Güeros

Güeros, esordio alla regia del regista teatrale messicano Alonso Ruizpalacios presentato nella sezione Panorama alla Berlinale 2014 e nelle sale italiane a più di due anni di distanza. Un’opera prima che non lascia indifferenti.

Looking for Epigmenio Cruz

Nel 1999 l’adolescente Tomás viene spedito dalla madre per qualche tempo da suo fratello maggiore Fede, che studia a Città del Messico. Fede vive con il suo amico Santos in uno squallido appartamento in un casermone popolare. I due sono impegnati nello sciopero contro lo sciopero che i loro compagni di studio hanno organizzato all’Universidad Nacional Autónoma de México. Tomás ha portato con sé un audiocassetta: la registrazione è parte dell’eredità paterna e contiene la musica del misterioso cantautore Epigmenio Cruz… [sinossi]

Epigmenio Cruz, chi è costui? Se vi state ponendo il dubbio, e il cervello ha iniziato a fumare a forza di arrovellarlo sulla questione, potrà esservi d’aiuto sapere che i più pronti conoscitori della sua arte sono pronti a giurare che un giorno Bob Dylan, ascoltando una sua canzone, non riuscì a trattenere le lacrime. Epigmenio Cruz, come i bene informati sanno, avrebbe dovuto salvare la scena rock messicana dalla rovina. Ora però è in ospedale, o almeno questa è la notizia che hanno pubblicato gli organi di stampa a Città del Messico…
Güeros, esordio alla regia del trentacinquenne regista messicano Alonso Ruizpalacios, ruota attorno alla fantomatica figura di questo sfortunato cantautore, idolatrato da pochi affezionati fan e dimenticato in fretta dalla massa: è per poterlo incontrare nell’ospedale in cui è stato ricoverato che il quindicenne Tomás, suo fratello maggiore Fede, il coinquilino di quest’ultimo Santos e Ana, la ragazza di cui Fede è innamorato, decidono di intraprendere un road-movie sui generis, attraversando in lungo e in largo la capitale messicana in una giornata indimenticabile.
Presentato nella sezione Panorama durante i primi giorni della Berlinale, Güeros ha illuminato una selezione fino a quel momento (e anche nei giorni a venire) senza dubbio deludente: Ruizpalacios, che approda alla regia cinematografica dopo una lunga carriera teatrale (nonostante la giovane età), dimostra di non avere alcuna volontà di trasportare la propria esperienza sul palco anche sullo schermo, e lo ribadisce fin dal maiuscolo incipit, in cui la libertà creativa e il gusto per la messa in scena e in quadro che caratterizzano Güeros esplodono con forza deflagrante.

L’approccio estetico di Ruizpalacios, che parrebbe una sintesi piuttosto efficace delle wave/vague europee degli anni Sessanta, inserisce di prepotenza Güeros tra gli esordi più affascinanti, spassosi e convincenti degli ultimi anni, anche in una terra – come quella messicana – che sta proponendo con una certa frequenza registi in grado di incidere sul tessuto cinematografico internazionale. Eppure Ruizpalacios si distacca in maniera netta da colleghi e conterranei come Amat Escalante, Carlos Reygadas, Antonio Méndez Esparza, Diego Quemada-Diez, impegnati a mettere in scena un Messico rurale, povero e ulteriormente depauperato da politiche sociali ed economiche per le quali non si intravvede una via d’uscita. Allo stesso modo non si riesce a trovare un trait d’union tra Güeros e le opere dell’uruguayano-messicano Rodrigo Plá e di Fernando Eimbcke, per quanto quest’ultimo sia forse il nome meno distante dall’estetica di Ruizpalacios. La verità è che Güeros sembra provenire da un mondo lontano, con il suo montaggio fieramente non lineare, il lirismo mai eccessivamente pretenzioso delle inquadrature, una narrazione picaresca che poco si allinea all’umore umbratile di buona parte dei cineasti citati dianzi. Per di più Güeros non fa mistero della propria difformità, come palesa il monologo in cui Fede (detto Sombra dagli amici) si lancia in una reprimenda contro i mali costumi del cinema messicano contemporaneo: una sfuriata profondamente (auto)ironica, ma che ha trovato proprio alla Berlinale appassionati sostenitori, vista la presenza – in Forum – dell’asfittico, prevedibile e poco interessante Los Ángeles dello statunitense trapiantato in Messico Damian John Harper, dominato da una serie pressoché infinita di luoghi comuni.

Punteggiato da dialoghi al limitar del surreale, Güeros è un viaggio nel Messico contestatario, giovanile e perdigiorno di fine anni Novanta: tra università occupate, cantautori di cui si è persa memoria, bambini che lanciano pietre dai cavalcavia, gavettoni d’acqua che sorprendono madri con neonati, radio militanti, feste di cinematografari, Ruizpalacios firma una fiammeggiante elegia in bianco e nero a Città del Messico e ai suoi venti anni. Un inno tenero, vitale, diretto con uno stile maturo e consapevole, che lascia intravvedere un futuro radioso. All’interno di una sessantaquattresima edizione della Berlinale che ha vissuto quasi esclusivamente di solide conferme (Richard Linklater, Lars Von Trier, Tsai Ming-liang, Corneliu Porumboiu, Alain Resnais), Güeros è stata una delle poche scoperte, e senza ombra di dubbio la migliore.

Info
Il sito ufficiale di Güeros.
Il trailer italiano di Güeros su Youtube.
La scheda di Güeros sul catalogo della Berlinale.
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