in una rinascita, quantomeno in un “raddrizzamento della barra” rispetto a quello che ci si dovrebbe aspettare da una cinematografia che nasce in un paese così disastrato come l’Italia. Il film di Sibilia, infatti, pur rientrando appieno nei codici – ovviamente – della commedia, mette in scena dei personaggi di falliti, rappresentanti di una generazione che ha studiato e che è stata costretta a fare altri lavori, molto più umili di quel che ci si aspettava, per poter sopravvivere. Ed è a partire da questa situazione iniziale che si muove il paradosso – vecchio almeno quanto I soliti ignoti – secondo il quale non resta che darsi all’illegalità per guadagnare qualche soldo.

Sibilia, però, prende direttamente spunto dalla serie TV Breaking Bad, lanciando il suo protagonista – ricercatore universitario cui non viene rinnovato l’assegno di ricerca – nella sperimentazione di una droga non ancora censita dal Ministero della Salute e dunque potenzialmente legale. Il neurobiologo in questione, interpretato da Edoardo Leo, riunisce perciò, per spacciare la sua roba, una serie di personaggi, intellettuali e nerd, relegati ai margini della società: dai latinisti costretti a fare i benzinai al chimico che, cacciato dall’università, si è ritrovato a fare l’aiuto-cuoco in un ristorante cinese. Ne nasce un assortito assembramento di macchiette, tutte ben caratterizzate, in cui la comicità si alimenta proprio partendo dalla discrasia tra l’alto profilo di acculturazione dei protagonisti e i bassifondi che questi frequentano con l’obiettivo di ampliare il loro raggio d’azione.

Se la regia e la fotografia di Sibilia possono sollevare qualche dubbio (soprattutto la fotografia di Vladan Radovic, eccessivamente e innaturalmente accesa con qualche esagerato ritocco in fase di post-produzione), è la scrittura il punto forte di Smetto quando voglio, sia per una millimetrica orchestrazione dei tempi comici, sia per dialoghi salaci e situazioni grottesche (su tutte, la sequenza della rapina in farmacia). Ma una buona sceneggiatura, per quanto vivace e ben congegnata, non sarebbe stata sufficiente se a supportarla non ci fosse stato un ottimo cast: Edoardo Leo ha la giusta faccia da cane bastonato (anche se non sempre convince), mentre eccellenti sono Valerio Aprea, Paolo Calabresi e Pietro Sermonti (tutti ex-Boris) e Stefano Fresi, quest’ultimo nel ruolo del chimico che addossa su di sé il compito della sperimentazione della droga finendo per perdere il controllo.

Tra tutta la comicità italiana recente, l’unico legame che appare plausibile sembra proprio quello con Boris, per la capacità di guardare con lucido sarcasmo alla società italiana. Ma – e forse è questo il punto che avvicina il film di Sibilia più ai riferimenti oltreoceano che a modelli come I soliti ignoti – al di là di alcuni precisi passaggi di scrittura alla realtà italiana e romana – ad esempio il giornale Leggo che dà notizia delle gesta della banda – quel che manca è una regia “di strada”, per certi versi realistica nonostante la fantasia della storia, una regia che sappia restituire, sia pure per accenni, il mondo desolato che descrive. La casa di Edoardo Leo sembra ad esempio una normalissima casa medio-boghese, oppure le sequenze ambientate nel campo rom appaiono in tutto e per tutto un set ricostruito. Come del resto in Boris – ma lì secondo una precisa dimensione da dietro le quinte del set de Gli occhi del cuore – in Smetto quando voglio non si riesce infatti a percepire in modo accurato il contesto scenico tipicamente romano. Se, dunque, la vecchia commedia – cui appartiene la generazione di mezzo dei vari Genovese e Miniero – appare reclusa nel posticcio interno borghese da fiction, la nuova potrebbe rischiare una – in fin dei conti non troppo dissimile – reclusione in irrealistici interni/esterni trasposti secondo i codici delle serie TV americani. Ma, almeno, si è tornati a ridere con un film italiano e questo – per ora – è quello che conta.

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