Una questione d’onore

Una questione d’onore

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CG Home Video ripropone in dvd Una questione d’onore, classico dimenticato della commedia all’italiana. Tra le migliori prove di Luigi Zampa, con un Ugo Tognazzi improbabile sardo invischiato in storie di faide familiari e ipocrisia sociale.

Terra dei mille regionalismi, l’Italia ha spesso radicato in questo fenomeno tutto nostro una parte rilevante della sua produzione artistica. Dalla poesia e narrativa dialettale, al teatro vernacolare (in senso lato, potremmo comprendervi anche la pittura paesaggistica a destinazione strettamente locale), infine al cinema. Nel bene e più spesso nel male, il cinema ha assorbito questa tendenza, contaminandola nella maggior parte dei casi con gli schemi della commedia italiana, e in seguito “all’italiana”. Se da un lato l’interesse etnografico in chiave regionale ha dato meravigliosi frutti sotto il profilo del cinema documentario e para-documentario (basti pensare a Roberto Rossellini), dall’altro l’incontro tra localismo e commedia è stato tra i più felici sotto il profilo del successo di pubblico, ma spesso deludente dal punto di vista estetico. E, soprattutto, si tratta di tutto un cinema tremendamente invecchiato, non tanto perché nel frattempo l’Italia è cambiata (anzi, vista la lentezza evolutiva del nostro Paese, rasente all’immobilità, il problema forse non si pone nemmeno), quanto perché sono cambiati, sia pure nel solco di una solida continuità, i modelli espressivi, i toni della commedia, il piacere della fruizione.
A ben vedere, in epoca di strepitoso successo per Benvenuti al Sud & soci, tutto sembrerebbe rimasto uguale a ieri. Ma i toni sono assai più smussati, e il grottesco attuale passa attraverso un decisivo filtro di familiarità. Non è buona la commedia regionale “senza qualità” di oggi, e talvolta non era buona nemmeno la commedia survoltata di ieri.
Una questione d’onore di Luigi Zampa, riproposto in dvd per CG Home Video, si pone invece su un territorio problematico. Ben recuperato nei suoi colori sgargianti (benché il dvd sia privo di extra), il film appartiene a un autore che ha sempre fatto del didascalismo e della denuncia sociale populista un proprio baluardo. Uno spirito aggressivo facile facile che spesso ha drasticamente indebolito l’efficacia delle sue opere. Difetto assai più evidente nelle prove drammatiche di Zampa, tale faciloneria tende a stemperarsi nelle sue commedie, e non perché il qualunquismo di fondo venga miracolosamente a dissolversi, bensì perché nelle macro-categorie grottesche frequenti nella nostra commedia è già insita una buona dose di astrazione e approssimazione. A qualche personaggio, poi, viene affidato con maggiore o minore evidenza il compito di declamare di volta in volta brani di immediata denuncia sociale, assommando luoghi comuni in battute di dialogo francamente infelici (ruolo che in questo caso è ricoperto dalla figura del maresciallo), ma confinando comunque lo spirito qualunquistico più corrivo solo in questi sporadici cenni.

In tal senso e per varie ragioni, Una questione d’onore si presenta come uno dei film migliori (e più misconosciuti) di Luigi Zampa, innanzitutto per meriti di sceneggiatura. Prendendo di petto le problematiche morali, sociali e civili sollevate dalla Sardegna di allora, che si poneva a un crocevia tra Far West di faide familiari e delitti d’onore, Zampa e i suoi sceneggiatori costruiscono un racconto talvolta macchinoso e fin troppo denso di figure e plot paralleli, sprofondato fino al ginocchio nei luoghi comuni regionali (fin troppo facile l’associazione col grottesco esasperato della Sicilia di Pietro Germi in Divorzio all’italiana), ma anche ben radicato in una ragnatela asfissiante di paradossi. Il protagonista, il “meschineddu” Efisio Mulas, si ritrova infatti imprigionato in una rete di questioni d’onore incrociate che per lo più non lo riguardano neanche personalmente, finendo per vedere impedita qualsiasi possibilità di vita. In questa disperata lotta tra convenzioni sociali e realtà, risuonano echi pirandelliani che sollevano progressivamente il racconto dalla sua contingenza storico-sociale verso una riflessione universale sull’assurdo e le sue aberranti prigioni.
Nel ruolo principale, Ugo Tognazzi risulta tanto improbabile quanto efficace. Se da un lato i suoi tentativi di parlare con un credibile accento sardo sono terribilmente fallimentari, dall’altro stavolta l’attore trova un punto di fusione tra due delle tendenze che più lo contraddistinguono: l’uomo ridicolo e la maschera comica. Nel primo caso, si tratta di un profilo umano a cui Tognazzi ha regalato le sue migliori prove. Uomo debole, arrabbiato ma sostanzialmente impotente per carenza di volontà e vero coraggio, e perciò costante vittima degli altri e degli eventi, l’ “uomo meschino” qui si stempera però nella maschera, riconducendo l’arte di Tognazzi ai suoi esordi, quando sull’attore a tutto tondo prevaleva il comico tout court. Efisio Mulas esordisce nel racconto esibendosi in una gara di testate in pausa lavoro. È la cifra del suo personaggio e di tutta la prova attoriale successiva, fondata per lo più su fisicità, mimica e fisiognomica (i lineamenti di Tognazzi sono ovviamente esasperati dal trucco anche per renderlo più credibile in territorio sardo). Un ritorno alla propria arte sopraffina di performer, per chi non a caso aveva iniziato la carriera in coppia con Raimondo Vianello ed era stato uno dei “Mostri” di Dino Risi. A tutto questo si aggiungono brani “etnografici” ben inseriti nella catena narrativa. In tal senso Zampa sembra voler supplire anche alla scarsa conoscenza del mondo sardo in quegli anni; il cinema stesso se n’era occupato pochissimo, se non in Banditi a Orgosolo (1961) di Vittorio De Seta.

Tuttavia, l’intento principale resta quello della commedia di costume, aggressiva, eccessiva e in tal senso anche consapevolmente “falsificante”. Anzi, Zampa aderisce non solo al genere-commedia e farsa, ma anche a riflessi del coevo spaghetti-western. Come avvertito dai cartelli d’apertura, la Sardegna di allora sorpassava il West con una mano sola. Le prevalenti ambientazioni in esterno, in mezzo a paesaggi brulli e montuosi, i corpo-a-corpo, i fucili e le fucilate, soprattutto il taglio delle inquadrature e le non casuali musiche di Luis Bacalov contribuiscono decisamente a evocare scenari narrativi da western italiano, così come la scelta di un Technicolor smagliante e senza ombre. Altrettanto non casuale è la scelta di un volto dimenticato del nostro cinema per il ruolo della moglie di Efisio: Nicoletta Machiavelli, frequente “falsa indiana” nei western di casa nostra. Unico volto credibile, il suo, tra i protagonisti, dal momento che come in tutte le buone coproduzioni italo-francesi dell’epoca il cast è di primissima scelta, ma stavolta più che mai improbabile per la collocazione regionale del racconto (difficile credere che Bernard Blier, Franco Fabrizi, Leopoldo Trieste e Tecla Scarano possano essere sardi). Probabilmente è per merito della coproduzione che tra gli aiuto-registi troviamo la sorpresa più eclatante: al fianco di Luigi Zampa infatti collaborò incredibilmente un giovane Bertrand Tavernier. Un francese in Sardegna, a scuola nel nostro cinema. Altri tempi.

Info
Una clip tratta da Una questione d’onore.
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